✕

La sfida degli algoritmi: Cina con Russia e Cuba, alleanza anti Usa sull’IA

(afp)

Ascolta l'audio

L’organizzazione per la cooperazione Waico offre tecnologia e investimenti per costruire i centri dati. Il Dragone detta le regole
2 minuti di lettura

Dopo la diplomazia globale delle infrastrutture, anche detta Via della Seta, la Cina di Xi Jinping lancia la diplomazia dell’Intelligenza artificiale. Il messaggio al mondo, specie quello in via di sviluppo, lo ha lanciato ieri il presidentissimo in persona all’apertura della grande Conferenza mondiale sull’Ia di Shanghai: lavorare insieme perché questa rivoluzione sia «una sinfonia di cooperazione internazionale» e non «la performance solista di un singolo Paese», gli innominati Stati Uniti. Quel che non ha detto, ma si intuisce, è che di questo ordine alternativo la Cina si candida con le sue aziende ad essere il fornitore di algoritmi, centri dati, chip e centrali elettriche, oltre che ad orientarne le regole. E nel fare questo punta a rendere il suo ecosistema Ia così esteso e potente da superare quello a trazione americana.

Dopo la diplomazia globale delle infrastrutture, anche detta Via della Seta, la Cina di Xi Jinping lancia la diplomazia dell’Intelligenza artificiale. Il messaggio al mondo, specie quello in via di sviluppo, lo ha lanciato ieri il presidentissimo in persona all’apertura della grande Conferenza mondiale sull’Ia di Shanghai: lavorare insieme perché questa rivoluzione sia «una sinfonia di cooperazione internazionale» e non «la performance solista di un singolo Paese», gli innominati Stati Uniti. Quel che non ha detto, ma si intuisce, è che di questo ordine alternativo la Cina si candida con le sue aziende ad essere il fornitore di algoritmi, centri dati, chip e centrali elettriche, oltre che ad orientarne le regole. E nel fare questo punta a rendere il suo ecosistema Ia così esteso e potente da superare quello a trazione americana.

Ce la farà? La strategia ha dei chiari punti di forza. Di fronte all’America First di Donald Trump, che ha rinnegato il “laissez faire” e ora blocca i modelli di Ia più potenti per timore che finiscano in mani sbagliate, Xi ha buon gioco nel porsi come paladino del multilateralismo e del Sud Globale, che dalla rivoluzione degli algoritmi temono di essere esclusi. E di fronte ai modelli proprietari dei campioni Usa come Anthropic e OpenAI, si fa paladino di quelli “open source” — da tutti scaricabili e adattabili — e low cost sviluppati da piccoli e grandi campioni cinesi. L’anno scorso era stata DeepSeek a stupire il mondo, alla vigilia di questa conferenza è stata la pechinese Moonshot AI a rilasciare un modello in grado di rivaleggiare con i top americani, riducendo a un’incollatura il ritardo cinese alla frontiera.

Xi offre di condividere questi prodigi attraverso una Organizzazione per la Cooperazione sull’Ia (Waico) con sede a Shanghai, alternativa alla Pax Silica creata dagli Stati Uniti con gli alleati, e nuovo fronte di tensione in vista dell’incontro con Trump. Sono saliti a bordo 29 governi, dall’amica Russia al Brasile, dal Pakistan all’Indonesia, attirati dalla possibilità di ricevere algoritmi, competenze, ma anche gli investimenti di cui hanno disperato bisogno per costruire centri dati. Win-win, si vince tutti, dice Pechino. Solo che la Cina vincerebbe di più. Come fu per Huawei con il 5G stabilirebbe gli standard globali. Come lungo la Via della seta, sarebbero le sue aziende a costruire e rifornire. Già oggi l’Ia è diventata il principale tiro della sua macchina da export. Ma ora la posta in gioco è ancora più grande: agganciando mezzo mondo e i suoi dati Pechino potrebbe dominare la piattaforma che nei prossimi decenni determinerà potenza industriale e militare.

D’altra parte, replica una strategia collaudata: usa (per i critici: copia) i risultati dei modelli americani, punta sull’economicità e su un’adozione veloce e massiccia, sfrutta l’abbondanza di talenti e la capacità di un sistema autoritario di allineare le priorità, esporta. Perfino in America diverse società hanno iniziato ad usare i suoi modelli, e figurarsi in un’Europa dove non ci sono alternative autoctone. Scrive però l’Economist che curare la dipendenza da Big Tech con alternative cinesi sarebbe una «trappola». Pechino ha mostrato più volte di usare le dipendenze altrui — vedi terre rare — come armi politiche. D’altra parte la sua proclamata fede nei modelli aperti è contraria all’ossessione per il controllo e alle ambizioni nazional-autarchiche del regime. La potentissima Amministrazione del cyberspazio già sottopone le Ia ad un attentissimo screening prima del rilascio. E qualche giorno fa Reuters ha rivelato come le autorità stiano considerando di bloccare l’accesso degli stranieri a quelle più potenti, ora che sono di livello assoluto.

Di là è America first, qui China first, cosa che rende improbabile vedere qualche Paese sviluppato aderire all’Organizzazione cinese per l’Ia. Sugli algoritmi la competizione può solo crescere: il resto del mondo — Europa compresa — sta in mezzo.

Leggi i commenti