✕

La strategia dell’allarme: Bibi spera nella guerra per risalire nei sondaggi

(afp)

Ascolta l'audio

Superato da Eisenkot, e con una coalizione in netto svantaggio, il premier punta tutte le sue carte sulla ripresa delle ostilità nel Golfo Persico
2 minuti di lettura

Quando il gioco si fa duro, sempre meglio chiamare al proprio fianco l’amico più forte e fidato. Questo deve aver pensato Benjamin Netanyahu quando ha visto il vento iniziare a girare a suo sfavore: perché dopo settimane di testa a testa, ieri i sondaggi hanno certificato per la prima volta che si andasse a votare oggi il primo ministro perderebbe la maggioranza per cederla all’ex capo di Stato maggiore Gadi Eisenkot: 21 seggi per il Likud contro 22 dell’ex generale e del suo Yashar, partito centrista; 49 quelli della coalizione di governo contro 61 dell’opposizione (esclusi i partiti arabi). Ancora più implacabili i numeri del testa a testa: il 48% degli elettori vorrebbe Eisenkot premier, solo il 41 Netanyahu.

Prevedendo tutto ciò, Netanyahu – come ha rivelato il presidente americano in un’intervista a Barak Ravid su Axios – nei giorni scorsi ha chiesto a Donald Trump di poter andare a Washington per una «visita personale». Poche ore, giusto il tempo di una photo-op e di un dis…

Quando il gioco si fa duro, sempre meglio chiamare al proprio fianco l’amico più forte e fidato. Questo deve aver pensato Benjamin Netanyahu quando ha visto il vento iniziare a girare a suo sfavore: perché dopo settimane di testa a testa, ieri i sondaggi hanno certificato per la prima volta che si andasse a votare oggi il primo ministro perderebbe la maggioranza per cederla all’ex capo di Stato maggiore Gadi Eisenkot: 21 seggi per il Likud contro 22 dell’ex generale e del suo Yashar, partito centrista; 49 quelli della coalizione di governo contro 61 dell’opposizione (esclusi i partiti arabi). Ancora più implacabili i numeri del testa a testa: il 48% degli elettori vorrebbe Eisenkot premier, solo il 41 Netanyahu.

Prevedendo tutto ciò, Netanyahu – come ha rivelato il presidente americano in un’intervista a Barak Ravid su Axios – nei giorni scorsi ha chiesto a Donald Trump di poter andare a Washington per una «visita personale». Poche ore, giusto il tempo di una photo-op e di un discorso per ribadire l’alleanza di ferro nella speranza di una spinta nei sondaggi. Ma dalla Casa Bianca l’invito per l’ottavo incontro diretto fra i due leader finora non si è materializzato.

Con il risultato che l’avviso su un nuovo complotto per ucciderlo, recapitato al team di Trump dagli 007 del Mossad e reso pubblico dal presidente Usa, è al momento il segnale migliore della vicinanza fra i due alleati che Netanyahu riesce a produrre sul palcoscenico nazionale e su quello internazionale. Un’operazione che non appare troppo diversa da quella già messa in atto a inizio anno dal premier israeliano: allora con una presentazione alla Casa Bianca basata su informazioni riservate, riuscì a convincere Trump che un’operazione militare contro Teheran sarebbe stata rapida e risolutiva. Il presidente si fidò più di lui che dei vertici della sua difesa, assai perplessi.

Oggi lo scenario è mutato ma i fondamentali no: Israele riporta nel cuore della Casa Bianca la minaccia iraniana, spostando il focus questa volta sulla vita stessa del suo alleato più importante.

Del resto, che il conto con Teheran per Netanyahu non fosse chiuso, ma solo sospeso, in Israele lo sanno tutti. Il primo ministro dal primo momento non ha nascosto la rabbia per un accordo – quello fra Teheran e Washington - che non solo lo aveva lasciato fuori, ma gli aveva anche imposto uno stop prima che – a suo giudizio – tutti gli obiettivi della campagna contro Teheran fossero raggiunti. Tenere alta la tensione, spingere per un ritorno alle armi è ciò che Netanyahu ha fatto dalle prime ore dopo l’entrata in vigore dell’accordo. I raid degli ultimi giorni, per quanto non lo abbiano coinvolto direttamente, vanno esattamente nella direzione che auspica: «L’umore in Israele è agrodolce e si può riassumere in poche parole: “Ve l’avevamo detto”. Le dichiarazioni di Trump sull’Iran (“Gente malata... feccia”) sono state come musica celestiale per le orecchie di Netanyahu. Israele aveva messo in guardia contro l’allentamento della pressione militare (e certamente di quella economica) sull’Iran prima di aver concluso un accordo definitivo e dettagliato. La convinzione dei vertici della difesa era che gli iraniani si ritenessero vincitori e prevedessero che qualsiasi accordo sarebbe finito per naufragare. Ed è esattamente ciò che sta accadendo ora», scriveva ieri Nadav Eyal su Yedioth Ahronoth.

Nulla di meglio per tentare di risalire nei sondaggi: basterà? Secondo tutti i commentatori – compresi quelli più vicini al governo – la sfida che Eisenkot (ex generale, centrista, un figlio morto a Gaza a fine 2023, un nipote che ha subito la stessa sorte qualche mese dopo) gli pone è davvero pericolosa per Netanyahu. Per questo, la tensione da sola potrebbe non bastare. E in Israele timori che il voto – previsto in autunno – possa essere rinviato o sospeso, magari proprio a causa di una nuova emergenza bellica, crescono da settimane.

Leggi i commenti