Usa-Iran, raid e minacce per il controllo di Hormuz. “La tregua appesa a un filo”
dal nostro corrispondente Paolo MastrolilliNEW YORK – Ormai del cessate il fuoco sembra rimasto solo il nome, tra attacchi, rappresaglie e minacce, che si ripetono ogni giorno nel Golfo Persico e negli Stati Uniti. Resta però la speranza che non facciano saltare il memorandum of understanding tra Stati Uniti e Iran che attraverso i negoziati ancora in corso dovrebbe portare ad una soluzione definitiva nel giro di 60 giorni, estendibili. Speranza alimentata dall’intesa, annunciata in serata dai media occidentali, a fermare gli attacchi e riprendere in settimana le trattative a Doha. Se l’accordo reggerà, lo si capirà nelle prossime ore.
L’ultima escalation, secondo gli americani, è cominciata giovedì scorso, quando gli iraniani hanno lanciato alcuni droni contro una nave commerciale che attraversava il Canale di Hormuz. Il motivo, come ha ripetuto ieri il ministro degli Esteri Araghchi, è che la Repubblica islamica ritiene di avere il controllo esclusivo dello Stretto, e quindi non accetta che venga violato, ad esempio usa…
NEW YORK – Ormai del cessate il fuoco sembra rimasto solo il nome, tra attacchi, rappresaglie e minacce, che si ripetono ogni giorno nel Golfo Persico e negli Stati Uniti. Resta però la speranza che non facciano saltare il memorandum of understanding tra Stati Uniti e Iran che attraverso i negoziati ancora in corso dovrebbe portare ad una soluzione definitiva nel giro di 60 giorni, estendibili. Speranza alimentata dall’intesa, annunciata in serata dai media occidentali, a fermare gli attacchi e riprendere in settimana le trattative a Doha. Se l’accordo reggerà, lo si capirà nelle prossime ore.
L’ultima escalation, secondo gli americani, è cominciata giovedì scorso, quando gli iraniani hanno lanciato alcuni droni contro una nave commerciale che attraversava il Canale di Hormuz. Il motivo, come ha ripetuto ieri il ministro degli Esteri Araghchi, è che la Repubblica islamica ritiene di avere il controllo esclusivo dello Stretto, e quindi non accetta che venga violato, ad esempio usando rotte più vicine alle coste dell’Oman. Sullo sfondo poi ci sono i contrasti legati al Libano, che secondo Teheran dovrebbe essere incluso nella tregua, mentre Hezbollah ha rigettato l’accordo appena siglato dallo Stato ebraico con Beirut.
Ieri i pasdaran hanno detto di aver sparato contro la base aerea americana Ali Al Salem in Kuwait, e quella navale in Bahrain, in risposta agli attacchi lanciati dal Pentagono contro dieci obiettivi iraniani, presi di mira per replicare ad altri atti ostili degli ayatollah. Il presidente Trump ha avvertito via social che queste operazioni condotte da Teheran sono una violazione del cessate il fuoco e se continueranno ci saranno conseguenze gravi: «Potrebbe venire il momento in cui noi non saremo più in grado di essere ragionevoli, e verremo costretti a completare militarmente il lavoro che abbiamo iniziato con grande successo. Se ciò succedesse, la Repubblica islamica dell’Iran cesserebbe di esistere». Ieri l’ambasciatore statunitense all’Onu Mike Waltz ha avvertito che Trump non consentirà agli ayatollah di «controllare illegalmente una rotta navale internazionale e non resterà fermo senza una risposta se continueranno gli attacchi alle navi internazionali».
La realtà è che Teheran è convinta di avere il coltello dalla parte del manico, perché il capo della Casa Bianca non vuole riprendere una guerra che minaccia di costargli cara alle elezioni midterm di novembre, e ormai ha capito di non avere la possibilità di cambiare il regime solo con i bombardamenti dall’aria. Perciò gli iraniani non abbassano la tensione, anche per usarla al tavolo del negoziato.
L’altro fronte aperto resta però quello del Libano, dove le forze armate israeliane hanno detto ieri di aver ucciso un militante di Hezbollah, responsabile delle morte di due soldati dello Stato ebraico nel sud del paese. Il capo di stato maggiore Eyal Zamir ha dichiarato che «onoreremo l’accordo con il Libano affinché abbia successo, ma restiamo in controllo di alcune zone meridionali del Paese e pronti ad un rapido ritorno ai combattimenti».
Secondo il sito Axios però Washington ha chiesto allo Stato ebraico due modifiche al testo dell’accordo, tra cui il ritiro da un villaggio nel sud, per favorirne l’attuazione. Una conferma che Trump non è disposto ad accettare ogni iniziativa di Netanyahu, se rischia di compromettere i suoi piani per chiudere la guerra.
Secondo il Wall Street Journal, infatti, questi scontri hanno già fatto saltare una nuova sessione di negoziati programmata in Svizzera durante il fine settimana, quindi ritardando e complicando la trattativa voluta dal capo della Casa Bianca. Un altro appuntamento è ancora in calendario per il 2 luglio in Qatar, allo scopo di discutere i beni iraniani congelati all’estero. Poi le trattative passeranno al nucleare. Il dialogo dunque prosegue, ma appeso ad un filo.