Quest’anno ero in Florida durante la domenica del Super Bowl e sono andato in macchina a casa di un amico per guardare la partita. Ci avevo messo un po’ a prepararmi e avevo acceso la radio lungo il tragitto per seguire lo spettacolo prima del match, ed ero ancora in auto quando Brandi Carlile ha cantato America the Beautiful. Sono un grande fan di Brandi Carlile e visto che ero solo in macchina mi ero messo a canticchiare a bassa voce pure io, e probabilmente è per questo che improvvisamente, per la prima volta, sono rimasto folgorato dal verso finale: And crown thy good with brotherhood / From sea to shining sea.Che significa, mi sono chiesto? Crown thy good with brotherhood, ha coronato il tuo bene con la fratellanza…Katharine Lee Bates, che scrisse la poesia su cui è basata la canzone, voleva dire, apparentemente, che la ricompensa delle buone azioni era la fratellanza. Una formulazione molto interessante: per lei la conquista più grande era la fratellanza, non il «bene». Fare del bene era il mezzo, ma lo scopo supremo era la fratellanza.
Appena arrivato a casa del mio amico, ho cercato spiegazioni su internet. Bates scrisse la poesia originaria nel 1893, in un’epoca in cui gli Stati Uniti facevano i conti con l’avanzata tumultuosa dell’industrializzazione e dell’urbanizzazione e le cicatrici della Guerra di Secessione. Gli errori della Ricostruzione avevano lasciato il paese profondamente diviso. La nostra fratellanza come nazione all’epoca era tutt’altro che scontata, ed era normale, quindi, che la poetessa la celebrasse come ideale.
Ma ho trovato tante interpretazioni diverse. Una sosteneva che Bates con quel verso voleva rendere omaggio al «bene» dell’America – la sua bellezza naturale, le sue risorse e il suo «sogno patriottico» – ma lasciando intendere che tali qualità, per quanto nobili, di per sé erano incomplete: la «corona» era la fratellanza, ossia l’unità nazionale. Senza questa unità nazionale, il bene è solo un insieme di virtù individuali o di ricchezze senza uno scopo comune. L’America può avere «onde di grano ambrate» e «città di alabastro», ma se le persone che vivono in quelle città sono divise queste ricchezze non dureranno, o diventeranno semplicemente un altro oggetto di contesa. Mettendo la fratellanza al di sopra del bene, Katharine Lee Bates sembrava voler dire che con la fratellanza tutto è possibile, mentre senza la fratellanza nessun bene può reggere nel tempo.
Un’altra interpretazione era che Bates concepisse il bene come un’affermazione morale, e il premio autentico per un comportamento retto (e la fiducia sociale necessaria per generarlo) era la fratellanza e l’unità nazionale.
L’America first come lo concepisco io si compone di due parti. L’America dev’essere first, dev’essere prima, a radunare tutte le nazioni che riesce per dare vita a una coalizione globale, una fratellanza, con lo scopo di massimizzare i benefici e ammortizzare gli effetti più pesanti delle grandi sfide su scala planetaria che ci troviamo ad affrontare come specie (nello specifico: gestire l’intelligenza artificiale, i cambiamenti climatici, le migrazioni, le armi nucleari e biologiche, le pandemie) per sollevarci insieme, invece di cadere insieme. Questa è l’America come prima inter pares: abbiamo tanti difetti, ma nessun altro paese possiede la stessa nostra combinazione di potenza militare, innovazione tecnologica, capillarità del sistema finanziario, tradizioni democratiche e Stato di diritto, e nessun altro paese, di conseguenza, è meglio posizionato di noi per convincere gli altri a costruire una coalizione globale. Ma l’America dev’essere prima anche da un altro punto di vista, la prima nazione a dimostrare di essere in grado di prendere il proprio motto fondatore, e pluribus unum (l’unità dalla pluralità), e farlo funzionare in un paese dove i pluribus sono enormemente più diversi di quanto fossero le 13 colonie originarie. Dobbiamo forgiare qualcosa di enorme, una democrazia su scala continentale, multirazziale e autenticamente egualitaria, come non se ne sono mai viste nella storia.
Il mondo ha conosciuto imperi smisurati e con una grande diversità al loro interno, ma non ha mai conosciuto una democrazia così grande, con così tanta diversità, così profondamente interconnessa. Se l’America diventerà il primo paese capace di farla funzionare, potrà essere il modello e il mentore di un pluralismo radicale per il resto del mondo, come lo fu due secoli e mezzo fa per la democrazia.
Solo un’America del genere, un’America in grado una volta di più di costruire unità dalla pluralità anche se la pluralità è diventata molto più complessa di com’era, potrà diventare una guida credibile per il mondo del XXI secolo. Perché il mondo oggi assomiglia molto più di un tempo a noi, e noi assomigliamo molto di più al mondo.
È così che io intendo l’America first: coronare il nostro bene cementando la fratellanza dentro e fuori i nostri confini, da un mare radioso all’altro.
(Copyright The New York Times- la Repubblica. Traduzione di Fabio Galimberti)