L’operazione segreta con cui Israele ha cercato di trasformare Ahmadinejad nel suo uomo a Teheran
di Mark Mazzetti, Jualian E.Barnes, Farmaz Fassihi, Ronen BergmanAll'inizio del 2024 il rettore di un'università di Budapest ricevette una richiesta destinata a sorprenderlo da parte di un alto funzionario del governo ungherese. Il funzionario disse al professor Gergely Deli che la Ludovika University of Public Service avrebbe dovuto organizzare una conferenza sul cambiamento climatico e invitare un ospite decisamente insolito: Mahmoud Ahmadinejad, l'ex presidente iraniano ampiamente detestato dalla comunità internazionale. Ancora più sorprendente fu la motivazione. Il funzionario spiegò a Deli che la conferenza non era altro che una copertura per consentire ad Ahmadinejad di tenere a Budapest colloqui segreti con agenti dell'intelligence israeliana, cioè con rappresentanti del Paese che egli aveva sempre indicato come il principale nemico dell'Iran.
Deli sapeva bene che quell'invito avrebbe potuto compromettere sia la sua reputazione personale sia quella dell'università. Ma, ha raccontato in un'intervista, era convinto che avrebbe potuto contribui…
All'inizio del 2024 il rettore di un'università di Budapest ricevette una richiesta destinata a sorprenderlo da parte di un alto funzionario del governo ungherese. Il funzionario disse al professor Gergely Deli che la Ludovika University of Public Service avrebbe dovuto organizzare una conferenza sul cambiamento climatico e invitare un ospite decisamente insolito: Mahmoud Ahmadinejad, l'ex presidente iraniano ampiamente detestato dalla comunità internazionale. Ancora più sorprendente fu la motivazione. Il funzionario spiegò a Deli che la conferenza non era altro che una copertura per consentire ad Ahmadinejad di tenere a Budapest colloqui segreti con agenti dell'intelligence israeliana, cioè con rappresentanti del Paese che egli aveva sempre indicato come il principale nemico dell'Iran.
Deli sapeva bene che quell'invito avrebbe potuto compromettere sia la sua reputazione personale sia quella dell'università. Ma, ha raccontato in un'intervista, era convinto che avrebbe potuto contribuire a salvare delle vite. "Ci sono due nemici e, se questi due nemici vogliono parlarsi, è giusto fare tutto il possibile perché possano farlo”, ha detto.
La visita di Ahmadinejad all'università nel 2024 e una seconda l'anno successivo facevano parte di un'operazione israeliana durata anni, finalizzata a trasformarlo in una risorsa dell'intelligence che, al momento opportuno, avrebbe potuto essere insediata come nuovo leader dell'Iran. Lo riferiscono funzionari statunitensi e iraniani a conoscenza dell'operazione, che hanno parlato a condizione di mantenere l'anonimato per la natura altamente sensibile delle informazioni.
Il reclutamento di Ahmadinejad era considerato così importante da Israele che l'allora direttore del Mossad, David Barnea, si recò personalmente a Budapest nel 2024 per incontrarlo, secondo quanto riferito da ex funzionari statunitensi. Poco dopo, aggiungono le stesse fonti, il Mossad informò la Cia di essere entrato in contatto con Ahmadinejad.
La decisione di costruire un piano per il cambio di regime in Iran attorno alla figura di Ahmadinejad rappresenta una svolta straordinaria nella storia dei rapporti tra Israele e l'ex presidente iraniano, noto per avere accelerato il programma nucleare della Repubblica islamica, per aver invocato ripetutamente la distruzione dello Stato di Israele e per aver negato l'Olocausto.
Negli ultimi anni, secondo funzionari americani, Israele avrebbe finanziato segretamente Ahmadinejad, sostenendone le spese di alloggio e di viaggio. Inoltre, agenti israeliani lo avrebbero incontrato in diverse occasioni all'estero, anche durante i suoi soggiorni a Budapest. L'operazione raggiunse il suo culmine alla fine di febbraio di quest'anno, nei primi giorni della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, con un piano particolarmente audace per trasferire l'ex presidente, che viveva sotto strettissima sorveglianza a Teheran. L'obiettivo era dare avvio al progetto di rovesciare l'attuale regime iraniano e insediare Ahmadinejad al potere. Il piano, però, fallì.
Il 28 febbraio un attacco aereo israeliano colpì il complesso residenziale di Ahmadinejad, prendendo di mira l'edificio occupato dalle sue guardie del corpo e il suo veicolo blindato. Secondo quattro alti funzionari iraniani, subito dopo il bombardamento una Peugeot nera arrivò sul posto, prelevò Ahmadinejad e si allontanò rapidamente approfittando del caos. Funzionari statunitensi e iraniani a conoscenza dell'operazione affermano che l'auto era guidata da agenti del Mossad, che portarono Ahmadinejad in una casa sicura segreta situata all'interno dell'Iran.
L'ex presidente, tuttavia, rimase profondamente turbato dalle modalità convulse con cui era stato portato via e perse fiducia nel piano israeliano che avrebbe dovuto riportarlo al potere, secondo persone informate sui fatti.
Successivamente Ahmadinejad lasciò la casa sicura in circostanze che restano tuttora poco chiare. Non ricomparve più in pubblico fino a lunedì scorso, quando ha fatto una brevissima apparizione durante il corteo funebre della Guida suprema uccisa, l'ayatollah Ali Khamenei.
La sua situazione attuale resta incerta. Tuttavia, quattro alti funzionari iraniani riferiscono che Ahmadinejad si trova ora nelle mani del servizio d'intelligence del Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica (Pasdaran) ed è nuovamente agli arresti domiciliari, dopo che le autorità iraniane hanno scoperto gran parte dei suoi contatti con Israele.
I funzionari israeliani non hanno mai commentato pubblicamente il piano per insediare Ahmadinejad alla guida dell'Iran, che faceva parte di un progetto molto più ampio per rovesciare il governo di Teheran. Un altro elemento del piano prevedeva l'addestramento e l'armamento delle forze curde iraniane dell'opposizione stanziate nel nord dell'Iraq, affinché attraversassero il confine, conquistassero territori nell'Iran occidentale e successivamente avanzassero verso Teheran. Un'operazione che, però, non si è mai concretizzata.
Il piano di cambio di regime comprendeva “una sequenza di operazioni speciali, davvero molto particolari, che avrebbero dovuto svolgersi”, ha detto Tamir Hayman, ex capo dell'intelligence delle Forze di difesa israeliane (Idf), nel maggio scorso durante il programma della Pbs Firing Line, dopo che il New York Times aveva rivelato per la prima volta alcuni dettagli sul ruolo assegnato ad Ahmadinejad. “E lui faceva parte di quella sequenza”, ha aggiunto. I responsabili del Mossad non hanno risposto alle richieste di commento. Ali Akbar Javanfekr, portavoce di Ahmadinejad, ha a sua volta rifiutato di rilasciare dichiarazioni.
La svolta dopo la presidenza
Durante i suoi due mandati presidenziali, dal 2005 al 2013, Ahmadinejad fu il principale esponente dell'ala più radicale della politica iraniana. Invocò più volte la distruzione di Israele e, sotto la sua guida, l'Iran riavviò il programma di arricchimento dell'uranio, alimentando i sospetti internazionali sull'esistenza di un progetto segreto per la costruzione dell'arma nucleare.
Fu inoltre lui a ordinare la dura repressione della protesta nazionale esplosa dopo la contestata rielezione del 2009. Durante la sua presidenza, la magistratura iraniana eseguì numerose condanne a morte contro dissidenti e incarcerò oppositori politici e rivali.
Negli anni successivi alla fine del suo mandato, però, Ahmadinejad attenuò progressivamente le proprie posizioni e ridusse sensibilmente la retorica anti-israeliana che aveva caratterizzato il suo periodo al potere. Era spesso desideroso di mostrare questa sua nuova immagine più moderata, concedendo interviste e tenendo conferenze nelle quali parlava perfino della musica pop iraniana, criticava la brutalità delle forze di sicurezza nelle repressioni e accusava la classe dirigente di corruzione finanziaria.
Abbandonò il suo caratteristico giaccone kaki oversize, sostituendolo con eleganti abiti su misura. Curò maggiormente la barba, sembrò sottoporsi a trattamenti di botox e iniziò persino a studiare l'inglese. Nel suo ufficio di Teheran riceveva ogni mattina per ore cittadini comuni che gli esponevano problemi personali, spesso legati alla burocrazia statale. In alcuni casi scriveva lettere ai ministeri raccomandando la concessione di prestiti ai richiedenti. Continuò inoltre a viaggiare regolarmente in tutto il Paese, incontrando i propri sostenitori sia nelle grandi città sia nelle province rurali.
Il suo rapporto con il regime iraniano rimase però ambiguo. Da un lato i vertici della Repubblica islamica lo avevano progressivamente emarginato e limitavano i suoi spostamenti; dall'altro gli consentivano ancora di sedere, insieme ad altri alti esponenti dello Stato, nel Consiglio di alto livello incaricato di assistere la Guida suprema. Ahmadinejad partecipò a una riunione di questo organismo nel febbraio scorso, pochi giorni prima dello scoppio della guerra.
Molti, in Iran, interpretarono la trasformazione di Ahmadinejad come una mossa puramente opportunistica, finalizzata a rafforzare la propria immagine populista e a prendere le distanze dai vertici della Repubblica islamica. Continuava comunque a godere di un solido sostegno tra gli elettori delle classi popolari e i suoi collaboratori erano convinti che il suo obiettivo fosse quello di tornare un giorno al potere. “Ahmadinejad non farebbe una cosa del genere per denaro. I soldi li ha già, dispone di una vasta rete di interessi economici. Lo farebbe per il potere. Vuole tornare al vertice del potere”, ha dichiarato in un'intervista telefonica Abdolreza Davari, già stretto collaboratore e consigliere dell'ex presidente. I due, tuttavia, si sono allontanati da alcuni anni.
Secondo una persona appartenente alla sua cerchia più ristretta, Ahmadinejad confidò ad alcuni collaboratori e amici fidati la propria ambizione di diventare il futuro leader dell'Iran con l'appoggio di potenze straniere. Dopo essere stato escluso per tre volte dalla corsa alla presidenza, Ahmadinejad aveva ormai perso fiducia nel sistema della Repubblica islamica, ha raccontato la stessa fonte, convincendosi che non avrebbe mai potuto tornare al potere finché l'attuale assetto politico fosse rimasto in piedi.
Temeva inoltre che, in caso di guerra e di cambio di regime, Stati Uniti e Israele scegliessero un esponente dell'opposizione residente all'estero, poco conosciuto in Iran e incapace di governare il Paese, provocando ulteriore instabilità. Per questo motivo, con i suoi interlocutori si descriveva come un possibile riformatore sul modello dell'ex presidente russo Boris Eltsin. Sosteneva che, se fosse tornato al potere, l'Iran avrebbe riconosciuto Israele e normalizzato le relazioni diplomatiche nell'ambito degli Accordi di Abramo promossi dal presidente Trump.
In quel periodo, secondo due funzionari della difesa israeliana informati sulle valutazioni dell'intelligence, i servizi segreti di Israele seguivano con grande attenzione il progressivo deterioramento dei rapporti tra Ahmadinejad e la leadership iraniana. Particolare interesse suscitava il crescente risentimento dell'ex presidente nei confronti dell'ayatollah Khamenei e degli altri dirigenti che gli avevano impedito di candidarsi nuovamente alla presidenza.
Nel frattempo anche il ramo d'intelligence del Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica, incaricato di proteggere la Repubblica islamica dalle interferenze straniere, iniziò a nutrire sospetti nei suoi confronti. Secondo due membri dei Pasdaran e un funzionario dell'intelligence a conoscenza del dossier, questi sospetti aumentarono dopo che Ahmadinejad, a partire dal 2017, iniziò a pubblicare lettere aperte indirizzate a Donald Trump e, successivamente, al principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, due leader ai quali Trump aveva espresso pubblicamente grande apprezzamento.
Dopo l'attacco israeliano di quest'anno, che inizialmente lo aveva sottratto alla sorveglianza dei Pasdaran, i servizi segreti iraniani avviarono un'indagine approfondita riuscendo gradualmente a ricostruire i suoi rapporti con Israele, secondo quanto riferito dai quattro funzionari iraniani.
Gli incontri all'estero
Non è chiaro quando gli agenti israeliani abbiano cercato per la prima volta di reclutare Ahmadinejad. Secondo funzionari iraniani, un primo contatto potrebbe essere avvenuto durante un viaggio in Guatemala, nel 2023, dove l'ex presidente era stato invitato a una conferenza dedicata ai temi ambientali. L'invito proveniva dal governo guatemalteco, uno dei Paesi latinoamericani con i rapporti diplomatici più stretti con Israele.
Ahmadinejad rischiò però di non partire. All'aeroporto di Teheran gli agenti di sicurezza gli impedirono inizialmente di imbarcarsi, rifiutandosi di consegnargli la carta d'imbarco e di autorizzarlo a lasciare il Paese. Per ore mise in scena una protesta all'interno dell'aeroporto, trasformando l'episodio in un piccolo caso mediatico: si fece fotografare con viaggiatori, dipendenti aeroportuali e personale della compagnia aerea, pubblicando aggiornamenti continui sui propri profili social. Alla fine le autorità iraniane gli consentirono di partire e di partecipare alla conferenza. "Alcuni mi avevano detto di non andare in Guatemala; io ho risposto che era stato mio fratello, il ministro dell'Ambiente, a invitarmi”, affermava Ahmadinejad in uno dei video registrati durante il viaggio. “È un Paese molto importante dell'America Latina”.
L'anno successivo Ahmadinejad si recò per la prima volta in Ungheria per partecipare alla conferenza organizzata dalla Ludovika University, occasione durante la quale incontrò a Budapest David Barnea, direttore del Mossad per cinque anni, fino al mese scorso. All'epoca l'Ungheria, guidata dal primo ministro conservatore Viktor Orbán, era probabilmente il Paese europeo con i rapporti più stretti con Israele. Orbán e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu si recavano frequentemente in visita reciproca nei rispettivi Paesi.
Nell'aprile del 2025 anche Netanyahu tenne una conferenza alla Ludovika University, che gli conferì un riconoscimento per il servizio pubblico. Due mesi più tardi Ahmadinejad tornò a Budapest, pochi giorni prima che Israele lanciasse la guerra contro l'Iran. Anche quel viaggio costituiva una copertura per consentirgli di incontrare agenti dell'intelligence israeliana.
Le sue guardie del corpo iraniane, appartenenti all'unità Ansar dei Pasdaran e incaricate di accompagnarlo in tutte le missioni all'estero, riferirono che almeno in due occasioni, durante il soggiorno del giugno 2025, Ahmadinejad era riuscito a seminare il dispositivo di sicurezza, scomparendo per lunghi incontri. Secondo due membri dei Pasdaran e un funzionario dell'intelligence, nel rapporto stilato al termine della missione le guardie raccontarono di aver chiesto spiegazioni all'ex presidente, il quale aveva risposto di essersi trattenuto semplicemente a colloquio con alcuni professori universitari.
Durante la conferenza Ahmadinejad pronunciò il suo intervento in inglese, sorprendendo i presenti perché rinunciò al tradizionale versetto del Corano con cui, in passato, aveva sempre aperto i propri discorsi. Vestito con un elegante abito blu scuro su misura, parlò di “umanità condivisa” e di un “ordine mondiale in trasformazione”, illustrando la propria visione della nascita di un nuovo assetto internazionale, come mostrano i video del viaggio pubblicati sui suoi canali social.
Al rettore Gergely Deli donò una copia dello Shahnameh (Libro dei Re), il grande poema epico del poeta persiano Ferdowsi. Deli ricambiò consegnandogli l'emblema dell'università. In un'intervista rilasciata il mese scorso, il rettore ha raccontato di aver svolto, nell'invitare Ahmadinejad, il ruolo di uno “strohmann”, termine tedesco che significa «"prestanome” o “uomo di facciata”. Fino alla settimana scorsa Ahmadinejad non era più stato visto in pubblico dalla fine di febbraio, quando era stato portato via dalla sua abitazione di Teheran a bordo della Peugeot nera. Lunedì scorso è ricomparso a sorpresa, per pochi minuti, durante il corteo funebre dell'ayatollah Ali Khamenei.
Nei video della cerimonia appare con un pesante giaccone nonostante una temperatura vicina ai 32 gradi, e con una mascherina chirurgica abbassata sotto il mento. Gli altri due ex presidenti iraniani ancora in vita, Hassan Rouhani e Mohammad Khatami, non erano stati invitati e non hanno preso parte ad alcuna delle cerimonie funebri. Ahmadinejad è rimasto per tutto il tempo in silenzio, con lo sguardo rivolto verso il basso, circondato su ogni lato da uomini che sembravano appartenere ai servizi di sicurezza.
(Copyright The New York Times – la Repubblica)
- Mark Mazzetti è un giornalista investigativo del New York Times con sede a Washington. Si occupa di sicurezza nazionale, intelligence e politica estera. È autore di un libro dedicato alla Cia.
- Julian E. Barnes segue per il New York Times le agenzie d'intelligence statunitensi e i temi della sicurezza internazionale. Si occupa di questioni di sicurezza da oltre vent'anni.
- Farnaz Fassihi dirige l'ufficio delle Nazioni Unite del New York Times e coordina la copertura dell'Onu. Segue inoltre l'Iran e racconta da quindici anni i conflitti in Medio Oriente.
- Ronen Bergman è redattore del New York Times Magazine e vive a Tel Aviv.