NEW YORK – Anche se Trump ha mille missili pronti a colpire l’Iran, «le probabilità di una soluzione militare allo scontro con Teheran non sono aumentate oggi, rispetto a febbraio o aprile». Anzi, secondo il vicepresidente del Quincy Institute Trita Parsi, «la crisi petrolifera è peggiorata e questo pone un serio problema per il capo della Casa Bianca in vista delle elezioni di midterm. La ripresa del conflitto non conviene a nessuno, neppure alla Repubblica islamica che ha serie difficoltà, però rischia di avvenire comunque, anche perché Israele la vuole».
Il “Wall Street Journal” ha scritto che gli israeliani hanno dato agli americani i piani degli iraniani per uccidere Trump, e la nuova guida spirituale Khamenei ha assicurato che la vendetta per la morte di suo padre arriverà. Il presidente ha risposto di avere mille missili pronti a colpirlo. Corriamo verso l’escalation?
«La provenienza di queste informazioni è significativa. Gli israeliani hanno un chiaro interesse a far rip…
NEW YORK – Anche se Trump ha mille missili pronti a colpire l’Iran, «le probabilità di una soluzione militare allo scontro con Teheran non sono aumentate oggi, rispetto a febbraio o aprile». Anzi, secondo il vicepresidente del Quincy Institute Trita Parsi, «la crisi petrolifera è peggiorata e questo pone un serio problema per il capo della Casa Bianca in vista delle elezioni di midterm. La ripresa del conflitto non conviene a nessuno, neppure alla Repubblica islamica che ha serie difficoltà, però rischia di avvenire comunque, anche perché Israele la vuole».
Il “Wall Street Journal” ha scritto che gli israeliani hanno dato agli americani i piani degli iraniani per uccidere Trump, e la nuova guida spirituale Khamenei ha assicurato che la vendetta per la morte di suo padre arriverà. Il presidente ha risposto di avere mille missili pronti a colpirlo. Corriamo verso l’escalation?
«La provenienza di queste informazioni è significativa. Gli israeliani hanno un chiaro interesse a far riprendere la guerra e giocano sulla psicologia di Trump. Se ci fosse davvero qualche informazione di intelligence a supporto del complotto, i servizi americani la saprebbero prima di quelli israeliani. L’interesse di Netanyahu a sabotare la diplomazia e far ripartire la guerra è chiaro, quindi andrebbe tutto preso con le molle».
Trump ha risposto che è pronto ad annientare l’Iran, ma anche a trattare, su richiesta degli ayatollah. Perché?
«Sta cercando di affermare che resta in controllo della situazione, sostenendo che l’altra parte lo implora di parlare e lui determina i parametri. È vero che Teheran vuole un accordo, ma sta negoziando in maniera molto dura. Trump però ha bisogno di dare agli americani l’impressione che lui comanda».
Riprenderà la guerra o il negoziato?
«La trattativa sta già ricominciando, ma questa settimana gli israeliani dovrebbero venire a Washington e spingeranno per la ripresa del conflitto. Chiederanno che la loro assistenza militare americana arrivi dal Pentagono, in modo da aggirare il Congresso, e spingeranno per un’intesa sul Libano che contraddice il memorandum of understanding. Quindi anche se Trump volesse tornare al negoziato sarà molto difficile farlo. Le ultime trattative hanno incrinato la fiducia invece di costruirla».
Gli israeliani potrebbero fare qualcosa sul terreno per convincerlo?
«Ci sono già sospetti sugli attacchi lanciati alla ferrovia di Mashhad in Iran e su quanto è accaduto in Bahrain e Kuwait».
La divergenza sulla navigazione ad Hormuz è risolvibile?
«Assolutamente, c’era già una proposta piuttosto elegante sul tavolo. Il problema è se sarà possibile tornarci dopo gli ultimi bombardamenti. Va notato che gli iraniani non hanno mai sostenuto la fine del memorandum of understanding, né criticato Trump come ha fatto lui con loro. Nessun funzionario di livello aveva accennato a ritorsioni personali».
Perché vogliono ancora l’accordo?
«Sì, e anche gli Usa. Entrambi sbagliano a pensare che l’escalation li favorirebbe. È interessante notare che, almeno fino a ieri, la stragrande maggioranza delle navi passate da Hormuz ha navigato nel corridoio settentrionale, non quello meridionale. Non sono andate dove volevano gli Stati Uniti».
Se Trump sceglie l’escalation stavolta può rovesciare il regime?
«Nulla nella situazione attuale fa pensare che esista davvero un’opzione militare che possa funzionare meglio di quella precedente. Anzi, se guardiamo ai livelli delle scorte di petrolio, sono molto più bassi rispetto a febbraio. Perciò una nuova guerra potrebbe portare a una crisi energetica disastrosa, molto più rapidamente di quanto accaduto finora».
Quindi Trump con la ripresa della guerra rischierebbe di non raggiungere i suoi obiettivi militari, complicando invece quelli di politica interna?
«Esatto. Le elezioni autunnali di midterm nel frattempo si sono avvicinate rispetto a febbraio, quando sperava in una soluzione rapida del conflitto. Dal punto di vista elettorale e della politica interna, il capo della Casa Bianca non avrebbe alcun interesse a favorire questo scenario».