Sotto tende in cui si soffoca per il caldo, a Gaza 28mila giovani stanno cercando di prepararsi per gli esami di maturità, conosciuti come “Tawjihi”, la porta di accesso per l’università. Tutto ciò avviene in una situazione tragica, in cui le istituzioni educative sono state distrutte in una Striscia che invece potrebbe vantare uno dei più alti tassi di alfabetizzazione al mondo.
Da docente insegnavo in una splendida scuola, la Rosary Sisters School. Aveva aule confortevoli e arredi adeguati. E non era un’eccezione: era una realtà comune a Gaza. Insegnavo alle classi quinta e sesta della primaria. Sono una giornalista, ma il lavoro di docente è stato la parte più bella della mia vita. Mi svegliavo presto e mi vestivo con cura. Arrivavo in anticipo e salutavo gli studenti, poi uscivamo in cortile per gli esercizi del mattino. Le lezioni iniziavano tra risate, giochi e studio e trascorrevo con loro gran parte della giornata. L’istituto comprendeva anche le superiori, fino al liceo. Rico…
Sotto tende in cui si soffoca per il caldo, a Gaza 28mila giovani stanno cercando di prepararsi per gli esami di maturità, conosciuti come “Tawjihi”, la porta di accesso per l’università. Tutto ciò avviene in una situazione tragica, in cui le istituzioni educative sono state distrutte in una Striscia che invece potrebbe vantare uno dei più alti tassi di alfabetizzazione al mondo.
Da docente insegnavo in una splendida scuola, la Rosary Sisters School. Aveva aule confortevoli e arredi adeguati. E non era un’eccezione: era una realtà comune a Gaza. Insegnavo alle classi quinta e sesta della primaria. Sono una giornalista, ma il lavoro di docente è stato la parte più bella della mia vita. Mi svegliavo presto e mi vestivo con cura. Arrivavo in anticipo e salutavo gli studenti, poi uscivamo in cortile per gli esercizi del mattino. Le lezioni iniziavano tra risate, giochi e studio e trascorrevo con loro gran parte della giornata. L’istituto comprendeva anche le superiori, fino al liceo. Ricordando quando anch’io ero una studentessa delle superiori durante la guerra del 2008, incoraggiavo gli allievi a perseverare e essere forti. Ogni anno la nostra scuola organizzava una cerimonia di diploma elegante e piena di gioia. Poi tutti uscivano con le famiglie in auto, attraversando le strade di Gaza tra canti, musica e applausi.
Quando la guerra è iniziata la prima cosa che mi è mancata sono stati loro, la scuola e i miei studenti. Ho cercato di contattarli per aiutarli, ma Internet non funzionava. Così sono andata nei campi per gli sfollati e ho iniziato a insegnare nelle tende. I ragazzi si lamentavano del caldo e delle responsabilità che erano costretti ad affrontare: cercare acqua e cibo, prendersi cura dei fratelli più piccoli e svolgere altre incombenze. Cercavo di spiegare le lezioni, ma sembrava che le loro menti non riuscissero più ad assimilare le informazioni, e alla fine anch’io stavo per svenire dalla fame. Decisi di fondare un centro educativo che aiutasse i bambini a riprendere gli studi. Rimasi sconvolta nello scoprire che alcuni ragazzi di 13 anni non sapevano né leggere né scrivere. L’esercito israeliano è riuscito a distruggere tutte le istituzioni educative e ha cercato di diffondere l’ignoranza. Nonostante ciò, il mondo dell’istruzione a Gaza, pur con risorse estremamente limitate, continua a impegnarsi per salvare un’intera generazione. La situazione è difficile, ma non esistono alternative, come spiegano due ragazzi alle prese con gli esami.
«Nella tenda vengo disturbata continuamente dalle persone sfollate – racconta Rana Al-Taweel, 18 anni, che vive nella zona di Al-Mawasi – A volte aspetto fino a notte per studiare, ma allora spesso iniziano i bombardamenti». Anche Ahmed Harb, 18 anni, di Gaza City, fa fatica a prepararsi: «Soffro di dolori al collo e alla schiena per il tempo trascorso seduto sul pavimento. Quando devo sostenere un esame chiedo a tutti se hanno una buona connessione, così che il test non si interrompa e io non perda punti. Voglio diventare medico, l’ho promesso alla mia famiglia, anche se in questi anni ho visto medici arrestati e uccisi. La guerra è iniziata quando frequentavo il decimo anno e ora sono all’ultimo delle superiori. Siamo costretti a sopportare, non abbiamo altra scelta».