L’Arabia Saudita si unisce agli Usa e per la prima volta attacca le milizie in Iraq
di Gabriella ColarussoFino a cinque mesi fa Mohammed bin Salman aveva un dogma: evitare a tutti i costi che la guerra arrivasse a Riad. Negli ultimi dieci anni, il principe erede al trono si è concentrato sul piano di trasformare l’Arabia Saudita da monocultura petrolifera a potenza economia del Golfo, leader nel commercio, nell’innovazione, nei servizi. Anche a questo era servita la “pacificazione” con l’Iran mediata dai cinesi nel 2023. Il conflitto tra gli Stati Uniti e la Repubblica islamica, tuttavia, ha cambiato il contesto e i calcoli anche a Riad.
I tre fronti
L’Arabia Saudita è assediata su tre fronti: dall’Iran, dagli Houthi yemeniti – che, dopo 10 anni di guerra civile e una fragile tregua nel 2022, le hanno imposto un blocco navale costosissimo per il regno – e dalle milizie filoiraniane in Iraq, che rispondono al volere di Teheran più che a quello di Baghdad. Avversari imprevedibili, abili nella guerra asimmetrica che rende obsoleti anche i grandi equipaggiamenti militari per cui Riad ha speso…
Fino a cinque mesi fa Mohammed bin Salman aveva un dogma: evitare a tutti i costi che la guerra arrivasse a Riad. Negli ultimi dieci anni, il principe erede al trono si è concentrato sul piano di trasformare l’Arabia Saudita da monocultura petrolifera a potenza economia del Golfo, leader nel commercio, nell’innovazione, nei servizi. Anche a questo era servita la “pacificazione” con l’Iran mediata dai cinesi nel 2023. Il conflitto tra gli Stati Uniti e la Repubblica islamica, tuttavia, ha cambiato il contesto e i calcoli anche a Riad.
I tre fronti
L’Arabia Saudita è assediata su tre fronti: dall’Iran, dagli Houthi yemeniti – che, dopo 10 anni di guerra civile e una fragile tregua nel 2022, le hanno imposto un blocco navale costosissimo per il regno – e dalle milizie filoiraniane in Iraq, che rispondono al volere di Teheran più che a quello di Baghdad. Avversari imprevedibili, abili nella guerra asimmetrica che rende obsoleti anche i grandi equipaggiamenti militari per cui Riad ha speso miliardi nell’ultimo decennio. E così oggi i sauditi hanno fatto la scelta inevitabile, unendosi agli americani per colpire le milizie filoiraniane in Iraq che accusano di aver attaccato i propri impianti petroliferi. «Il Regno sottolinea di non cercare l’escalation, ma risponderà a qualsiasi aggressione subisca», ha dichiarato il ministero della Difesa.
Almeno 20 miliziani delle Forze di mobilitazione popolare, una coalizione di milizie sciite filo iraniane, sono stati uccisi insieme a sei consiglieri militari dei Pasdaran. I Guardiani della rivoluzione forniscono supporto logistico, militare ed economico alle milizie irachene, interferendo nelle decisioni politiche a Baghdad. Nella stessa notte, gli iraniani hanno dimostrato di aver sviluppato una più spiccata propensione al rischio dopo cinque mesi di guerra e di essere disposti anche a riattivare un’escalation militare se i loro interessi politici e di sicurezza vengono minacciati. È questo il messaggio che hanno voluto consegnare a Washington lanciando missili, intercettati, verso la base aerea di Muwaffaq Salti in Giordania, dove sono di stanza gli statunitensi.
La reazione Usa
Trump è andato su tutte le furie, promettendo di «fargli il culo» – ha detto così a Fox – e prepara una rappresaglia dura. Ieri sera 20 navi iraniane sono state dirottate e due abbordate dai militari Usa. Ma perché l’Iran ha attaccato la Giordania proprio quando sembrava reggere una tacita tregua? Per Teheran lo status quo è insostenibile. Il cessate il fuoco di fatto, con la continuazione del blocco navale americano, dissangua le casse dello Stato e dà agli americani il beneficio di tenere il petrolio sotto i 100 dollari al barile. È una pace a perdere per la Repubblica islamica, un equilibrio “né guerra né pace” svantaggioso che andava interrotto anche a costo di una nuova escalation. «Vorrei dazi per chi fa affari con Teheran», ha poi aggiunto. Ieri sera 20 navi iraniane sono state dirottate e due abbordate dai militari Usa.
Gli iraniani contano sul fatto che Trump risponderà sì, ma non ha le carte per sostenere un confronto militare di lunga durata. E che gli attacchi Usa, per quanto violenti, non possano cambiare l’equazione sul campo. I falchi a Teheran sono convinti di poter reggere anche di fronte al disastro economico fino a quando hanno il controllo delle armi e i mezzi per assicurare il benessere della loro base. Ma non possono sopravvivere a una situazione in cui è l’America a decidere quando e come colpirli. Il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, la detto esplicitamente: «Non permetteremo mai agli Stati Uniti di determinare i tempi della guerra e della pace».