BERLINO – Berlino è ancora immersa nel dolore. A tre giorni dall’attacco al Pride della capitale, il silenzio del Tiergarten è interrotto solo dal via vai di persone che continuano a portare fiori e candele ai piedi dell’albero diventato simbolo della tragedia, nel punto in cui Abdul Ballout si è lanciato con il suo veicolo contro la folla. "Tutti voi eravate presenti sabato a una celebrazione dell’apertura e della libertà, attaccata da un islamista che voleva minare questi valori", dice il cancelliere tedesco Friedrich Merz. Parole che, da sole, ormai non bastano più. Lo sa anche Merz, che intanto promette che "il governo risponderà con prudenza, ma con determinazione", prima di rivolgere il proprio pensiero alla vittima e alla sua famiglia.
La donna uccisa durante l’attacco aveva 65 anni, era di Varsavia ed era arrivata a Berlino insieme alla figlia per partecipare a uno dei Pride più grandi d’Europa. Il suo nome, secondo i media locali, sarà reso pubblico solo dopo il riconoscimento della salma da parte dei familiari. "Non importa se non conosciamo il suo nome. Siamo qui perché la sua morte non deve essere dimenticata" dice Alexis, 19 anni, davanti al memoriale. “Non dimenticare è la cosa più importante ora, essere uniti e non lasciare spazio alla rabbia”.
Ma le polemiche nel Paese sembra non abbiano alcuna intenzione di fermarsi. Dopo che è emerso il passato di Abdul Ballout, le critiche nei confronti della magistratura e delle autorità si sono moltiplicate. Il 21enne era noto da anni alle autorità come islamista ritenuto potenzialmente pericoloso. Una telecamera installata dall’Ufficio di Polizia Criminale di fronte all’ingresso del suo palazzo lo avrebbe ripreso mentre usciva di casa alle 20:58 di sabato, il giorno in cui ha attaccato il Pride.
È in quegli istanti che avrebbe fatto anche la sua ultima telefonata con il padre Tawfik, che in quei giorni si trovava in Libano, suo Paese d’origine, per fare visita ad alcuni parenti. "Mi manchi, vorrei essere lì anche io", gli aveva detto prima di attaccare e gettarsi sulla folla. Intervistato da Der Spiegel, il padre ha respinto qualsiasi legame della famiglia con lo Stato islamico. "Gli hanno fatto il lavaggio del cervello. Noi siamo sciiti", racconta. "Non gli ho mai permesso di portare la barba lunga", aggiunge, spiegando di aver sempre associato quel simbolo a possibili forme di radicalizzazione. L’ultimo messaggio ricevuto “era alle 21:53, e da allora più nulla”. Prima l’attacco sul Pride, poi la fuga per 24 ore, conclusa domenica sera in un orto alla periferia della capitale tedesca, dove è stato ucciso dalla polizia. Le indagini sono ancora in corso. Non avendo trovato sue impronte o dna nel van la polizia ha rilasciato un uomo iraniano - con un provvedimento di espulsione dal 2024 - sospettato inizialmente di essere un complice di Ballout. I dubbi sul suo eventuale legame con l’attentatore, però, non sono del tutto svaniti: secondo la Bild, fonti delle forze dell’ordine hanno ipotizzato che i due potessero essersi conosciuti. Intanto, in altre città tedesche, come Amburgo, le autorità stanno predisponendo nuove misure di sicurezza in vista dei Pride in programma questo fine settimana, nel tentativo di evitare altri attacchi: gli organizzatori prevedono la presenza di oltre 250 mila persone.
Dei volontari cercano di aiutare la comunità a ripercorre ciò che è successo sabato qui a Berlino. “Farlo insieme è importante per elaborare il trauma”, spiega Uta Bolze, della Notfallseelsorge Berlin, rete di assistenza psicologica che collabora con le autorità per offrire supporto. Si prende una pausa davanti al piccolo punto di ascolto allestito ieri vicino al memoriale: “Vedere così tante persone riunirsi qui, aiuta chi c’era sabato a capire che non deve affrontare questa tragedia da solo”.