Londra, Burnham è leader: “Redistribuiamo le ricchezze, basta con il neoliberismo senza Stato”
dal nostro corrispondente Antonello GuerreraLONDRA – Aprite le porte al “re del Nord”. All’ora di pranzo, vestito blu e cravatta bordeaux, Andy Burnham appare nel complesso di sindacati “Trades Union Congress” al centro di Londra. L’ex sindaco di Manchester, con la moglie olandese Marie-France van Heel, arriva per la sua “incoronazione” a leader del Labour — e a primo ministro da lunedì. Applausi, inchini, dalle casse “Azizam” di Ed Sheeran, “tesoro mio” in lingua farsi. Inizia una nuova, radicale era per questo ingovernabile Regno, che ci riprova con il quinto premier in quattro anni: «È l’ultima chance per il cambiamento», avverte Burnham, «ma ho un piano per far tornare la speranza, a tutto il Paese. Sono pronto».
La sala è piccola, le introduzioni inutili: «…
LONDRA – Aprite le porte al “re del Nord”. All’ora di pranzo, vestito blu e cravatta bordeaux, Andy Burnham appare nel complesso di sindacati “Trades Union Congress” al centro di Londra. L’ex sindaco di Manchester, con la moglie olandese Marie-France van Heel, arriva per la sua “incoronazione” a leader del Labour — e a primo ministro da lunedì. Applausi, inchini, dalle casse “Azizam” di Ed Sheeran, “tesoro mio” in lingua farsi. Inizia una nuova, radicale era per questo ingovernabile Regno, che ci riprova con il quinto premier in quattro anni: «È l’ultima chance per il cambiamento», avverte Burnham, «ma ho un piano per far tornare la speranza, a tutto il Paese. Sono pronto».
La sala è piccola, le introduzioni inutili: «Sento proprio la tensione nell’aria, haha!», ironizza la vicepresidente del Labour, Lucy Powell. Perché non ci sono rivali e l’incredibile scalata di Burnham al potere è completa: non era neanche parlamentare fino a un mese fa, ma poi la sinistra del partito lo ha incensato a suo nuovo eroe anti-Farage mentre Starmer sprofondava in una robotica insipienza. Un golpe politico senza sangue né vittime, a parte Sir Keir, che però Burnham ringrazia tra scroscianti e ipocriti applausi della folla: «Sei stato straordinario».
Starmer non c’è, «non ha fatto in tempo a tornare dall’Ucraina». Ma ci sono tre figure cruciali in platea. Il sindaco di Londra Sadiq Khan, investito a Lord proprio l’altro giorno: un futuro nel governo del compare Andy? Poi c’è la ministra dell’Interno Shabana Mahmood, che dovrebbe spuntarla a capo delle Finanze sull’ex leader Ed “il rosso” Miliband: City e mercati ringraziano. E poi un altro grande ex capo del Labour, Neil Kinnock: «Senza di te, Neil, non sarei mai entrato in politica», è la dichiarazione d’amore di Burnham.
“Il re del Nord” (citazione da Game of Thrones) non legge il suo discorso — che i suoi giurano “si è scritto da solo” — dai gobbi elettronici come Starmer, ma su fogli di carta. Promette che «sarà il primo ministro di tutti», che il suo governo sarà «autenticamente e orgogliosamente laburista, fondato sui nostri valori: rilancio economico, maggiore controllo statale» e nazionalizzazione dei servizi, «reindustrializzazione e restituzione del potere alle comunità locali», senza inseguire né Farage a destra, né i Verdi a sinistra: «Al centro ci sarà solo la gente, con cui voglio parlare tutti i giorni».
Burnham schiva i dossier Difesa e politica estera, sebbene li stia già ricevendo dalle autorità: saranno imparabili nel suo discorso a Downing Street lunedì, quando sfratterà Starmer dopo aver fatto visita a re Carlo. Intanto, parla alla classe operaia. Giura devoluzione, «un pezzo di Downing Street a Manchester», l’intervento dello Stato contro il neoliberismo sfrenato, «la redistribuzione di ricchezze e risorse» da Londra al Nord deindustralizzato, la demolizione del thatcherismo: «La Gran Bretagna ha sbagliato negli anni Ottanta, quando il potere politico è stato centralizzato e quello economico privatizzato. Ora basta: serve crescita in ogni contea del Paese e potere alle comunità locali». Ovvero, «Give back control»”, storpiatura del “Take back control” della Brexit. I tabloid e i giornali conservatori esplodono: “Vuole riportarci agli anni Settanta!”. Ma Burnham non li ascolterà. Quasi mezzo secolo dopo Thatcher, il suo programma è una rivoluzione, tra speranza, incognite e rischi. Non a caso, Burnham sceglie “True Faith” dei New Order come canzone finale, che balla prima di dileguarsi. Serve “fede vera” nel re del Nord. Basterà?