Molteplici segnali delle ultime ore fanno pensare che una nuova escalation è una possibilità reale nel Golfo Persico se la diplomazia non riuscirà a riprendere quota. Gli Stati Uniti hanno trasferito nuovo equipaggiamento militare verso Israele e intensificato le attività di ricognizione sulla regione, schierando anche i bombardieri strategici B-1 che potrebbero servire per colpire gli impianti nucleari iraniani situati sotto la Pickaxe Mountain, la “Montagna del Piccone”.
L’ alert delle ambasciate statunitensi in Israele, Giordania e Arabia Saudita conferma la volatilità della situazione e il «rischio di un’escalation improvvisa» e invita i cittadini americani a «esercitare cautela e massima vigilanza, essere pronti a voli ca…
Molteplici segnali delle ultime ore fanno pensare che una nuova escalation è una possibilità reale nel Golfo Persico se la diplomazia non riuscirà a riprendere quota. Gli Stati Uniti hanno trasferito nuovo equipaggiamento militare verso Israele e intensificato le attività di ricognizione sulla regione, schierando anche i bombardieri strategici B-1 che potrebbero servire per colpire gli impianti nucleari iraniani situati sotto la Pickaxe Mountain, la “Montagna del Piccone”.
L’ alert delle ambasciate statunitensi in Israele, Giordania e Arabia Saudita conferma la volatilità della situazione e il «rischio di un’escalation improvvisa» e invita i cittadini americani a «esercitare cautela e massima vigilanza, essere pronti a voli cancellati, periodiche chiusure dello spazio aereo e interruzioni di possibili viaggi», si legge nel comunicato. In Israele sono stati riaperti rifugi in diverse località, com’era successo prima della guerra dei 12 giorni e dell’operazione Epic Fury.
Lunedì a Washington è atteso Benjamin Netanyahu, che dovrebbe incontrare Trump martedì e partecipare anche alle commemorazioni in ricordo del senatore Graham, convinto sostenitore della guerra contro l’Iran. Netanyahu cercava da diverse settimane un faccia a faccia con il presidente americano ma senza successo. I rapporti tra i due hanno attraversato diversi momenti di tensione negli ultimi mesi. Il premier israeliano preme per un approccio ancora più duro nei confronti di Teheran, e potrebbe spingere per incrementare la pressione militare Ieri sera Trump ha detto di non aver ancora deciso «se lanciare o no un grande attacco», che gli iraniani sono «più seri» nelle trattative ma che comunque «non sono ancora pronti a concludere un accordo» per la fine della guerra. «E io non ho fretta», ha aggiunto il presidente Usa .
Secondo il Wall Street Journal in realtà il capo della Casa Bianca sarebbe in “modalità vendetta” con l’Iran: avrebbe perso la pazienza, sempre più scettico sul fatto che i negoziati possano portare a una pace duratura. L’unico linguaggio che capiscono gli iraniani è quello della forza, secondo il tycoon, che ha anche minacciato di usare i fondi iraniani bloccati all’estero per risarcire le navi colpite dagli iraniani nello stretto di Hormuz.
I briefing con l’intelligence Usa non favoriscono la distensione: per gli 007, la guida suprema, Mojtaba Khamenei, sarebbe più aperta di suo padre all’ipotesi di sviluppare un’arma atomica. L’informazione è riportata dal New York Times ma potrebbe anche essere un leak per alzare la pressione su Teheran. Gli iraniani lo sanno e rispondono agli attacchi americani colpendo con missili e droni le basi Usa in Kuwait e Bahrein: «In risposta al martirio di ogni cittadino della gloriosa Repubblica Islamica dell’Iran, un militare americano sarà mandato all’inferno», ha detto il generale Abdollah Abdollahi, che guida il comando congiunto delle forze armate iraniane. Ieri si è riacceso anche il fronte yemenita: i sauditi che hanno bombardato il porto di Hodeidah dopo che gli Houthi hanno imposto loro un blocco navale nel Mar Rosso e i miliziani filo iraniani hanno promesso una risposta «dura».
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Nel crescendo di tensioni i pakistani, su spinta della Cina, provano a far ripartire il dialogo tra Stati Uniti e Iran, gli omaniti esplorano possibili compromessi per riaprire Hormuz, ma americani e inglesi pensano invece di convocare i volenterosi a Londra per discutere una potenziale coalizione internazionale per scortare le navi nello Stretto.