Con l’eco delle proteste che arriva fino alle sue finestre in via Bankova, Zelensky alla fine cede. È tarda sera quando licenzia il generale Oleksandr Syrsky, a capo delle forze armate. Nomina al suo posto Mykhailo Drapatyi, il comandante delle Forze congiunte che si è conquistato stima e popolarità tra i soldati.
C’era in piazza la folla, a Kiev. E gli slogan, la gente di nuovo lì a sfidare per il sesto giorno consecutivo i limiti imposti dalla legge marziale, con i cartelli di cartone in mano: “Syrsky, vattene”. «Andremo avanti a oltranza se entro venerdì non sarà stato rimosso, e se Fedorov non sarà stato nominato ministro della Difesa», minacciava l’organizzatore e voce delle proteste, Dmytro Koziatynskyi. E Zelensky ha rimesso in partita anche Mykhailo Fedorov, dopo averlo incontrato di nuovo a porte chiuse nell’ufficio di presidenza.
L’annuncio del presidente riscrive ancora una volta l’assetto al vertice di un Paese al quinto anno di guerra. Zelensky aveva cacciato Fedorov…
Con l’eco delle proteste che arriva fino alle sue finestre in via Bankova, Zelensky alla fine cede. È tarda sera quando licenzia il generale Oleksandr Syrsky, a capo delle forze armate. Nomina al suo posto Mykhailo Drapatyi, il comandante delle Forze congiunte che si è conquistato stima e popolarità tra i soldati.
C’era in piazza la folla, a Kiev. E gli slogan, la gente di nuovo lì a sfidare per il sesto giorno consecutivo i limiti imposti dalla legge marziale, con i cartelli di cartone in mano: “Syrsky, vattene”. «Andremo avanti a oltranza se entro venerdì non sarà stato rimosso, e se Fedorov non sarà stato nominato ministro della Difesa», minacciava l’organizzatore e voce delle proteste, Dmytro Koziatynskyi. E Zelensky ha rimesso in partita anche Mykhailo Fedorov, dopo averlo incontrato di nuovo a porte chiuse nell’ufficio di presidenza.
L’annuncio del presidente riscrive ancora una volta l’assetto al vertice di un Paese al quinto anno di guerra. Zelensky aveva cacciato Fedorov una settimana fa, dopo soli sei mesi alla guida del ministero della Difesa, scatenando l’ira dei giovani ucraini scesi in piazza per chiederne il reintegro. Ora gli offre «un nuovo incarico governativo relativo allo sviluppo del settore tecnologico dello Stato».
In piazza c’era una riedizione della “protesta dei cartoni” che era iniziata un anno fa esatto, 22 luglio 2025 a Kiev. E oggi come allora Zelensky era in oggettiva difficoltà, ed è stato costretto a una nuova clamorosa marcia indietro sotto pressione popolare. Il mandato presidenziale è scaduto da più di due anni e quello parlamentare da quasi tre; la legge marziale, regolarmente prorogata dal parlamento in nome del popolo, legittima la continuazione del potere, ma l’architrave politico che regge il sistema è il consenso popolare per Zelensky. Per questo le proteste costringono il presidente ad agire: l’anno scorso ritirò la legge contestata ripristinando i pieni poteri e l’indipendenza di Nabu e Sapo, agenzie anticorruzione. Ora in ballo c’era l’ennesimo profondo rimpasto in cui aveva licenziato Fedorov. Secondo i sostenitori di quest’ultimo, era stata proprio la sua crescente visibilità a convincere Zelensky a cacciarlo, come già aveva fatto con il generale Zaluzhny.
Prima della guerra, Fedorov era stato il mago della digitalizzazione di un Paese che nell’IT aveva la sua principale risorsa. E in soli sei mesi da ministro della Difesa ha rivoluzionato la guerra tecnologica puntando tutto sui droni, sul controverso “sistema a punti” che distribuisce premi in denaro sotto forma di attrezzature militari ai reparti che ottengono più successi sul campo di battaglia come fosse un videogioco. E ha convinto Elon Musk a togliere l’accesso a Starlink ai soldati russi in Ucraina, una svolta che ne ha temporaneamente bloccato l’avanzata.
Perché cacciarlo, dunque? È ciò che si chiedevano i ragazzi e le ragazze ucraine che da una settimana avevano ripreso a scendere in piazza chiedendo a Zelensky di tornare sui suoi passi. E il presidente lo ha fatto. Ha licenziato Syrsky, e con lui anche il capo di Stato maggiore Gnatov: «È stato deciso che il nuovo comandante in capo delle Forze armate dell’Ucraina sarà Mykhailo Drapatyi. Sono grato a Oleksandr Syrskyi e a ciascuno dei nostri soldati per le solide posizioni di fronte dell’Ucraina. Il desiderio di tutti noi è uno solo: la vittoria sul nemico e il raggiungimento di condizioni sul fronte e di una pressione sulla Russia tali da costringerla alla pace».
Drapaty è uno dei più giovani generali ucraini in servizio attivo. A giugno dell’anno scorso si era licenziato dopo un attacco contro un poligono di addestramento nella regione di Sumy. Ma era stato reintegrato con tutti gli onori. Esperti militari e giornalisti lo descrivono come riservato e onesto, e lo considerano un esperto stabilizzatore delle situazioni più complesse al fronte. «Servire l’Ucraina è sempre stato per me un onore. Lavorerò con senso di responsabilità, concentrazione e rispetto per le persone», le sue prime parole.
Ha 43 anni, si è fatto conoscere nel 2014 durante la liberazione di Mariupol di cui è considerato un eroe, ci entrò sfondando le linee a bordo di un carro armato. E a differenza di Syrsky è considerato uno dei comandanti sul campo più attenti alle tecnologie moderne e ai droni, il principale motivo del conflitto tra il vecchio generale e il giovane ex ministro della Difesa licenziato da Zelensky la settimana scorsa. E Fedorov ieri si è tolto un sassolino dalla scarpa: «Ho telefonato a Syrskyi – dice – e l’ho ringraziato per aver difeso la regione di Kiev, per l’operazione di Kharkiv e per altre battaglie storiche».