Nato, intesa sull’Ucraina: 70 miliardi per due anni. Ankara, test per l’alleanza
dal nostro corrispondente Claudio TitoMacerie in un quartiere di Kiev
(agf)BRUXELLES – La “Pace Transatlantica”, i soldi all’Ucraina, la Nato 2.0 con più Europa e meno America e il ruolo della Turchia nell’Unione europea. Martedì ad Ankara si apre forse il summit dell’Alleanza atlantica più delicato degli ultimi anni. Mai la tensione all’interno dell’Organizzazione è stata così alta. E saranno questi i punti su cui i 32 membri si dovranno confrontare per provare a mostrarsi di nuovi uniti. Partendo da un presupposto: gli schiaffoni riservati da Donald Trump ai partner storici degli Stati Uniti hanno rivoluzionato i rapporti nel fronte occidentale e che lo stesso tycoon, per far capire quanto si senta distante dal Vecchio Continente, non vuole più incontrare gli alleati ogni anno ma ogni due.
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BRUXELLES – La “Pace Transatlantica”, i soldi all’Ucraina, la Nato 2.0 con più Europa e meno America e il ruolo della Turchia nell’Unione europea. Martedì ad Ankara si apre forse il summit dell’Alleanza atlantica più delicato degli ultimi anni. Mai la tensione all’interno dell’Organizzazione è stata così alta. E saranno questi i punti su cui i 32 membri si dovranno confrontare per provare a mostrarsi di nuovi uniti. Partendo da un presupposto: gli schiaffoni riservati da Donald Trump ai partner storici degli Stati Uniti hanno rivoluzionato i rapporti nel fronte occidentale e che lo stesso tycoon, per far capire quanto si senta distante dal Vecchio Continente, non vuole più incontrare gli alleati ogni anno ma ogni due.
Nessuno si aspetta dunque che nella capitale turca il presidente statunitense cambi linea. Insisterà sulla necessità che lo sforzo economico e bellico sia equamente ripartito: ha definito «ridicola» l’attuale distribuzione della spesa largamente a carico di Washington. Nell’ultima bozza della dichiarazione finale, infatti, il riferimento alla necessità che tutti arrivino a spendere per la difesa almeno il 3,5 per cento del pil viene considerato un elemento acquisito, scontato e necessario. A questo verrà aggiunta la prospettiva di una «cooperazione industriale» sugli armamenti e sui sistemi di sicurezza. Uno scenario che per l’Europa significa dover coordinare le attività produttive in questo settore, per gli Usa acquisire un ruolo di maggior “esportatore”. Saranno allora i pilastri su cui poggiare quella che viene definita la “Pace Transatlantica”. I due giorni di vertice ad Ankara rappresenteranno insomma il test della verità per capire se questa “pace” all’interno del fronte occidentale possa essere davvero siglata.
In questo quadro costituiscono un elemento fondamentale i fondi destinati all’Ucraina. L’impegno, nei giorni scorsi contestato dall’Italia, a finanziare Kiev per 70 miliardi di euro quest’anno e il prossimo, è stato alla fine confermato nella Dichiarazione finale. Il governo italiano lo ha dunque accettato. Un passaggio decisivo perché si trattano di risorse a carico di tutti gli alleati, tranne gli Usa. L’Ue ha già approvato il prestito da 30 miliardi al quale vanno aggiunti, appunto, altri 40. Washington, invece, continuerà a garantire l’assistenza logistica e a vendere armi al Vecchio Continente attraverso il programma Purl. In realtà questi 40 miliardi ricadranno essenzialmente su un gruppo limitato di partner, una decina, tra cui appunto il nostro Paese. Una cifra ingente che inevitabilmente condizionerà le diverse campagne elettorali previste per il prossimo anno.
Il summit di Ankara può quindi ridisegnare la Nato del XXI secolo. In cui i compiti europei saranno crescenti e sostitutivi di quelli statunitensi. Uno dei messaggi, infatti, sarà “Stronger Europe in a stronger Nato”. Un’Europa più forte in una Nato più forte.
Il tutto si svolgerà in un contesto in cui la Cina viene ancora definita una «sfida competitiva» e in cui l’instabilità del Medio Oriente si è acuita in seguito al conflitto nel Golfo Persico. Per questo il Paese ospitante, la Turchia assumerà un ruolo crescente e non più marginale: per la sua posizione geografica e per la capacità militare e di produzione industriale bellica. La Nato senza la Turchia – è uno dei concetti espressi dagli sherpa di Erdogan nelle ultime settimane – è una Nato più debole. E anche l’Europa è meno sicura. Un messaggio inviato in primo luogo all’Ue che ha correttamente bloccato il processo di adesione di Ankara rilevandone i deficit democratici in diversi settori della vita pubblica. Un percorso, però, su cui il presidente turco vuole tornare insistendo, proprio nel corso del summit dell’Organizzazione atlantica, sulle dimensioni del suo esercito. Un confronto che farà scattare, a partire dalla prossima settimana, un dibattito più ampio sull’orientamento strategico dell’Alleanza che era stata sempre concepita anche come una comunità proprio di valori democratici.