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La minaccia di Khamenei: “L’Iran vendicherà mio padre”. Meloni tra i leader sotto accusa

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La nuova Guida Suprema: “Sappiamo chi sono i criminali colpevoli”. E sui media appare la foto dei 13 governanti accusati: gli europei sono insieme a Trump e Netanyahu
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Non si vede, non parla, ma scrive. E promette morte. Chiusa la bara del padre dopo esequie durate una settimana, Mojtaba Khamenei diffonde un testo sul proprio canale Telegram per minacciare coloro che ritiene essere i responsabili. «La vendetta è una richiesta del nostro popolo e sarà certamente compiuta», afferma. «Questi criminali, i cui nomi sono noti a tutti, dal primo all’ultimo, porteranno nella tomba il desiderio irrealizzato di morire serenamente nei propri letti».

La Guida Suprema non li nomina. A farlo ci pensa Hamshari, il quotidiano edito dal comune di Teheran, pubblicando le foto di tredici leader, mostrati con la tuta arancione dei prigionieri: Netanyahu e Trump i primi due, entrambi con un mirino sulla fronte, e poi Giorgia Meloni, Emmanuel Macron, Keir Starmer, Friedrich Merz, Marco Rubio, il ministro della Difesa israeliano Israel Katz e altri. Una lista nera che, pur non stilata dal governo iraniano, mette in allerta massima i servizi segreti occidentali.

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Non si vede, non parla, ma scrive. E promette morte. Chiusa la bara del padre dopo esequie durate una settimana, Mojtaba Khamenei diffonde un testo sul proprio canale Telegram per minacciare coloro che ritiene essere i responsabili. «La vendetta è una richiesta del nostro popolo e sarà certamente compiuta», afferma. «Questi criminali, i cui nomi sono noti a tutti, dal primo all’ultimo, porteranno nella tomba il desiderio irrealizzato di morire serenamente nei propri letti».

La Guida Suprema non li nomina. A farlo ci pensa Hamshari, il quotidiano edito dal comune di Teheran, pubblicando le foto di tredici leader, mostrati con la tuta arancione dei prigionieri: Netanyahu e Trump i primi due, entrambi con un mirino sulla fronte, e poi Giorgia Meloni, Emmanuel Macron, Keir Starmer, Friedrich Merz, Marco Rubio, il ministro della Difesa israeliano Israel Katz e altri. Una lista nera che, pur non stilata dal governo iraniano, mette in allerta massima i servizi segreti occidentali.

Quello di Mojtaba Khamenei è il primo messaggio dopo i funerali di Alì Khamenei, ucciso il 28 febbraio nell’attacco su Teheran, nelle prime ore del conflitto, in cui anche il figlio, e successore, è rimasto gravemente ferito. Non è ancora chiaro in quale condizioni sia, si sa solo che da allora non si è più fatto vedere in pubblico, neppure durante l’ultimo saluto degli iraniani ad Alì Khamenei. A meno di non voler credere — come è stato ipotizzato — che quell’uomo col volto coperto apparso nei video girati a Mashhad nei pressi del feretro, fosse proprio lui, Mojtaba.

Mentre in Oman si discute dello Stretto di Hormuz per rimettere insieme i cocci del memorandum di intesa Usa-Iran, la Guida Suprema ringrazia «le decine di milioni di persone» che hanno partecipato alle esequie e si rivolge ai suoi avversari esterni. «Devono sapere che tutto questo (la vendetta, ndr) non dipende dalla mia presenza personale né da quella di qualsiasi altro funzionario».

I toni del presidente americano, che ha dichiarato «finito» il cessate il fuoco dopo gli attacchi incrociati dei giorni scorsi, non sono meno gravi, anche perché la Casa Bianca è sempre più pessimista sulla possibilità di raggiungere un accordo sul nucleare iraniano, sostiene il Wall Street Journal. Pur senza commentare il report dell’intelligence israeliana secondo cui i Guardiani della Rivoluzione starebbero organizzando il suo assassinio, Trump risponde alla minaccia con la minaccia. «Mille missili sono pronti al lancio, qualora il governo iraniano uccida, o tenti di uccidere, il presidente degli Stati Uniti», si legge su Truth, il suo social network personale. «Gli ordini sono già impartiti, l’esercito Usa è disposto, per un anno soggetto a proroga, a decimare e distruggere tutte le aree dell’Iran. Lodato sia Allah!».

Al di là delle intimidazioni, quel che conta, e che rimane il motivo dello stallo del negoziato, è il controllo dello Stretto di Hormuz e l’intenzione dell’Iran di applicare pedaggi. Secondo il Guardian, l’Europa sta valutando proposte che ne consentono l’applicazione, a patto che non siano obbligatori e che abbiano il sostegno dell’agenzia delle Nazioni Unite regolatrice del trasporto marittimo, sul modello dello Stretto di Malacca.

A Muscat il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi e il collega omanita Sayyid Badr al-Busaidi stanno discutendo di questo. Sono presenti i mediatori del Qatar ma non la delegazione statunitense, che la Cbs aveva invece segnalato in arrivo in Oman. Il sito Axios, che cita fonti americane, scrive che al centro del colloquio c’è la possibile apertura di una «corsia centrale», in acque internazionali, per il transito libero e completo. E la Casa Bianca pretende che venga rilasciata una dichiarazione pubblica in tal senso.

Già prima della firma del memorandum, l’Oman aveva indicato una rotta meridionale lungo la propria costa per il passaggio delle petroliere, decisione che non è piaciuta a Teheran poiché ne riduce il potere negoziale sul pedaggio. «Se Washington continuerà a violare gli obblighi dell’accordo di Islamabad», dice Ali Bahreini, ambasciatore iraniano presso l’Onu, «non ci considereremo più vincolati dagli impegni assunti». Ovvero alla tregua, già definita superata da Trump.

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