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Nuovi missili, droni e ponti radio: così i pasdaran stanno riparando i danni dei bombardamenti Usa

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Il regime sta riparando i danni dei bombardamenti, mentre gli Stati Uniti cambiano strategia: basi sotterranee per difendersi dagli attacchi
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La notte di fuoco incrociato nel Golfo mette in luce due elementi, entrambi preoccupanti per la tenuta della tregua. Gli iraniani stanno rapidamente tentando di riparare i danni dei bombardamenti mentre gli americani potenziano il loro assedio militare e diplomatico alla Repubblica islamica, schierando altri aerei nella regione. Si può trattare solo di uno schema di deterrenza, esibendo minacce reciproche che spingano a consolidare l’intesa. Ma crescono i timori che l’ultima prova di forza possa anticipare la ripresa di combattimenti su vasta scala.

L’obiettivo dei pasdaran non è solo mantenere il saldo controllo di Hormuz, impedendo il passaggio delle petroliere che non si accordano con la loro marina: vogliono ripristinare la capacità di tenere sotto tiro l’intero Golfo. Sabato notte gli Stati Uniti hanno colpito installazioni sull’isola di Qeshm e nel porto di Sirik. Hanno distrutto antenne iraniane che erano già state abbattute a marzo e a inizio giugno: sono state ricostruit…

La notte di fuoco incrociato nel Golfo mette in luce due elementi, entrambi preoccupanti per la tenuta della tregua. Gli iraniani stanno rapidamente tentando di riparare i danni dei bombardamenti mentre gli americani potenziano il loro assedio militare e diplomatico alla Repubblica islamica, schierando altri aerei nella regione. Si può trattare solo di uno schema di deterrenza, esibendo minacce reciproche che spingano a consolidare l’intesa. Ma crescono i timori che l’ultima prova di forza possa anticipare la ripresa di combattimenti su vasta scala.

L’obiettivo dei pasdaran non è solo mantenere il saldo controllo di Hormuz, impedendo il passaggio delle petroliere che non si accordano con la loro marina: vogliono ripristinare la capacità di tenere sotto tiro l’intero Golfo. Sabato notte gli Stati Uniti hanno colpito installazioni sull’isola di Qeshm e nel porto di Sirik. Hanno distrutto antenne iraniane che erano già state abbattute a marzo e a inizio giugno: sono state ricostruite perché servono per guidare i droni e coordinare i barchini d’assalto. E hanno incenerito alcuni lanciatori semoventi di missili antinave Talaiyeh: mezzi di produzione recentissima, tra i migliori dell’arsenale dei Guardiani della rivoluzione.

Anche la ritorsione scagliata contro le basi statunitensi in Bahrain e Kuwait è significativa. Non per la scelta dei bersagli, ma per l’impiego dei missili balistici più moderni — come i Kheibar Shekan, in grado di cambiare la rotta nella fase finale della traiettoria per non essere intercettati — che sono stati nascosti durante il conflitto e resi operativi nelle ultime settimane. La rappresaglia ha preso di mira due installazioni che sono state oggetto di decine di attacchi, talmente devastanti da spingere la Casa Bianca a rivedere l’intero schieramento in Medio Oriente. L’aeroporto kuwaitiano di Ali Al Salem — quello dove si trovava pure il contingente italiano — è stato letteralmente crivellato da bombe volanti di ogni tipo. Forse peggiori i danni nel quartiere generale della V flotta americana in Bahrain: stando a un’inchiesta del Wall Street Journal quattordici strutture sono state centrate dagli ordigni, tra cui gli uffici degli ammiragli, gli hangar dei droni da ricognizione, due stazioni di comunicazioni satellitari. Per ricostruirle servirebbero 400 milioni di dollari. Ma, secondo il quotidiano, il Pentagono sta valutando una rivoluzione, cambiando completamente la disposizione delle forze in Medio Oriente: si starebbe studiando il trasferimento in posizioni più lontane dall’Iran — Kuwait e Bahrain sono alla portata pure dei missili a corto raggio — e più piccole, dotate di hangar corazzati e comandi sotterranei: un ritorno alle protezioni della Guerra Fredda. Sul tavolo c’è però un’ipotesi più drastica: concentrare la presenza americana in Israele. Lì la triplice cupola difensiva dello Stato ebraico offrirebbe uno scudo contro le armi dei pasdaran.

Già da metà marzo i velivoli più importanti e i reparti destinati a un’eventuale offensiva terrestre sono stati radunati in Israele. Sono ancora lì. Le foto satellitari hanno evidenziato la scorsa settimana 47 cisterne volanti parcheggiate sulle piste dell’aeroporto Ben Gurion: quindici sono state poi spostate in Qatar, ma dopo i nuovi raid potrebbero tornare indietro. Negli ultimi giorni numerosi velivoli decollati dagli States sono atterrati nel Golfo: non è chiaro se abbiamo trasferito rinforzi o se si tratti di una rotazione del personale, che per quasi quattro mesi è stato impegnato nella campagna militare. Di fatto, l’armata schierata da Donald Trump non è stata ancora ridotta.

Nel risiko innescato in Medio Oriente dalla guerra, c’è grande attenzione per gli sviluppi in corso a Bagdad. Il nuovo premier Ali al-Zaidi, gradito agli Usa, ha fatto scattare un’operazione anticorruzione condotta nella notte con carri armati e forze speciali: sono stati arrestati decine di parlamentari e dirigenti del dicastero del petrolio. All’inizio si è ritenuto che fossero legati alla fazione sciita filo-iraniana, ma in realtà sono tutti sunniti e il blitz è avvenuto poche ore prima della visita del ministro degli Esteri di Teheran Araghchi. L’unica certezza è che a Bagdad come a Beirut e a Damasco è in corso un’offensiva diplomatica statunitense per cancellare l’influenza degli ayatollah.

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