«Gli attacchi iraniani nel Golfo fanno parte di una strategia che mira a ottenere più peso nelle trattative con gli Stati Uniti. Ricordiamoci che siamo ancora in una fase di cessate il fuoco: i veri negoziati non sono iniziati e Teheran vuol dimostrare di avere un vantaggio contrattuale. Tanto più che ormai lo sa bene: gli Stati Uniti non hanno nessuna intenzione di riprendere la guerra». Ian Bremmer è l’analista esperto di rischi globali, a capo del think tank Eurasia Group, fra i più influenti di Washington. Delle relazioni fra Iran, Stati Uniti e Paesi del Golfo ha appena scritto in un lungo articolo sull’ultimo numero di Foreign Affairs.
Quel che sta accadendo nel Golfo fa pensare a una nuova escalation. Lei che ne pensa?
«Non c’è alcun tentativo di riprendere la guerra. Certo, capita che gli iraniani abbattano un elicottero statunitense o colpiscano una nave in transito, atti cui gli americani rispondono militarmente. Ma è tutto molto mirato e contenuto. Insomma, definirei q…
«Gli attacchi iraniani nel Golfo fanno parte di una strategia che mira a ottenere più peso nelle trattative con gli Stati Uniti. Ricordiamoci che siamo ancora in una fase di cessate il fuoco: i veri negoziati non sono iniziati e Teheran vuol dimostrare di avere un vantaggio contrattuale. Tanto più che ormai lo sa bene: gli Stati Uniti non hanno nessuna intenzione di riprendere la guerra». Ian Bremmer è l’analista esperto di rischi globali, a capo del think tank Eurasia Group, fra i più influenti di Washington. Delle relazioni fra Iran, Stati Uniti e Paesi del Golfo ha appena scritto in un lungo articolo sull’ultimo numero di Foreign Affairs.
Quel che sta accadendo nel Golfo fa pensare a una nuova escalation. Lei che ne pensa?
«Non c’è alcun tentativo di riprendere la guerra. Certo, capita che gli iraniani abbattano un elicottero statunitense o colpiscano una nave in transito, atti cui gli americani rispondono militarmente. Ma è tutto molto mirato e contenuto. Insomma, definirei questa fase come parte di un cessate il fuoco imperfetto, ma nei confini delle dinamiche di una tregua. Non possiamo ignorare che da Hormuz sta comunque passando molto più petrolio di quanto ne sia transitato negli ultimi mesi, che i prezzi stanno scendendo e la recessione globale è per ora scongiurata. Per Donald Trump, che d’altronde stava cercando una via d’uscita già da tempo, sono le cose che contano di più. Quanto sta accadendo ora fa parte della partita negoziale».
Quindi le scaramucce proseguiranno?
«Assisteremo ad ulteriori schermaglie sporadiche e questo non è certo rassicurante. Perché quando le cose sono in bilico possono sempre degenerare. La situazione resterà pericolosa per un bel po’ e questo contribuirà a dipingere gli americani come i veri sconfitti. Ma il punto importante per il mondo è che lo stretto resterà più o meno aperto. A quali patti, ancora non lo sappiamo: perché, appunto, gli americani chiaramente non vogliono tornare in guerra e questo fa sentire gli iraniani in vantaggio. Probabilmente andranno avanti con la loro pretesa di avere soldi da tutti i Paesi che usano lo Stretto. Personalmente ritengo che ci saranno degli accordi fra nazioni del Golfo e Iran che esulano dagli Stati Uniti».
Di che tipo?
«Quei Paesi sanno di dover raggiungere una qualche forma di convivenza con l’Iran che permetta loro di tornare alla normalità. E questo potrebbe significare, appunto, dover pagare per non essere attaccati, ospitare meno basi americane o averne di più piccole, accettare che l’Iran abbia missili balistici, e così via. Sono tutti argomenti di cui si discuterà di sicuro nei mesi a venire. Intanto, già si profila una divisione fra i principali Paesi del Golfo. Con gli Emirati sempre più vicini a Israele e Usa e i sauditi propensi a una grande alleanza di Paesi musulmani. Col tempo credo poi che Riad si avvicinerà di più a Pechino, considerandolo alleato più solido di Washington. Il principe Mohammad Bin Salman ci sta pensando: è giovane e sarà ancora al potere quando l’attuale generazione di leader sarà scomparsa».
E Trump come la prenderà?
«Trump ha intrapreso la guerra in Iran partendo dal presupposto che sarebbe stata rapida e vincente e gli avrebbe portato grandi vantaggi economici. Quando non è stato così, ha rinunciato alla maggior parte degli obiettivi della guerra e ha detto che spetta alla regione decidere cosa fare rispetto a missili balistici, natura del regime, sostegno ai gruppi armati. E ho anche l’impressione che vada verso una sorta di disimpegno regionale, cioè che non voglia mantenere ancora a lungo un importante numero di truppe nel Golfo, che per lui rappresentano pure un costo importante».