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“Ho fondato i pasdaran ma la rivoluzione si è spenta, ora sono esequie di regime”

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Moshen Sazegara: “Ero all’addio a Khomeini nel 1989 e c’era un clima di speranza. Adesso la gente non vede una luce”
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Quando nel giugno dell’89 seppellirono Khomeini, gli iraniani uscivano da una guerra devastante ma con l’idea che le cose sarebbero andate meglio. Oggi consegnano alla Storia il leader che li ha governati per 37 anni senza «speranze sul futuro», dice Mohsen Sazegara, che fu braccio destro di Khomeini e tra i fondatori dei pasdaran: durante l’esilio in Francia, era lui l’uomo che si occupava di far arrivare in Iran le famose audiocassette registrate con i discorsi dell’ayatollah.

Che effetto le fa l’addio a Khamenei?

«Nessuno in particolare. Il regime cercherà di organizzare un grande spettacolo per dimostrare che la maggioranza della popolazione lo sostiene, mobilitando tutte le province, agevolando vitto, alloggio, dando vacanze a tutti. Molti sono già partiti per le ferie, gli uffici sono chiusi, le aziende sono ferme. Teheran è quasi deserta».

Trentasette anni fa i funerali di Khomeini. Cosa ricorda?

«Fu molto diverso. La rivoluzione era agli inizi. Uscivamo da 8 anni di guerr…

Quando nel giugno dell’89 seppellirono Khomeini, gli iraniani uscivano da una guerra devastante ma con l’idea che le cose sarebbero andate meglio. Oggi consegnano alla Storia il leader che li ha governati per 37 anni senza «speranze sul futuro», dice Mohsen Sazegara, che fu braccio destro di Khomeini e tra i fondatori dei pasdaran: durante l’esilio in Francia, era lui l’uomo che si occupava di far arrivare in Iran le famose audiocassette registrate con i discorsi dell’ayatollah.

Che effetto le fa l’addio a Khamenei?

«Nessuno in particolare. Il regime cercherà di organizzare un grande spettacolo per dimostrare che la maggioranza della popolazione lo sostiene, mobilitando tutte le province, agevolando vitto, alloggio, dando vacanze a tutti. Molti sono già partiti per le ferie, gli uffici sono chiusi, le aziende sono ferme. Teheran è quasi deserta».

Trentasette anni fa i funerali di Khomeini. Cosa ricorda?

«Fu molto diverso. La rivoluzione era agli inizi. Uscivamo da 8 anni di guerra con l’Iraq, ma la gente era felice. Era il momento di ricostruire il Paese, tutti si aspettavano un futuro radioso. Khomeini era ancora popolare. Circa 5 milioni di persone lo piansero e nessuno cercò di portarle in piazza. Adesso, la stragrande maggioranza del Paese non vede la luce. Povertà, inflazione, disoccupazione: con questo fanno i conti gli iraniani».

Lei, allora, ci credeva ancora alla rivoluzione islamica?

«Ero stato un giovane rivoluzionario. Quando Khomeini morì avevo 34 anni e vedevo i suoi errori, la repressione, l’uccisione dei prigionieri politici, la presa di ostaggi nell’ambasciata Usa. La decisione di prolungare la guerra. Avevo iniziato a rivedere le mie idee fin dal 1984. Sapevo che il problema della Repubblica islamica non era casuale, era fondamentale: la teoria del velayat-e faqih, l’islamismo a fondamento della Costituzione. Il funerale di Khomeini lo guardai alla tv».

Mohsen Sazegara

 

Come sarà la terza Repubblica islamica di Mojtaba Khamenei?

«Non si sa. Dobbiamo aspettare e vedere, se è ancora vivo».

Dubita che lo sia?

«Dicono che non si sia mai mostrato per motivi di sicurezza, ma se sei nascosto sottoterra, puoi farti un video e trasmetterlo. Se non verrà al funerale di suo padre, di sua moglie e di sua sorella, c’è un grosso problema. Forse è ferito gravemente».

È lui il leader al comando o la guerra ha prodotto una sorta di leadership collettiva?

«La Costituzione assegna più dell’80% del potere al leader supremo, che nomina il capo della magistratura, è il comandante delle Forze armate, di sicurezza, di polizia. Ha in mano la radio e la tv nazionale. Il 50% del Pil dell’Iran è gestito da aziende che fanno riferimento alla Guida: nel suo ufficio lavorano 1.500 persone».

E i pasdaran?

«Alcuni di loro potrebbero avere ambizioni politiche. Dopo una guerra, le forze armate che hanno l’hanno vinta hanno più influenza, ma nel sistema iraniano c’è una distribuzione del potere capillare e le Guardie non sono un’unica organizzazione. Khamenei ha creato un dispotismo fondato sulla macchina repressiva. Il ministero dell’Intelligence conta oltre 35mila membri. L’intelligence dei pasdaran, che lavora a stretto contatto con il leader, oltre 70mila. E non dimentichiamo che il leader ha nominato oltre 160mila religiosi legati alla sua famiglia come suoi rappresentanti ovunque».

Vuole dire che non emergerà un Bonaparte iraniano?

«La lotta per il potere in Iran è in corso. Se, per esempio, Ghalibaf volesse diventare l’uomo forte di Teheran dovrebbe sfidare il leader e cambiare la Costituzione».

La guerra ha rafforzato il sostegno alla Repubblica islamica?

«Nessuno può dire con certezza cosa pensi ora il popolo iraniano. Sicuramente la maggioranza non è soddisfatta della situazione attuale a causa della povertà, della brutalità dell’apparato, ed è confusa. Non sa cosa volere, cosa aspettarsi. Reza Pahlavi ha venduto alle persone l’illusione che fosse possibile cambiare le cose in un paio di settimane, scendendo in piazza, senza capire quanto il sistema fosse preparato a uccidere pur di sopravvivere. L’altro errore è stata la guerra senza strategia di Trump, sbagliata fin dall’inizio. La priorità ora è l’economia. Chiunque riuscirà a risolvere i problemi economici degli iraniani avrà molta influenza anche in politica».

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