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Il sogno di Khalil, bloccato a Gaza: “Italia, aiutami a diventare medico”

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Ha 19 anni, vive in tenda, vuole seguire le orme del padre. E lancia un appello: “Fatemi uscire da qui voglio studiare da voi”
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Non è un messaggio nella bottiglia, anche se, di quell’antico e disperato mezzo di comunicazione, condivide l’imprevedibilità della destinazione e l’insondabilità della sorte.

In questo caso i media non sono il vetro e l’acqua del mare, bensì gli strumenti digitali della connessione immateriale. Tra la città di Novara e la località di Deir al-Balah, nel centro della Striscia di Gaza, corrono oltre 2700 km. Con il computer, da un angolo di una tenda, condivisa con altre famiglie sfollate, senza acqua, Khalil Khalil Mahmoud Alshawwaf, a lume di candela o alla luce del cellulare, è riuscito a intercettare, in qualche modo, grazie a internet, le parole che, una decina di anni fa, la novarese Elena Ferrara pronunciò nell’aula del Senato. “Ho cercato chi, nel Parlamento italiano, aveva parlato di Gaza non come di un problema diplomatico, ma come di una grande questione umana”.

Non è un messaggio nella bottiglia, anche se, di quell’antico e disperato mezzo di comunicazione, condivide l’imprevedibilità della destinazione e l’insondabilità della sorte.

In questo caso i media non sono il vetro e l’acqua del mare, bensì gli strumenti digitali della connessione immateriale. Tra la città di Novara e la località di Deir al-Balah, nel centro della Striscia di Gaza, corrono oltre 2700 km. Con il computer, da un angolo di una tenda, condivisa con altre famiglie sfollate, senza acqua, Khalil Khalil Mahmoud Alshawwaf, a lume di candela o alla luce del cellulare, è riuscito a intercettare, in qualche modo, grazie a internet, le parole che, una decina di anni fa, la novarese Elena Ferrara pronunciò nell’aula del Senato. “Ho cercato chi, nel Parlamento italiano, aveva parlato di Gaza non come di un problema diplomatico, ma come di una grande questione umana”.

Khalil si rivolge così alla ex senatrice, per decenni docente di educazione musicale e promotrice di una importante legge contro il cyberbullismo: «Lei si è alzata a parlare dei bambini in fuga dalla guerra, reclamando con forza l’apertura di corridoi umanitari per le vittime più fragili. Quelle parole oggi hanno un volto preciso e un nome reale: il mio». Che sorprendente rivelazione per la politica istituzionale! I discorsi fatti in Parlamento possono avere, dunque, non solo un senso, ma addirittura una utilità. Possono attraversare le frontiere, smuovere le menti e i cuori e, chissà mai, produrre qualche conseguenza concreta. Intanto per Khalil. Questi, nato nel dicembre del 2007 a Khan Yunis, nella Striscia di Gaza, è stato registrato sin dalla nascita dall’Agenzia delle Nazioni Unite Unrwa come rifugiato palestinese. Continua il suo racconto: «Mio padre, il dottor Khalil Mahmoud Alshawwaf, era un medico che aveva contribuito a eliminare la malaria nel sud dell’Arabia Saudita e aveva diretto l’Ospedale Nasser di Gaza. Quando la guerra è esplosa nel 2023 e la nostra casa è stata distrutta, siamo fuggiti a piedi sotto i bombardamenti per oltre dieci chilometri». Il dottor Alshawwaf, appena ripresosi da un intervento a cuore aperto, camminava al fianco di suo figlio e, nonostante le sue precarie condizioni «non ha smesso di curare gratuitamente le persone sfollate nei campi, senza medicine, senza attrezzature, fino all’ultimo giorno della sua vita». È morto a 71 anni, una settimana prima che fossero pubblicati i risultati scolastici del figlio. Le sue ultime parole sono state rivolte a lui: «Continua il mio cammino. Sii il secondo Khalil».

Oggi, il giovane palestinese, dopo aver concluso gli studi, non riesce a lasciare Gaza: «E così il mio diploma rischia di non contare nulla». Riferisce di aver contattato numerose istituzioni italiane, tra cui il Ministero degli Esteri, chiedendo invano di essere preso in considerazione per una evacuazione umanitaria urgente. E tuttavia — dice — «qui, dove internet va e viene e dove ogni giorno può essere l’ultimo, il silenzio che accoglie le mie parole non mi sembra una manifestazione di indifferenza: piuttosto il segno della distanza e della guerra e di un sistema che non sa come raggiungere chi resta indietro». Ma perché tanta insistenza, perché tante domande indirizzate a una persona lontana e di cui conosce solo il nome, come Elena Ferrara, perché questo incalzare e premere e interpellare, e dove trovare la forza necessaria per farlo? La risposta di Khalil è lapidaria: «Quando non hai niente da perdere tranne le parole, impari a usarle con cura. Quando l’unica arma che ti resta è la tua storia, impari a raccontarla come se da essa dipendesse tutto. La tua singola vita e il mondo intero. Chiedo solo di non essere dimenticato».

Sul piano politico diplomatico, l’Italia è rimasta pressoché inerte davanti alla tragedia di Gaza; e ha persino faticato non poco a prendere una qualche prudente distanza dalle posizioni più efferate del governo di Benjamin Netanyahu. E, tuttavia, ha mostrato una certa intelligenza e una certa sensibilità sul piano umanitario. Il numero di palestinesi accolti nel nostro Paese per trattamenti sanitari o per motivi di studio è superiore a quello delle persone prese in carico dagli altri Stati europei. Ma anche questo è sembrato accadere in assenza di un piano preciso, di un programma articolato, di una strategia di lungo periodo e di un efficace coordinamento tra le istituzioni centrali, quelle locali, le sedi diplomatiche, le strutture sanitarie, le facoltà universitarie e le organizzazioni non governative. I canali per l’evacuazione umanitaria e per quella di studenti e laureati sembrano chiudersi e occasionalmente riaprirsi, spesso solo attraverso esili spiragli, creando false aspettative e dolorose frustrazioni. Come quella del giovane giunto infine in Sardegna per iscriversi alla facoltà di ingegneria informatica, senza poter essere raggiunto dal padre per il quale, pure, era stato previsto e formalizzato il ricovero in un istituto oncologico di Padova o come quello di Khalil, che appare così caparbiamente volere l’Italia e le prospettive che può offrire a un giovane che vorrebbe diventare medico, come il padre, «il dottor Khalil Mahmoud Alshawwaf».

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