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Iran, la strategia della sete: attacchi ai dissalatori del Golfo

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Per la seconda volta preso di mira un impianto in Kuwait che al 90 per cento dipende dal trattamento dell’acqua di mare
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Se c’è una cosa che questa guerra ha mostrato al mondo è la capacità strategica degli eredi della grande Persia. Azione e reazione sono le ascisse e le ordinate di un piano iraniano che si dispiega nonostante i danni, le scosse alle fondamenta del regime e le perdite provocate dagli attacchi di Stati Uniti e, fino a un mese fa, di Israele. Dunque, non c’è niente di casuale se, per due giorni consecutivi, è stato preso di mira uno degli impianti di desalinizzazione del Kuwait. L’obiettivo è chiaro: assetare un alleato degli Stati Uniti e, con esso, una delle regioni più aride del pianeta.

Una strategia di guerra antica, biblica come l’assedio di Betulia, che risale ai tempi delle città fortezze del Medio Oriente e che ora la Repubblica islamica ripropone, per generare un deficit idrico, quindi il caos. Già negli anni Ottanta gli analisti della Cia mettevano in guardia la Casa Bianca sulla «estrema vulnerabilità a sabotaggi» delle strutture che producono acqua dolce nel Golfo (allo…

Se c’è una cosa che questa guerra ha mostrato al mondo è la capacità strategica degli eredi della grande Persia. Azione e reazione sono le ascisse e le ordinate di un piano iraniano che si dispiega nonostante i danni, le scosse alle fondamenta del regime e le perdite provocate dagli attacchi di Stati Uniti e, fino a un mese fa, di Israele. Dunque, non c’è niente di casuale se, per due giorni consecutivi, è stato preso di mira uno degli impianti di desalinizzazione del Kuwait. L’obiettivo è chiaro: assetare un alleato degli Stati Uniti e, con esso, una delle regioni più aride del pianeta.

Una strategia di guerra antica, biblica come l’assedio di Betulia, che risale ai tempi delle città fortezze del Medio Oriente e che ora la Repubblica islamica ripropone, per generare un deficit idrico, quindi il caos. Già negli anni Ottanta gli analisti della Cia mettevano in guardia la Casa Bianca sulla «estrema vulnerabilità a sabotaggi» delle strutture che producono acqua dolce nel Golfo (allora il 90 per cento dell’acqua desalinizzata proveniva, infatti, da soli 56 impianti) e sul rischio che attacchi militari possano scatenare crisi nazionali.

Le autorità del Kuwait denunciano il secondo raid sull’impianto di desalinizzazione che, come spesso avviene, è collegato a una centrale elettrica — quindi Teheran prova a generare due shock, idrico ed energetico, con un’unica azione — e ricordano che colpire strutture civili significa violare il diritto internazionale e la risoluzione Onu numero 2817. Ma la risposta dell’Iran è il silenzio.

La piccola monarchia del Golfo, che galleggia letteralmente sul petrolio, ha 5 milioni di abitanti e per l’acqua potabile dipende, al 90 per cento, dagli impianti che trattano l’acqua del mare anche col sistema dell’osmosi inversa. È una costante, in questa parte del mondo: l’Oman vi dipende all’86 per cento, l’Arabia Saudita al 70 per cento. Il governo non ha rivelato se il complesso colpito nelle ultime 48 ore sia di nuovo Doha West, cioè quello che venne danneggiato il 29 marzo scorso dai droni nel primo di sei attacchi iraniani sugli impianti che producono l’acqua potabile in Kuwait, lo Stato su cui Teheran ha concentrato la strategia della sete. Anche in Bahrein lo scorso 8 marzo avevano subito un raid su un dissalatore, il primo della rappresaglia iraniana, ma è rimasto un caso isolato.

Nella desertica penisola arabica i Paesi hanno riserve d’acqua dolce da milioni di metri cubi, sfruttano tecnologie di ultima generazione, come pioggia artificiale e riciclo delle acque reflue per l’agricoltura. Ovvio che, in emergenza, si attingerà a quelle cisterne per dissetare la popolazione, distribuendo l’acqua con le autobotti, ma alla lunga il livello della tensione sociale salirà. «In uno scenario estremo, ma non implausibile, gli attacchi sugli impianti dell’acqua potranno generare una pressione interna sui governi, come anche gli Stati Uniti stanno cercando di fare con l’Iran», scrive l’analista Zvi Bar’el su Haaretz.

Trump lo ha promesso: scatenare l’inferno sulla Repubblica islamica, colpendo centrali elettriche, ponti, e, accusano i pasdaran, anche le industrie dell’acqua. È vero che l’Iran, a differenza degli altri Paesi del Golfo, ha delle falde acquifere e negli anni ha sviluppato sistemi per gestire le siccità, con riserve idriche e dighe, e decentralizzando parti della rete di distribuzione, con acqua desalinizzata dal Mar Caspio. Però alcune aree sono più esposte. Uno degli ultimi raid dei caccia americani è stato su Qeshm, l’isola che è funzionale al controllo dello Stretto di Hormuz. Nelle prime fasi del conflitto gli iraniani dissero che a Qeshm era stato semi-distrutto un desalinizzatore e che, per questo, 30 villaggi erano rimasti a secco. Né Washington, né lo Stato ebraico, hanno rivendicato l’operazione.

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