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Europa senza scudo né spada: ecco perché non abbiamo barriere contro i missili russi

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Senza la copertura dei satelliti Usa facciamo fatica perfino a intercettarne la partenza. Per questo la Francia ha chiamato a raccolta gli altri Paesi per organizzare la difesa contro la minaccia balistica
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Il messaggio di fuoco delle ondate di missili balistici russi piovuti su Kiev spinge l’Europa a fare quadrato per costruire una forma di difesa comune. Soltanto la scorsa settimana sulla capitale ucraina ne sono stati lanciati quasi cento: l’economia di guerra del Cremlino riesce a produrne in numeri sorprendenti e sono armi che piombano sui bersagli a una velocità di oltre seimila chilometri orari con almeno mezza tonnellata di esplosivo. Ordigni evoluti come l’Iskander M, che nelle ultime versioni compie manovre per sfuggire all’intercettazione, o come gli ipersonici Zircon, tutti in grado di essere dotati di testate nucleari.

Senza scudo né spada

Oggi in tutta la Ue non esistono barriere contro questi missili. Senza la copertura dei satelliti statunitensi si farebbe fatica persino ad avvistarne la partenza. Il significato strategico di questo arsenale nelle mani del Cremlino è chiaro: permette un ricatto contro qualsiasi Paese dell’Unione e pure contro la Gran Bretagna. Il Vecchio …

Il messaggio di fuoco delle ondate di missili balistici russi piovuti su Kiev spinge l’Europa a fare quadrato per costruire una forma di difesa comune. Soltanto la scorsa settimana sulla capitale ucraina ne sono stati lanciati quasi cento: l’economia di guerra del Cremlino riesce a produrne in numeri sorprendenti e sono armi che piombano sui bersagli a una velocità di oltre seimila chilometri orari con almeno mezza tonnellata di esplosivo. Ordigni evoluti come l’Iskander M, che nelle ultime versioni compie manovre per sfuggire all’intercettazione, o come gli ipersonici Zircon, tutti in grado di essere dotati di testate nucleari.

Senza scudo né spada

Oggi in tutta la Ue non esistono barriere contro questi missili. Senza la copertura dei satelliti statunitensi si farebbe fatica persino ad avvistarne la partenza. Il significato strategico di questo arsenale nelle mani del Cremlino è chiaro: permette un ricatto contro qualsiasi Paese dell’Unione e pure contro la Gran Bretagna. Il Vecchio Continente non soltanto è privo di difese: non è neppure in grado di esprimere una deterrenza perché non ha armi a lungo raggio che possano dissuadere Mosca dagli attacchi. Per questo l’amministrazione Biden aveva deciso l’invio dei cruise Tomahawk statunitensi in Germania, ma Donald Trump ha annullato il trasferimento previsto per i prossimi mesi. Nel vertice di Ankara ha annunciato la vendita a Berlino dei Tomahawk, cosa che però avrà tempi stimati in tre-cinque anni poiché la priorità del Pentagono è ricostituire le scorte usate nella campagna contro l’Iran.

Superare le divisioni

Sono queste premesse che hanno spinto la Francia a chiamare a raccolta i Paesi europei per cercare di organizzare uno scudo comune contro la minaccia balistica. Un’iniziativa che si deve misurare con le gelosie nazionali, gli interessi industriali e la debolezza produttiva: è un fronte su cui i Volenterosi devono fare un vero sforzo di volontà. Ma allo stesso tempo è una partita chiave per la sicurezza.

Il missile franco-italiano

Oggi in questo settore esistono due poli di riferimento. Il primo è quello sostenuto da Parigi e Roma che punta sulla nuova versione NG delle batterie Samp-T: sono state progettate proprio per abbattere gli ordigni balistici, grazie a un modello potenziato del missile Aster 30 chiamato B1NT. Il sistema è stato ordinato dagli eserciti italiano, francese e danese ma non è stato ancora provato sul campo di battaglia. Gli ucraini hanno ricevuto due batterie della variante precedente, che funziona solo contro aerei, cruise e droni: dopo qualche problema iniziale, si sono mostrati molto soddisfatti come testimoniano decine di sagome di incursori russi abbattuti disegnate sui lanciatori. Attualmente anche la Turchia sta negoziando per acquistarlo: un sistema del nostro esercito è stato schierato lì per potenziare la protezione del vertice Nato di Ankara.La legione straniera. L’altro polo fa capo al piano Essi ossia European Sky Shield Initiative. E’ stata promossa da Berlino pochi mesi dopo l’invasione dell’Ucraina per cercare di costruire una cupola molto allargata. I tedeschi la concepiscono su tre strati. Ci sono i missili Arrow 3 israeliani destinati a distruggere gli ordigni balistici anche fuori dall’atmosfera; i Patriot Pac3 americani per intervenire alle alte quote e più in basso gli Iris-T di produzione germanica. Per i Patriot sta sorgendo una fabbrica in Baviera dove si conta di costruirne su licenza 5000 destinati a più compratori europei: entrerà in attività il prossimo anno. Ventiquattro Paesi hanno aderito allo Sky Shield, senza però impegnarsi a comprare un determinato sistema: tra questi Regno Unito, Polonia, Turchia, Svezia, Grecia.

La dipendenza tecnologica

Il vantaggio di questa soluzione è che si basa su sistemi rodati negli scontri in Medio Oriente e – nel caso dei Patriot – in Ucraina. C’è un problema di costi: solo per gli Arrow 3 Berlino ha firmato un contratto da 4,3 miliardi di euro, che gli ha permesso di ottenere una prima batteria alla fine del 2025. E soprattutto c’è un gravissimo gap tecnologico: si crea una dipendenza da Israele e Stati Uniti. Invece il Samp-T è totalmente europeo, dagli intercettori ai radar: viene realizzato dal consorzio MBDA composto da Francia (37,5%), Gran Bretagna (37,5%), Italia (25%) con una robusta attività produttiva in Germania. I missili Aster 30 sono usati dalle marine francese, italiana, britannica favorendo l’inserimento delle flotte nello scudo anti-balistico.

La sfida dell’integrazione

L’iniziativa nata ieri a Parigi cerca di mettere ordine e integrare i programmi nazionali in un’unica cupola. Si tratta anzitutto di istituire un centro di coordinamento: “Tale struttura – recita il comunicato - integrerà i sistemi di difesa contro i missili balistici già esistenti, comprese le soluzioni europee nazionali già acquisite o che saranno acquisite dai Paesi partecipanti”. Al patto hanno aderito Francia, Italia, Germania, Danimarca, Olanda, Svezia, Gran Bretagna, Spagna, Norvegia e Ucraina. Molti di questi Paesi oggi schierano i Patriot americani ma tutti sentono l’esigenza di stabilire nel futuro l’autonomia dagli Usa. C’è infatti la previsione di una fase due, in cui l’Ucraina intende giocare un ruolo chiave: “Unendo la nostra base industriale nel settore della difesa, la nostra ricerca e la nostra esperienza operativa, intendiamo costruire una capacità comune di difesa antimissili balistici per l’Europa e sostenere le relative attività di contribuzione”. Per questo, come ha sottolineato il presidente Macron, l’intesa è stata firmata alla presenza dei leader delle principali aziende di radar e missili.

Un punto di partenza

L’accordo siglato ieri ha al momento un significato soprattutto politico: è l’inizio di un percorso. Ma c’è una consapevolezza comune: concretizzare una cupola efficace richiede investimenti colossali, che forse solo la Germania può permettersi. Non bastano radar e missili, tutti comunque costosi: un singolo Patriot Pac3 oggi ha un prezzo stimato in sette milioni di dollari, con un aumento causato dalle richieste delle monarchie del Golfo che allungano pura la lista d’attesa tanto da ipotizzare sette anni per le consegne. Perché la barriera contro gli ordigni balistici sia valida c’è bisogno di una rete di avvistamento satellitare che attualmente non esiste neppure sulla carta. Ci sono diverse costellazioni di vedette spaziali, ciascuna appartenente a un singolo Paese europee e anche l’Italia ha la sua, ma non c’è un comando europeo che possa gestire il coordinamento e la condivisione delle informazioni. E questo è lo snodo chiave che resta irrisolto se si vuole vedere sorgere una vera autonomia strategica del Vecchio Continente: gli unici quartieri generali sono quelli della Nato e sono guidati da ufficiali statunitensi.

Il modello italiano

In fondo, il patto di Parigi ricalca i capisaldi del progetto Michelangelo Dome di Leonardo, il cui punto di forza è proprio l’integrazione tra apparati di diverse nazioni. Un programma del genere però ha bisogno di stanziamenti di gran lunga superiori alle risorse italiane e per imporlo come riferimento per il piano di sviluppo comune è necessario un sostegno governativo robusto mentre la premier non era presente alla riunione dei Volenterosi. Ancora una volta, l’Italia deve riuscire a trovare la quadra tra ambizioni, opportunità tecnologiche e la capacità di pesare sui tavoli europei.

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