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Javedanfar:“Sono tregue fragili minate dai falchi di Iran e Israele”

(reuters)

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L’analista: “Anche i Paesi del Golfo sono scontenti, perché restano sotto il tiro dei missili dei pasdaran”
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«Sono tregue fragili, sotto il tiro di sabotatori di una parte e dell’altra». È il quadro che fa del Medio Oriente Meir Javedanfar, analista della Reichman University di Herzliya, in Israele, ed esperto di Iran, Paese in cui è nato e da cui è fuggito nel 1987.

Javedanfar, l’intesa tra Usa e Iran reggerà?

«È fragile. E sarà messa alla prova ancora molte volte. Gli spari di Teheran, che hanno causato la ritorsione americana, sono un segno di rabbia. Gli iraniani si aspettano infatti che gli Usa fermino gli attacchi israeliani contro Hezbollah. Si aspettavano che, come da memorandum, la guerra nel sud del Libano finisse secondo i termini chiesti da Hezbollah. Si illudevano che l’Idf lasciasse il Paese. E invece non sta succedendo. Per questo hanno sparato a Hormuz, per mettere pressione agli Usa, che non se la sentono di abbandonare Israele e usano il mancato cessate il fuoco per ottenere il massimo dai colloqui tra Stato ebraico e governo libanese in corso a Washington».

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«Sono tregue fragili, sotto il tiro di sabotatori di una parte e dell’altra». È il quadro che fa del Medio Oriente Meir Javedanfar, analista della Reichman University di Herzliya, in Israele, ed esperto di Iran, Paese in cui è nato e da cui è fuggito nel 1987.

Javedanfar, l’intesa tra Usa e Iran reggerà?

«È fragile. E sarà messa alla prova ancora molte volte. Gli spari di Teheran, che hanno causato la ritorsione americana, sono un segno di rabbia. Gli iraniani si aspettano infatti che gli Usa fermino gli attacchi israeliani contro Hezbollah. Si aspettavano che, come da memorandum, la guerra nel sud del Libano finisse secondo i termini chiesti da Hezbollah. Si illudevano che l’Idf lasciasse il Paese. E invece non sta succedendo. Per questo hanno sparato a Hormuz, per mettere pressione agli Usa, che non se la sentono di abbandonare Israele e usano il mancato cessate il fuoco per ottenere il massimo dai colloqui tra Stato ebraico e governo libanese in corso a Washington».

(reuters)

È anche il segno di un regime iraniano diviso?

«Una parte è insoddisfatta perché ritiene che si sia raggiunta un’intesa con gli Usa troppo presto, che si sarebbero potuti ottenere termini migliori continuando a combattere. Una visione rafforzata dal fatto che quando Trump ha accettato i termini dell’accordo ha dichiarato che agli Stati Uniti rimanevano solo quattro settimane di riserve di petrolio. I falchi insomma vorrebbero sabotare l’accordo, silurandolo o almeno ostacolandolo, perché pensano che il governo del presidente Masoud Pezeshkian, che è riuscito a convincere la Guida suprema Mojtaba Khamenei, sia stato troppo morbido e clemente con gli americani».

La presenza dell’esercito israeliano nel sud del Libano è il principale ostacolo alla pace nella regione?

«Nel memorandum c’è scritto che in Libano non si deve più combattere, e non che l’Idf debba ritirarsi. Questo produce la crisi attuale. Perché gli iraniani vogliono che se ne vadano per potere vantare una vittoria strategica. E sul tema premono gli americani».

Ci sono tensioni anche nel campo guidato dagli Usa.

«L’accordo non sta bene né a Israele né ai Paesi del Golfo perché, a differenza degli Stati Uniti, sono tutti alla portata dei missili di Teheran. Ritengono che i termini del memorandum abbiano rafforzato il regime, che si troverà in una condizione migliore per continuare con le sue provocazioni e le minacce. Anch’essi dunque vorrebbero sabotare l’intesa, proprio come i falchi iraniani. Ma il loro problema è Trump. Nessuno in Israele può permettersi di farlo arrabbiare, neanche il premier Benjamin Netanyahu, qualunque cosa dica. Trump non è né Obama né Biden».

Chi può riuscire a sabotare l’accordo nei prossimi mesi?

«I falchi iraniani, con provocazioni a Hormuz come quelle viste due giorni fa. Perché le mani di Israele sono invece abbastanza legate dagli Usa».

Cosa pensa dell’intesa raggiunta a Washington tra i governi di Israele e Libano?

«Penso sia buona. Ma Hezbollah non cederà le armi. A loro non interessa niente del popolo libanese, che invece vuole la fine della guerra. Si può dire che sono più una milizia iraniana, che fa gli interessi di Teheran. Dunque continueranno a spararsi contro con gli israeliani. Gli Usa sostengono il governo di Beirut e l’intesa di Washington, ed Hezbollah, che non ha fatto parte delle trattative, cercherà di sabotarla».

A che punto saremo tra due mesi?

«Seguiteremo a vedere trattative e combattimenti insieme. Negoziati, fuoco, cessate il fuoco, e poi di nuovo daccapo. Si arriverà a una vera intesa di pace? Difficile dirlo. Dipenderà anche da cosa succede negli Stati Uniti. Ora a guidare i negoziati c’è il vicepresidente JD Vance, che dovrà contrastare l’impressione del segretario di Stato Marco Rubio che l’Iran abbia ottenuto troppo. Le provocazioni dei falchi iraniani possono indebolire Vance e spingere gli Usa su posizioni più dure».

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