NEW YORK – Dopo mesi di vane richieste, il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha colto l’occasione dei funerali a Washington del senatore repubblicano Lindsey Graham - grande sostenitore di Israele e della guerra all’Iran - per ottenere il sospirato faccia a faccia con Donald Trump al quale, secondo Politico, aspira fin da aprile. I due non si vedono da febbraio, prima, cioè, dell’inizio della guerra contro l’Iran, ma il meeting è stato in forse fino all’ultimo, finalizzato solo due giorni fa. Bibi minimizza: «Pochi alleati sono vicini quanto noi», ha detto prima di salire sul Wing of Zion, l’aereo governativo decollato lunedì per la capitale statunitense dalla base militare di Nevatim, in Negev, per «motivi legati all’innalzamento della sicurezza a causa di possibili attacchi israeliani», scrive il Times of Israel.
NEW YORK – Dopo mesi di vane richieste, il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha colto l’occasione dei funerali a Washington del senatore repubblicano Lindsey Graham - grande sostenitore di Israele e della guerra all’Iran - per ottenere il sospirato faccia a faccia con Donald Trump al quale, secondo Politico, aspira fin da aprile. I due non si vedono da febbraio, prima, cioè, dell’inizio della guerra contro l’Iran, ma il meeting è stato in forse fino all’ultimo, finalizzato solo due giorni fa. Bibi minimizza: «Pochi alleati sono vicini quanto noi», ha detto prima di salire sul Wing of Zion, l’aereo governativo decollato lunedì per la capitale statunitense dalla base militare di Nevatim, in Negev, per «motivi legati all’innalzamento della sicurezza a causa di possibili attacchi israeliani», scrive il Times of Israel.
«Vado a incontrare Trump per l’ottava volta da quando ha iniziato il secondo mandato. L’ho visto più di ogni altro leader. Un onore e una responsabilità», ha dunque scritto su X. Spiegando che discuteranno «di molte questioni, Iran su tutte». Con la Casa Bianca a sussurrare ad Axios che il premier vuol parlare pure dell’accordo sul nucleare con l’Arabia Saudita, che ha sì pubblicamente approvato («ottimo se significa l’avanzamento degli Accordi di Abramo»), ma che certo l’innervosisce. La tensione è alta. In vista delle elezioni di ottobre, Netanyahu ha bisogno di mostrare ai suoi elettori che il legame con il presidente Usa – popolarissimo in Israele – è ancora forte. Ma sa che la visita alla Casa Bianca è rischiosa e ha già informato il suo gabinetto sulle intenzioni americane di pressarlo affinché ritiri l’esercito dalle “zone di sicurezza” occupate in Siria, Libano e Gaza, promettendo che «si opporrà con tutte le sue forze». Sa, insomma, che a subire pressioni potrebbe essere lui e non Trump. Sebbene gli Usa siano in una fase interlocutoria con l’Iran, gli attacchi sono stati bloccati dopo due settimane di bombardamenti, col presidente che da una parte afferma di essere pronto a una nuova escalation («chiederemo conto a Putin delle immagini satellitari dell’Iran»), negando di aver fermato l’offensiva per la riduzione delle scorte di munizioni, come insinuato dal New York Times. Dall’altra, che «colloqui sono in corso e ci sono buone possibilità che qualcosa accada presto».
Netanyahu, dal canto suo, esorterà certo la ripresa della linea dura nei confronti di Teheran, in particolare sul nucleare. Ma Trump, che a sua volta deve affrontare le elezioni di midterm a novembre, non ha alcuna intenzione di mostrarsi influenzabile da chi l’ha già trascinato in guerra. Lunedì, conversando coi giornalisti sull’Air Force One, ha ammesso «divergenze: siamo stati buoni con tanti Paesi che non sopravviverebbero senza di noi. Compreso Israele». Pur affrettandosi a gratificare l’alleato: «Bibi è stato grandioso. L’Iran è l’8% di ciò che era 5 mesi fa». Ma scrollandosi l’opposizione di Netanyahu alla vendita di F-35 alla Turchia: «Nessuno mi dice cosa devo o meno vendere».
Non aiuta la causa del premier israeliano nemmeno la lettera firmata da 600 ex diplomatici e militari israeliani che chiede agli Usa di mettere uno stop alla violenza dei coloni in Cisgiordania: «Se il terrorismo dei coloni ebrei proseguirà, le conseguenze potrebbero rivelarsi più catastrofiche delle atrocità di Hamas del 7 ottobre con ripercussioni sulla sicurezza di Israele e sugli interessi regionali degli Stati Uniti».