La bara di Khamenei a Teheran: via al funerale lungo sette giorni
di Gabriella ColarussoAll’alba la scenografia era già pronta. La bara di Ali Khamenei avvolta nel tricolore iraniano, esposta nella grande Moschea di Mosalla, a Teheran, in uno spazio solenne e austero. Con lui le salme del genero, della figlia maggiore, della nuora, Zahra Haddad Adel, la moglie di Mojtaba e la piccola bara con la nipote dell’ayatollah, Zahra, 14 mesi appena, uccisa con gli altri nel raid israeliano-americano nelle prime ore della guerra.
Il grande rito dell’addio all’uomo che per 37 anni ha dominato l’Iran è iniziato ieri, in una Teheran semideserta e blindata per l’evento, con polizia e agenti dappertutto e ovunque l’immagine simbolo di questa settimana in cui la Repubblica islamica piangerà il suo leader più longevo e celebrerà la sua resilienza: il pugno di Khamenei con l’evocazione “Dobbiamo ribellarci”. Al nemico americano e alla sua “appendice sionista”, s’intende, secondo il linguaggio del sistema, che sfila, turbato e commosso, per rendere omaggio al comandante.
Ieri il commiato e…
All’alba la scenografia era già pronta. La bara di Ali Khamenei avvolta nel tricolore iraniano, esposta nella grande Moschea di Mosalla, a Teheran, in uno spazio solenne e austero. Con lui le salme del genero, della figlia maggiore, della nuora, Zahra Haddad Adel, la moglie di Mojtaba e la piccola bara con la nipote dell’ayatollah, Zahra, 14 mesi appena, uccisa con gli altri nel raid israeliano-americano nelle prime ore della guerra.
Il grande rito dell’addio all’uomo che per 37 anni ha dominato l’Iran è iniziato ieri, in una Teheran semideserta e blindata per l’evento, con polizia e agenti dappertutto e ovunque l’immagine simbolo di questa settimana in cui la Repubblica islamica piangerà il suo leader più longevo e celebrerà la sua resilienza: il pugno di Khamenei con l’evocazione “Dobbiamo ribellarci”. Al nemico americano e alla sua “appendice sionista”, s’intende, secondo il linguaggio del sistema, che sfila, turbato e commosso, per rendere omaggio al comandante.
Ieri il commiato era riservato agli apparati e ai dignitari stranieri, oggi inizia il funerale vero e proprio aperto al pubblico che solo a Teheran durerà tre giorni e culminerà con una processione di 10 chilometri.
La composizione degli inviati esteri riflette le alleanze dell’Iran e il suo parziale isolamento. Iraq, Pakistan, Armenia e Tagikistan hanno inviato delegazioni ai massimi livelli, molti Stati arabi hanno preferito presidenti di parlamento ma non capi di stato. Come la Cina e la Russia, le due nazioni a cui Khamenei aveva sempre guardato per sottrarre l’Iran all’influenza dell’odiato Occidente. Per Mosca c’è Medvedev, l’ex presidente. Gli europei non sono stati invitati, rivendica il ministero degli Esteri, perché hanno sostenuto la guerra di aggressione americana.
Sfilano davanti al feretro gli altri leader della Repubblica islamica. Ahmad Vahidi, il comandante dei pasdaran che ha avuto un ruolo cruciale nella repressione sanguinosa di gennaio e poi nella strategia di guerra asimmetrica che ha messo in scacco gli americani, appare in pubblico per la prima volta. «Il sangue puro del nostro imam martire segnerà un’altra svolta nelle vittorie dell’amato Islam sulla scena mondiale», dice. Mohammad Bagher Ghalibaf, capo negoziatore, si commuove: «Dobbiamo insorgere affinché il mondo sappia che l’onorevole e nobile nazione dell’Iran non rimarrà in silenzio di fronte all’oppressione e all’arroganza».
Le autorità sperano di veder arrivare tra i 20 e i 30 milioni di persone a Teheran per una cerimonia funebre che durerà una settimana e si estenderà fino all’Iraq: nei piani dell’apparato, una manifestazione di potenza, unità e resilienza. Con molte incognite. La prima riguarda il nuovo Leader supremo, Mojtaba, mai apparso in pubblico dall’inizio della guerra. La sua prolungata assenza sta gettando un’ombra di incertezza sul futuro del sistema. L’altra è come reagiranno i cittadini. Tantissimi sono già in viaggio verso la capitale, che sta preparando 50 milioni di pagnotte per sfamare tutti. Tanti altri hanno lasciato la città per non celebrare l’uomo che ritengono responsabile di infiniti lutti.