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Crisi iraniana, tornano a salire i prezzi di petrolio e gas

(afp)

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Il Brent nuovamente sopra gli 80 dollari al barile, il gas naturale scavalca quota 50 euro. E ora si teme un aumento dei tassi d’interesse
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Le nuove tensioni in Medio Oriente e la volontà di Trump di imporre un pedaggio sul transito da Hormuz rimettono in fibrillazione i mercati. Ieri il prezzo del petrolio brent - la variante europea - ha chiuso la giornata in rialzo di quasi il 10%, tornando per la prima volta da giugno sopra gli 80 dollari. Mentre il gas naturale alla Borsa di Amsterdam è risalito del 7,8%, riportandosi oltre i 50 euro come non accadeva da maggio. Se le Borse europee sono rimaste calme, sulla parità, è stata negativa Wall Street, dove il Nasdaq ha perso l’1,5%.

Siamo ancora lontani, sia per il greggio che per il metano, dai picchi di primavera, nel pieno del conflitto tra Stati Uniti e Iran. E ancora di più dai massimi seguiti all’invasione russa dell’Ucraina. È un segno che per i me…

Le nuove tensioni in Medio Oriente e la volontà di Trump di imporre un pedaggio sul transito da Hormuz rimettono in fibrillazione i mercati. Ieri il prezzo del petrolio brent - la variante europea - ha chiuso la giornata in rialzo di quasi il 10%, tornando per la prima volta da giugno sopra gli 80 dollari. Mentre il gas naturale alla Borsa di Amsterdam è risalito del 7,8%, riportandosi oltre i 50 euro come non accadeva da maggio. Se le Borse europee sono rimaste calme, sulla parità, è stata negativa Wall Street, dove il Nasdaq ha perso l’1,5%.

Siamo ancora lontani, sia per il greggio che per il metano, dai picchi di primavera, nel pieno del conflitto tra Stati Uniti e Iran. E ancora di più dai massimi seguiti all’invasione russa dell’Ucraina. È un segno che per i mercati l’ipotesi più probabile è ancora che queste ostilità non degenerino e si possa recuperare almeno il fragile equilibrio delle settimane precedenti. Ma con i passaggi di navi da Hormuz al momento di nuovo azzerati - solo tre registrati nelle ultime dodici ore - e senza un quadro negoziale definito, i rischi di un’escalation tornano a crescere, e con loro la volatilità.

Resta poi il fatto che ogni settimana di “non soluzione” rende il rientro dello shock energetico più macchinoso, e l’impatto dei rincari sull’economia più profondo. Se finora il petrolio è rimasto tutto sommato stabile è stato anche per il massiccio utilizzo delle riserve strategiche, che non sono infinite. Quanto al gas, l’Europa ha il problema di ricostituire le scorte in vista dei mesi invernali, mai così basse, mentre dal primo gennaio scatterà il blocco definitivo alle importazioni di metano liquefatto dalla Russia. Per le famiglie poi il colpo potrebbe essere ancora più immediato e violento, alla pompa. Già prima dell’attuale turbolenza infatti le raffinerie globali faticavano a tornare a regime e i prezzi di benzina e diesel restavano ben sopra i valori pre-conflitto. Festeggiano solo le aziende trasformatrici, i cui profitti fanno segnare record storici.

Il grande rischio è che la fiammata delle materie prime, che si riteneva passeggera, si radichi all’interno dell’economia. Rischio concreto negli Stati Uniti, dove l’attività è surriscaldata dagli investimenti in IA, ma presente anche in Europa. Questo costringerebbe le Banche centrali a stringere i cordoni della politica monetaria. Più che una classica “fuga dal rischio” geopolitico, che le Borse hanno in questi mesi ignorato, quella registrata ieri - vedere l’aumento dei rendimenti dei titoli di Stato Usa - è una reazione all’ipotesi che la Fed debba a breve di iniziare ad alzare i tassi, e che la Bce debba farlo una seconda volta.

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