No, nessuno è nemico dell’Ucraina. E figurarsi se qualcuno si professa amico di Putin. Eppure, contro gli aiuti militari all’Ucraina e contro la difesa europea si va formando in Italia una convergenza trasversale che si esprime in alcuni voti al Parlamento europeo e prova a incidere, sia pure da posizioni di minoranza, sulle coalizioni di Governo e opposizione. Continuare a sostenere la resistenza dell’Ucraina è una doverosa scelta di principio — i confini non si modificano con le armi — ed è più che mai la sola condizione per rendere possibile una pace giusta e duratura. Ma a sentir loro sarebbe invece una scelta “bellicista”.
Qualche settimana fa questa convergenza “ucrainoscettica” si era manifestata contro l’ingesso di Kiev nella Ue, poi si è pronunciata contro l’uso del fondo Safe per la difesa comune europea, e infine contro la presunta demonizzazione di Putin, che verrebbe descritto come molto peggiore di quanto non sia.
Ora è facile replicare che l’ingresso di Kiev nella Ue, c…
No, nessuno è nemico dell’Ucraina. E figurarsi se qualcuno si professa amico di Putin. Eppure, contro gli aiuti militari all’Ucraina e contro la difesa europea si va formando in Italia una convergenza trasversale che si esprime in alcuni voti al Parlamento europeo e prova a incidere, sia pure da posizioni di minoranza, sulle coalizioni di Governo e opposizione. Continuare a sostenere la resistenza dell’Ucraina è una doverosa scelta di principio — i confini non si modificano con le armi — ed è più che mai la sola condizione per rendere possibile una pace giusta e duratura. Ma a sentir loro sarebbe invece una scelta “bellicista”.
Qualche settimana fa questa convergenza “ucrainoscettica” si era manifestata contro l’ingesso di Kiev nella Ue, poi si è pronunciata contro l’uso del fondo Safe per la difesa comune europea, e infine contro la presunta demonizzazione di Putin, che verrebbe descritto come molto peggiore di quanto non sia.
Ora è facile replicare che l’ingresso di Kiev nella Ue, complicato ma necessario, maturerà nei prossimi sei o sette anni e non domani. Che il Fondo Safe va esattamente nella direzione di una difesa comune e non del riarmo dei singoli paesi. E che le illusioni su Putin dovrebbero essere tramontate da oltre dieci anni.
Ma per rispetto di queste posizioni conviene andare al nocciolo della questione: i pericoli per la pace e il modo di fronteggiarli. Argomento da non sottovalutare, visto che il rischio bellico che per decenni era sembrato cancellato dallo scenario europeo, è tornato ad affacciarsi con prepotenza.
Chiediamoci allora come questo rischio possa essere influenzato dall’esito della guerra di invasione russa in Ucraina. Anche volendo accantonare, vergognosamente, la questione di principio del diritto a difendersi di un paese invaso, la risposta a questa domanda appare evidente.I ripetuti inviti a Kiev a cedere ulteriore territorio (venuti da Trump e rilanciati da alcuni “scettici” italiani) o gli appelli a proseguire il sostegno all’Ucraina “ma non quello militare” non sono una strategia per fermare la guerra ma un invito alla resa. Nello scorso autunno questa conclusione poteva apparire meno evidente. La guerra di trincea aveva messo a dura prova l’esercito ucraino, Zelensky era sotto pressione per gli scandali interni: Mosca poteva ancora pensare di “avere le carte”. Ma oggi l’iniziativa è passata all’Ucraina, nonostante la violenza delle incursioni missilistiche russe, e fermare la guerra lungo l’attuale linea del fronte appare la sola conclusione realistica, e l’unica che allontana i rischi di guerra in Europa. Poiché Putin è ancora lontano da questa conclusione, senza il sostegno militare a Kiev diventa stucchevole invocare una “iniziativa diplomatica europea”. Sostegno militare e diplomazia devono andare, e andranno, di pari passo: limitarsi a interrompere gli aiuti militari avvicinerebbe il rischio di guerra in Europa.
Altrettanto importante è interrogarsi sulla difesa comune. La sua necessità è perfino ovvia visto il disimpegno americano proclamato da Trump. Non sarà facile arrivare a una Nato più europea senza tensioni interne, soprattutto quando gli americani vedranno crescere la nostra industria della difesa in competizione con la loro. Ma la strada è obbligata e ne ha preso atto perfino il vertice di Ankara, un vertice che ha esibito la fragilità della Nato, come ha osservato ieri Ezio Mauro, sballottata tra le pretese di Trump sulla Groenlandia e le sue dichiarazioni di “tremendous love”, ma che comunque ha mostrato una qualche maggiore influenza europea. Del resto, chi si oppone alla difesa europea quale via alternativa propone di imboccare? Costringere Trump a tornare in forza nel vecchio Continente? Affidarsi al riarmo dei singoli stati, magari innanzitutto a quello tedesco? Sono alternative meno rassicuranti di una difesa comune, che per la natura stessa dell’Unione europea non sarebbe certo protesa ad aggredire altri Paesi ma solo a difendere i nostri beni comuni.
La difesa europea avrà un costo, si dice. Ed è ovvio. Come farvi fronte dovrebbe essere materia di confronto per tutte le forze che si candidano a restare al governo o a governare. Mettere in contraddizione spesa sociale e spese per la difesa può apparire facile. Davvero troppo facile per chi ambisce al governo. Se la sfida è di rendere le spese per la difesa compatibili con la finanza pubblica, una parte significativa della risposta è proprio nella dimensione europea. Obiettivi comuni, industria comune, eurobond sono la strada maestra. E proprio questo dovrebbe essere il profilo delle forze di centrosinistra.
Ucraina e difesa comune sono temi che vanno al di là della compattezza delle coalizioni e investono il ruolo dell’Italia. Una difesa e una Nato più europee, oltre che nella dimensione orizzontale della deterrenza verso la Russia vanno infatti concepite anche in una dimensione verticale, dei rapporti con il Mediterraneo e l’Africa. Anche qui abbiamo bisogno di un’Europa forte per fronteggiare minacce alla pace e alla stabilità dell’area. E il ruolo italiano non è sostituibile.