Prima ancora di chiedersi cosa stia succedendo nello Stretto, bisogna domandarsi quale sia il vero interesse dell’Iran. E, devo dire, gli iraniani sono dei geni: stanno creando un problema strategico a Hormuz per spostare l’attenzione internazionale dal loro programma nucleare». Così Michael Milshtein, analista israeliano del Moshe Dayan Center, legge la complessità del momento.
Lo creano bombardando le navi commerciali.
«Gli attacchi sono episodici, servono soprattutto a modellare l’intero negoziato. Ora Trump si occupa soltanto di Hormuz, del petrolio, del prezzo del greggio. Quindi l’obiettivo di Teheran è arrivare a un accordo sullo Stretto, lasciando a Trump la convinzione di aver ottenuto un successo, mentre dietro le quinte si farà in modo c…
Prima ancora di chiedersi cosa stia succedendo nello Stretto, bisogna domandarsi quale sia il vero interesse dell’Iran. E, devo dire, gli iraniani sono dei geni: stanno creando un problema strategico a Hormuz per spostare l’attenzione internazionale dal loro programma nucleare». Così Michael Milshtein, analista israeliano del Moshe Dayan Center, legge la complessità del momento.
Lo creano bombardando le navi commerciali.
«Gli attacchi sono episodici, servono soprattutto a modellare l’intero negoziato. Ora Trump si occupa soltanto di Hormuz, del petrolio, del prezzo del greggio. Quindi l’obiettivo di Teheran è arrivare a un accordo sullo Stretto, lasciando a Trump la convinzione di aver ottenuto un successo, mentre dietro le quinte si farà in modo che non ci siano negoziati seri sul nucleare».
Possibile che gli Stati Uniti non se ne accorgano?
«Purtroppo sembra che l’Occidente, soprattutto gli Stati Uniti, non capisca davvero gli iraniani».
Quindi oggi il controllo della navigazione nello Stretto di Hormuz è diventato più importante della questione nucleare?
«Dal punto di vista di Trump, sì. Mi aspetto ancora qualche giorno di escalation militare, poi Qatar, Pakistan e forse la Turchia proveranno a riaprire i negoziati. Ma il centro della trattativa non sarà più il nucleare, sarà Hormuz».
Che ruolo sta giocando l’Oman? Sembra sostenere la libertà di navigazione, ma allo stesso tempo lavora con l’Iran al pedaggio.
«L’Oman sta seguendo una linea molto prudente. Ricordiamo che solo un mese fa Trump lo accusava pubblicamente di aiutare la Repubblica islamica a esportare petrolio. Oggi Muscat cerca soprattutto di evitare qualsiasi scontro diretto con Teheran e di proteggere le proprie infrastrutture energetiche. A differenza di Emirati, Bahrein e Kuwait, non definisce l’Iran un nemico e mantiene una posizione di neutralità. Non è un caso che il ministro degli Esteri iraniano Araghchi sia stato recentemente in Oman e che anche esponenti del Qatar abbiano intensificato i contatti con Muscat. L’obiettivo è ritagliarsi il ruolo di principale mediatore regionale».
Quindi l’intera crisi sia stata costruita per far dimenticare il dossier nucleare?
«Esattamente. Per l’Iran il programma nucleare resta infinitamente più importante di Hormuz. Oggi non parliamo quasi più di missili balistici, di missili a lunga gittata o della rete dei proxy regionali. Gli iraniani sono straordinariamente abili nel negoziato. A mio giudizio questa non è una crisi sfuggita di mano: è una crisi pianificata e controllata».
Alla fine dei negoziati Teheran riuscirà a mantenere una qualche forma di pedaggio o tariffa sul traffico nello Stretto?
«È possibile. Prima della guerra questo problema non esisteva, ora potrebbe nascere un compromesso in cui l’Iran rinuncia solo in parte alle proprie richieste economiche. Immaginiamo che inizialmente chieda diecimila dollari per ogni nave e poi accetti di scendere a tremila. Trump potrebbe presentarlo agli americani come un successo, mentre in realtà Teheran avrebbe introdotto un principio che prima non esisteva»
Qual è invece la strategia di Israele e di Netanyahu?
«Non è un caso che l’Iran stia evitando accuratamente di colpire Israele, perché sa che Netanyahu non vede l’ora di una nuova escalation. Il premier israeliano vorrebbe trascinare tutti gli attori regionali, e soprattutto Trump, in una guerra più ampia. Ha però pochissimo margine di manovra. Trump ha fatto capire chiaramente che questa crisi la gestisce lui e che Israele non deve interferire. Negli ultimi giorni gli israeliani hanno cercato di influenzare Washington con rapporti d’intelligence sulle intenzioni di Teheran, ma credo che per ora Netanyahu debba limitarsi ad aspettare».