Gideon Levy: “Noi israeliani, vittime del 7 ottobre, nella guerra a Gaza abbiamo perso ogni limite”
di Daniele Castellani PerelliGideon Levy, 73 anni, intellettuale e storica firma del quotidiano progressista Haaretz, è da decenni la voce critica di Israele. E la sua analisi di come il suo Paese sia cambiato dall’inizio della guerra a Gaza è sconfortante.
Sono trascorsi mille giorni. Immaginava che la guerra sarebbe stata una simile catastrofe, per citare il titolo del suo ultimo libro?
«Immaginavo che il governo israeliano avrebbe usato i crimini commessi da Hamas il 7 ottobre per scatenarsi in maniera furiosa su Gaza, ma non che la furia sarebbe stata così crudele e barbarica. E pensavo che gli americani a un certo punto lo avrebbero fermato, cosa che invece non è successa».
Quali sono stati i risultati politici di questa guerra?
«Israele non ha ottenuto nulla. Hamas è viva e vegeta, militarmente è stata sconfitta ma può riprendersi velocemente, e forse politicamente è anche più forte di prima. Non voglio drammatizzare, ma politicamente qu…
Gideon Levy, 73 anni, intellettuale e storica firma del quotidiano progressista Haaretz, è da decenni la voce critica di Israele. E la sua analisi di come il suo Paese sia cambiato dall’inizio della guerra a Gaza è sconfortante.
Sono trascorsi mille giorni. Immaginava che la guerra sarebbe stata una simile catastrofe, per citare il titolo del suo ultimo libro?
«Immaginavo che il governo israeliano avrebbe usato i crimini commessi da Hamas il 7 ottobre per scatenarsi in maniera furiosa su Gaza, ma non che la furia sarebbe stata così crudele e barbarica. E pensavo che gli americani a un certo punto lo avrebbero fermato, cosa che invece non è successa».
Quali sono stati i risultati politici di questa guerra?
«Israele non ha ottenuto nulla. Hamas è viva e vegeta, militarmente è stata sconfitta ma può riprendersi velocemente, e forse politicamente è anche più forte di prima. Non voglio drammatizzare, ma politicamente quello che più conta è che oggi tutto il mondo ci guarda diversamente, inclusi gli Stati Uniti e le comunità ebraiche all’estero. È un punto di svolta. Per anni in tanti hanno pensato “ora basta”, ma, dopo Gaza, c’è la sensazione che non ci riprenderemo più. I crimini israeliani nella Striscia sono un carburante magnifico per gli antisemiti di tutto il mondo, ma non c’è bisogno di essere antisemiti per odiare i responsabili di un massacro che ha tolto la vita a ventimila bambini. Quindi a preoccuparci non dev’essere l’odio degli antisemiti, che purtroppo è scontato, ma quello delle persone coscienziose del mondo».
Come è cambiato Israele?
«In modo drammatico. Però non a causa della guerra a Gaza, ma del 7 ottobre, che ha ucciso gli ultimi resti del campo pacifista. La sinistra è finita. Nell’opposizione nessuno era contrario al conflitto. Quel massacro ha fatto credere agli israeliani che potevano reagire come volevano, senza limiti legali o morali, e che a Gaza non esistono innocenti, sono tutti di Hamas».
Qual è stato il ruolo dei media?
«Hanno una grave responsabilità, hanno fatto il lavaggio del cervello ai cittadini contribuendo alla nascita di un nuovo Israele. Però i media hanno solo dato agli spettatori ciò che questi chiedevano, ovvero di non vedere e non sapere niente della Striscia. Un qualsiasi cittadino di Bergamo ha visto più immagini di Gaza di un israeliano medio. È un circolo vizioso in cui i media tradiscono la propria missione e i cittadini ne sono felici. Perché se non vedi Gaza allora il problema Gaza dov’è? Non esiste. E, siccome noi non abbiamo fatto niente di male e siamo innocenti, allora gli altri che ci criticano devono essere per forza degli antisemiti».
Tutto è iniziato con il massacro del 7 ottobre. È stato uno shock per lei?
«Non potevo crederci, pensavo fosse una fake news. Il primo shock è stato proprio questo, realizzare che fosse stato possibile dopo tutti i soldi che il governo aveva investito nelle barriere di sicurezza. E invece non c’erano né soldati né aerei a fermare Hamas».
È ancora una ferita aperta per gli israeliani?
«Sì. E i media fanno di tutto perché continui ad esserlo. Perché più parliamo del 7 ottobre e meno parliamo dei crimini di Israele a Gaza».
Il massacro è stata un’idea folle, oltre che orribile, da parte di Hamas. Era chiaro che non avrebbe “liberato” la Palestina e avrebbe provocato la furia israeliana.
«Sì e no. Sì, è stato un errore orribile. Ma così, se vogliamo guardarlo attraverso il punto di vista politico di Hamas, è stato fermato il riconoscimento saudita di Israele e la questione palestinese è tornata ad essere al centro dell’interesse globale, tantissime persone ne parlano in ogni angolo del mondo. Ne è valsa la pena? Assolutamente no. Ma queste sono state le conseguenze, politicamente Hamas non ha perso».
E come avrebbe dovuto reagire Israele?
«Con una risposta proporzionata e limitata. Non con una guerra barbarica che, al di là delle questioni legali e morali, non è nell’interesse di Israele».
Come si può fermare questa catena di odio?
«Non può essere fermata. Nulla può fermarla. Perché Israele non è pronto a prendersi la responsabilità dei suoi crimini e a fare in modo che non si ripetano in futuro. Al contrario, sta replicando lo stesso schema in Libano. Cancellare Gaza ci ha reso più sicuri?».
Dopo Netanyahu, vede qualche speranza?
«No. Le persone che prenderanno il posto del primo ministro saranno meglio di lui sotto tanti aspetti. Ma sosterranno tutti le stesse politiche: l’occupazione, la guerra a Gaza, l’apartheid. Nessun candidato fa sperare in un cambio radicale. E la società civile è totalmente morta dopo il 7 ottobre. Sì, si è attivata per gli ostaggi e contro Netanyahu. Ma non contro la guerra a Gaza».