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Centinaia di missili russi, l’ombra dello zar sul vertice che lascerà sola l’Europa

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Il continente è privo di difese contro i razzi e gli Stati Uniti ci mettono un anno a produrre le ogive che Mosca lancia in una notte
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L’eco delle esplosioni che hanno squarciato la notte di Kiev arriva dritta nel vertice Nato di Ankara. Perché è chiaro che la pioggia di missili contro l’Ucraina rappresenta un problema politico e militare per tutta l’Alleanza e soprattutto per i partner europei. Poche ore prima dell’attacco il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, è stato esplicito e ha parlato di «una guerra su vasta scala, poiché i finanziatori occidentali stanno di fatto partecipando ai combattimenti». Quella che 1593 giorni fa «è cominciata come un’operazione speciale – ha aggiunto Peskov - continua come una guerra. Perché Berlino, Parigi, l’Aia, Oslo e, purtroppo, Washington sono alle spalle di Kiev».

Il summit atlantico deve anzitutto decidere come sostenere l’Ucraina. Zelensky ha sottolineato che è stato impossibile fermare i missili balistici perché non ha più Patriot. Aiutarlo è difficile: il conflitto con l’Iran ha consumato le scorte americane e l’Europa non ne produce. Sono armi costosissime: il pre…

L’eco delle esplosioni che hanno squarciato la notte di Kiev arriva dritta nel vertice Nato di Ankara. Perché è chiaro che la pioggia di missili contro l’Ucraina rappresenta un problema politico e militare per tutta l’Alleanza e soprattutto per i partner europei. Poche ore prima dell’attacco il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, è stato esplicito e ha parlato di «una guerra su vasta scala, poiché i finanziatori occidentali stanno di fatto partecipando ai combattimenti». Quella che 1593 giorni fa «è cominciata come un’operazione speciale – ha aggiunto Peskov - continua come una guerra. Perché Berlino, Parigi, l’Aia, Oslo e, purtroppo, Washington sono alle spalle di Kiev».

Il summit atlantico deve anzitutto decidere come sostenere l’Ucraina. Zelensky ha sottolineato che è stato impossibile fermare i missili balistici perché non ha più Patriot. Aiutarlo è difficile: il conflitto con l’Iran ha consumato le scorte americane e l’Europa non ne produce. Sono armi costosissime: il prezzo è salito a sette milioni per esemplare, con la prospettiva di usarne due o tre per abbattere un ordigno russo. Significa che per bloccare quelli piovuti su Kiev la scorsa settimana servirebbero quasi trecento milioni di dollari. E i Patriot sono praticamente introvabili: le fabbriche Usa consegnano le batterie sette anni dopo la firma del contratto. Esiste un’alternativa: l’ultimissima versione del Samp-T italo-francese, che non è stata testata in battaglia e ha tempi stimati in tre anni. Troppo tardi per l’Ucraina, che ne ha bisogno subito per impedire che la popolazione delle città venga massacrata nel sonno.

Invece l’economia bellica di Mosca sforna missili in quantità sconvolgenti. Tra giovedì e ieri ne sono stati tirati 142: nessun Paese europeo sarebbe in grado di affrontarli senza la protezione Usa. Roma, Londra, Parigi, Varsavia, sono totalmente scoperte contro gli ordigni balistici e ipersonici o contro i mostruosi Oreshnik a testate multiple; Berlino può contare su un singolo sistema Arrow comprato in Israele.

È il messaggio di fuoco che Vladimir Putin ha trasmesso all’Occidente e che irrompe nelle discussioni di Ankara. I russi in due notti hanno sparato 10 ipersonici Zircon, 47 balistici Iskander, 81 cruise Kalibr e Kh101 accompagnati da 847 droni Geran, molti dei quali con motore a reazione. Di fronte a questa falange distruttrice l’Ue non ha né difese, né deterrenza. Non solo ha numeri irrisori di intercettori, ma non ha neppure la capacità di prospettare una risposta perché da decenni ha smesso di costruire armi a lungo raggio.

Per mettere un freno ai ricatti missilistici di Putin, l’amministrazione Biden aveva deciso di schierare in Germania i cruise Tomahawk americani. Donald Trump ha annullato il trasferimento e messo le nazioni del Vecchio Continente davanti alla necessità di gestire da sole i rapporti di forza con Mosca. Il Pentagono ha altre preoccupazioni a Oriente: ieri Pechino ha esibito i nuovi artigli, lanciando un ordigno balistico da un sottomarino nucleare.

Nessuno si fa illusioni: il disimpegno statunitense è irrevocabile, sia nel supporto all’Ucraina che nella cupola militare a tutela dell’altro lato dell’Atlantico. Forse ad Ankara si riuscirà a salvare le apparenze, ma la realtà è che la smobilitazione sarà superiore alle previsioni, nella qualità e nella rapidità del ritiro.

L’Europa finora non è riuscita a stabilire una reazione comune. Il dibattito italiano sui prestiti Safe per finanziare la Difesa è illuminante: le democrazie devono fare i conti con l’elettorato mentre Cina e Russia possono spendere senza curarsi dell’opinione pubblica. La questione non riguarda solamente i fondi, ma pure la trasformazione produttiva imposta dalla situazione mondiale. Colmare il vuoto lasciato dagli Usa richiede di realizzare in fretta strumenti ad alta tecnologia che neppure l’America riesce a concretizzare: ha una sola batteria di missili ipersonici Dark Eagle e la seconda arriverà nel 2028 mentre completa in un anno i cruise che Mosca scaglia in una sola notte. Esiste un modello per rivoluzionare le catene di montaggio ed è proprio quello ucraino: un approccio innovativo, che ha dimostrato un’efficacia straordinaria. Ieri i droni di Kiev hanno centrato una raffineria a 1800 chilometri dal confine e in dieci mesi hanno inflitto danni per 13 miliardi all’industria petrolifera russa: il colpo più pesante alla credibilità di Putin.

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