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Franzen: “La nostra festa rimasta senza un senso nell’America avvelenata”

Jonathan Franzen

 

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Il grande romanziere e le celebrazioni per il 4 luglio. “C’è molto meno entusiasmo rispetto a dieci anni fa. Trump e i suoi scagnozzi hanno intossicato la vita pubblica”
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WASHINGTON – «Temo che il sapore distintivo dell’indipendenza americana, a cui persone di ogni tendenza politica potevano partecipare anche solo dieci anni fa, possa andare perduto per sempre». In altre parole, Jonathan Franzen ci sta avvertendo che l’America rischia di celebrare in realtà la propria fine, questo 4 luglio. Non la fine fisica, magari, ma quella della condivisione universale dei valori che hanno reso il suo esperimento democratico un qualcosa di davvero fuori dall’ordinario nella nostra storia, pur con tutti i limiti e difetti propri del genere umano. E proprio perciò fonte di ispirazione anche fuori dai suoi confini, dove invece oggi l’ideologia “America First” cerca forsennatamente, e forse anche stoltamente, di costringerla.

Colpisce ascoltare queste riflessioni condivise con Repubblica da uno come lui, che dopo la pubblicazione nel 2001 di Le correzioni era stato esaltato da Time come il nuovo «Great American Novelist», il grande romanziere americano. Un uomo del Mi…

WASHINGTON – «Temo che il sapore distintivo dell’indipendenza americana, a cui persone di ogni tendenza politica potevano partecipare anche solo dieci anni fa, possa andare perduto per sempre». In altre parole, Jonathan Franzen ci sta avvertendo che l’America rischia di celebrare in realtà la propria fine, questo 4 luglio. Non la fine fisica, magari, ma quella della condivisione universale dei valori che hanno reso il suo esperimento democratico un qualcosa di davvero fuori dall’ordinario nella nostra storia, pur con tutti i limiti e difetti propri del genere umano. E proprio perciò fonte di ispirazione anche fuori dai suoi confini, dove invece oggi l’ideologia “America First” cerca forsennatamente, e forse anche stoltamente, di costringerla.

Colpisce ascoltare queste riflessioni condivise con Repubblica da uno come lui, che dopo la pubblicazione nel 2001 di Le correzioni era stato esaltato da Time come il nuovo «Great American Novelist», il grande romanziere americano. Un uomo del Midwest, nato in Illinois e cresciuto in Missouri, che raccontando l’epopea della disfunzionale famiglia midwestern dei Lambert aveva cercato di invitare gli Stati Uniti a riflettere sulla propria disfunzionalità nazionale e la pericolosa direzione intrapresa. Ora Franzen sta scrivendo il secondo capitolo della trilogia iniziata con Crossroads, anticipata sul New Yorker pubblicando la storia A Talent for Seeming. La protagonista è un’adolescente del Montana, Adele, che si mette in testa di fare l’attrice. Dunque America sempre più profonda, ma a maggior ragione determinata a realizzare il proprio sogno. Seppure nella confusione tra l’ispirazione artistica e la devozione religiosa, che tanta parte ha sempre avuto e sta avendo nella trasformazione del Paese, fondato dai pellegrini sfuggiti alle persecuzioni europee, ma poi forgiato dai principi laici dei padri fondatori che l’amministrazione Trump sta minando, fino al punto di mettere in discussione la separazione tra Chiesa e Stato.

Franzen inizia il suo ragionamento partendo dalla freddezza con cui un’ampia parte degli Stati Uniti vive un’occasione che invece dovrebbe unire ed esaltare. A partire dal flop della Great American State Fair che il presidente Donald Trump ha voluto organizzare sul Mall di Washington, ma viene disertata dal pubblico, dove non manca chi si prepara ad ignorare del tutto un appuntamento storico ormai non più condiviso, o magari volutamente dirottato da una sola parte politica che si sente depositaria dell’ortodossia americana.

«Sento meno entusiasmo – ci dice lo scrittore – per il Duecentocinquantesimo anniversario della fondazione degli Stati Uniti, rispetto a quanto ce ne fosse per un Quattro luglio a caso, dieci o vent’anni fa». Franzen non teme di fare la sua diagnosi sul motivo di questa mancanza di entusiasmo, per un evento che invece avrebbe offerto un’occasione unica per provare a riunificare un Paese così spaccato sul piano culturale, prima ancora che politico: «È una misura di quanto Trump e i suoi minions, i suoi scagnozzi, abbiano avvelenato la vita pubblica qui in America».

Lo scrittore allarga poi la sua diagnosi alle cause ancora più profonde, che vanno oltre la stessa persona di Trump e minacciano di sopravvivergli, anche quando non dovesse più occupare la Casa Bianca: «Questo sentimento potrebbe riflettere una disperazione verso l’idea di “We the People”, “Noi il popolo”, il preambolo che apre la Costituzione. La sensazione che ormai tutto il potere risieda nell’industria tecnologica e nei miliardari».

Vorrebbe dire che l’esperimento americano ha perso la sua stessa anima, non perché non abbia sempre favorito l’imprenditorialità e l’ingegnosità capitalistica venerata da Trump, ma perché al centro del progetto non c’è più il popolo, che lo aveva iniziato gettando nel porto di Boston le casse di tè tassate dall’impero britannico. Secondo questa interpretazione, checché ne dica il presidente, il movimento Maga sarebbe diventato solo uno specchietto per le allodole, l’utile idiota, il cavallo di Troia dentro cui si nascondono i veri interessi di chi possiede e governa il Paese.

Perciò Franzen pare assai pessimista sulla possibilità di uscirne fuori, resuscitando l’anima perduta dell’America, anche a beneficio di chi finora l’aveva ammirata, almeno nell’Occidente, come fonte di esempio e ispirazione: «Possiamo sperare che ci sia una reazione nelle elezioni midterm di novembre, ma temo che il sapore distintivo dell’indipendenza americana, a cui persone di ogni tendenza politica potevano partecipare anche solo dieci anni fa, possa andare perduto per sempre».

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