Contraddicendo tutto ciò che i suoi più stretti collaboratori hanno per settimane dichiarato, e dimenticandosi di quel dettaglio chiamato “diritto internazionale marittimo”, Donald Trump è ora intenzionato a controllare lo Stretto di Hormuz, imponendo una protezione a pagamento.
“Gli Stati Uniti saranno rimborsati nella misura del 20 per cento su tutte le merci che transiteranno in quelle acque”, scrive il tycoon su Truth, il suo social network personale. Non è solo un cambio totale della strategia della Casa Bianca, che per Hormuz puntava allo status quo ante, alla situazione di libero passaggio che vigeva prima della decisione di lanciare l’attacco contro la Repubblica islamica. E’ anche l’assunzione della logica di Teheran, finora respinta, di far pagare la sicurezza. E, insieme, la clamorosa smentita del vice presidente J.D.Vance e del Segretario di Stato Marco Rubio.
Non più tardi di un mese fa Rubio, durante una visita in Medio Oriente, a proposito di Hormuz disse: “Nessun Paese può imporre pedaggi o tariffe su una via d’acqua internazionale”. E aggiunse: “Questo è il diritto internazionale vigente, è così che funzionano tutte le vie marittime internazionali nel mondo e ci aspettiamo che sia così anche in questo caso”.
Era il 23 giugno. Il memorandum d’intesa che aveva decretato il cessate il fuoco con l’Iran era stato firmato meno di una settimana prima, ma Teheran faceva chiaramente capire di ritenere lo Stretto cosa propria, quindi monetizzabile con pedaggi o tariffe, poiché il conflitto aveva rivelato quale formidabile arma di ricatto fosse quell’imbuto marittimo dove passa un quinto delle spedizioni mondiali di greggio e gas liquefatto.
Rubio, che oltre ad essere il capo della diplomazia Usa è anche il consigliere alla Sicurezza nazionale della Casa Bianca, pronunciò quelle parole prima di partecipare alla riunione del Consiglio di Cooperazione del Golfo, che riunisce i principali Paesi arabi esportatori di petrolio. Al termine fu firmata una dichiarazione congiunta sulla libertà del transito a Hormuz.
Dunque il Segretario di Stato, per rispondere alle istanze iraniane, si appellava implicitamente ai principi stabiliti della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Unclos), mai ratificata dagli Stati Uniti, che tutela il “transit passage”: tutte le navi godono del diritto di passaggio continuo e rapido e lo Stato costiero non può sospenderlo, pur potendo emanare norme di sicurezza e ambientali.
Era la stessa linea enunciata dal vicepresidente degli Stati Uniti il 18 giugno, all’indomani della tregua. “Riteniamo che le vie d’acqua internazionali debbano essere libere da pedaggi”, dichiarò Vance durante una conferenza stampa.
Trump ora, con un messaggio che sa di propaganda, ribalta tutto. Definisce gli Stati Uniti “l’Angelo guardiano di Hormuz”, e sostiene di essere in grado di fornire un servizio di protezione globale che, “per correttezza”, le compagnie di shipping saranno chiamate a pagare. Un 20 per cento sulle merci che, secondo gli analisti, raddoppierà il costo delle spedizioni in quel tratto di mare.
Il tycoon, come spesso gli capita, fa i conti senza l’oste, in questo caso con l’Iran che ha dimostrato di essere in grado di paralizzare la navigazione commerciale anche solo con la minaccia di lanciare droni. Non si capisce, infatti, come Trump intenda mettere in atto il piano.
Da Teheran rispondono con sarcasmo. “Il presidente degli Stati Uniti ha totalmente ragione”, scrive il ministro degli Esteri Abbas Araghchi su X. “Chiunque fornisca un passaggio sicuro e protetto dovrebbe essere ricompensato. Ma il 20 per cento è troppo, noi saremo equi”.