Con la regione in allerta per la possibile intensificazione dell’offensiva americana contro l’Iran, un altro perenne focolaio di tensione è tornato ad accendersi ieri: è quello della Cisgiordania, i Territori palestinesi che dal 1967 Israele occupa e sulla quale il governo dello Stato ebraico vuole stringere quanto più possibile la morsa prima delle elezioni del 27 ottobre.
Cisgiordania: sparatoria a Nablus: quattro palestinesi e due soldati israeliani rimasti uccisi
La miccia è esplosa vicino Nablus, nella zona Nord, una di quelle dove da mesi gli attacchi dei coloni sono più intensi: quattro palestinesi e due israeliani sono morti quando gli abitanti di Tell hanno attaccato un gruppo di coloni che erano entrati nel villaggio e i soldati intervenuti a loro difesa. L’episodio ha scatenato una durissima reazione israeliana, con l’intero Nord della Cisgiordania messo a fer…
Con la regione in allerta per la possibile intensificazione dell’offensiva americana contro l’Iran, un altro perenne focolaio di tensione è tornato ad accendersi ieri: è quello della Cisgiordania, i Territori palestinesi che dal 1967 Israele occupa e sulla quale il governo dello Stato ebraico vuole stringere quanto più possibile la morsa prima delle elezioni del 27 ottobre.
Cisgiordania: sparatoria a Nablus: quattro palestinesi e due soldati israeliani rimasti uccisi
La miccia è esplosa vicino Nablus, nella zona Nord, una di quelle dove da mesi gli attacchi dei coloni sono più intensi: quattro palestinesi e due israeliani sono morti quando gli abitanti di Tell hanno attaccato un gruppo di coloni che erano entrati nel villaggio e i soldati intervenuti a loro difesa. L’episodio ha scatenato una durissima reazione israeliana, con l’intero Nord della Cisgiordania messo a ferro e fuoco, cinque villaggi assaltati dai coloni, un raid dell’Idf all’interno dell’ospedale di Nablus per arrestare i feriti e l’immediato spostamento — deciso dal governo di Benjamin Netanyahu — di truppe dal confine con Gaza alla Cisgiordania.
«È necessaria un’azione militare decisa, risoluta e inequivocabile», ha detto il ministro delle Finanze e falco dell’ultradestra Bezolel Smotrich. «Questi villaggi devono avere l’aspetto dei campi profughi di Tulkarem e Jenin»: riferimento alla campagna militare che lo scorso anno ha portato allo sgombero di migliaia di persone e alla distruzione delle loro case. Il rischio che le sue parole siano di istigazione per le frange più estreme dei coloni — comprese quelle che indossano la divisa dell’Idf — è altissimo. Yuli Novak, direttrice dell’ong israeliana B’Tselem lo ha detto chiaramente: «Sappiamo dove porta l’incitazione alla vendetta. Milioni di palestinesi sono completamente esposti a ulteriori attacchi, senza alcuna protezione».
Da mesi in Cisgiordania le provocazioni dei coloni nei confronti dei palestinesi salgono di numero e di intensità: non passa giorno senza che villaggi siano assaltati, animali rubati, strade bloccate. Da gennaio 87 palestinesi sono stati uccisi: 21 dai coloni. Solo giovedì, tre palestinesi erano stati uccisi e due israeliani feriti in due separati episodi nei pressi di Jenin e Nablus. Come ieri, a generarli era stata la presenza di coloni in aree che — secondo gli Accordi di Oslo — dovrebbero essere parte del futuro Stato palestinese. Tell in particolare, si trova in Area B, dove l’ingresso è interdetto agli israeliani: eppure ieri un gruppo di coloni era stato autorizzato dall’Idf ad andare a fare un’escursione nel villaggio e a loro era stata garantita protezione.
Cosa, quest’ultima, che fa temere che dietro alle provocazioni ci sia una precisa volontà politica: «Sono in molti a volere, e a perseguire attivamente, una grave escalation in Cisgiordania — scriveva ieri in un’analisi su Haaretz l’esperto di sicurezza Amos Harel — le loro motivazioni riflettono due interessi convergenti: la speranza che l’intensificarsi della violenza inneschi infine un conflitto più ampio, consentendo a Israele di smantellare l’Autorità Palestinese e di annettersi con la forza vaste aree della Cisgiordania; e il desiderio di creare ad arte un’emergenza di sicurezza in vista delle elezioni del 27 ottobre, così da far uscire dall’agenda politica la questione delle responsabilità del governo Netanyahu per i fallimenti che hanno portato al massacro del 7 ottobre».