Kupchan: “Per l’America Israele è un problema, l’Ucraina sempre meno”
dalla nostra inviata Anna LombardiWASHINGTON – La presenza a Washington di Zelensky e Netanyahu, entrambi ricevuti alla Casa Bianca a poca distanza l’uno dall’altro, è la testimonianza più eloquente dell’impegno esistenziale del defunto senatore Lindsey Graham: un repubblicano internazionalista tradizionale, un falco, un leale alleato sia di Israele che dell’Ucraina. Ma, certo, il peso e i risultati di questi incontri, non potrebbero essere più diversi». Charles Kupchan è il politologo della Georgetown University di Washington, pilastro del Council on Foreign Relations, e già consigliere di Barack Obama per la politica estera.
Trump si è trovato a discutere nel medesimo giorno delle due maggiori crisi estere che coinvolgono gli Stati Uniti.
«Ma questa volta la posta in gioco è più alta per Netanyahu che per Zelensky. Perché, almeno in parte, Trump ha scaricato il conflitto ucraino sugli europei. Con Israele è invece in una posizione difficile: la guerra contro l’Iran, che Bibi vuol fargli riprendere, è impopolare…
WASHINGTON – La presenza a Washington di Zelensky e Netanyahu, entrambi ricevuti alla Casa Bianca a poca distanza l’uno dall’altro, è la testimonianza più eloquente dell’impegno esistenziale del defunto senatore Lindsey Graham: un repubblicano internazionalista tradizionale, un falco, un leale alleato sia di Israele che dell’Ucraina. Ma, certo, il peso e i risultati di questi incontri, non potrebbero essere più diversi». Charles Kupchan è il politologo della Georgetown University di Washington, pilastro del Council on Foreign Relations, e già consigliere di Barack Obama per la politica estera.
Trump si è trovato a discutere nel medesimo giorno delle due maggiori crisi estere che coinvolgono gli Stati Uniti.
«Ma questa volta la posta in gioco è più alta per Netanyahu che per Zelensky. Perché, almeno in parte, Trump ha scaricato il conflitto ucraino sugli europei. Con Israele è invece in una posizione difficile: la guerra contro l’Iran, che Bibi vuol fargli riprendere, è impopolare nell’intero spettro politico americano, compresa la base Maga. È in un vicolo cieco: se ricomincia a bombardare, il prezzo del petrolio e dei consumi aumenteranno di nuovo, e a meno di 100 giorni dalle elezioni di midterm non è l’ideale. Ma se l’Iran continua a mantenere il controllo di Hormuz c’è il rischio che anche la soluzione diplomatica scontenti gli Usa».
I due leader sono arrivati a Washington da posizioni ribaltate: quello che era il paria ucraino, rafforzato; l’alleato israeliano, indebolito.
«Non c’è dubbio, le azioni di Zelensky salgono, quelle di Netanyahu calano. Il primo è in una posizione migliore perché, bloccando la Russia nell’Ucraina orientale e poi portando la guerra in territorio russo, è riuscito a impressionare Trump con la capacità difensiva di Kiev. Percependo in questa anche una nuova opportunità per negoziare la fine della guerra. Sa che Putin sta affrontando nuove pressioni: non salvaguarda più la popolazione russa dagli attacchi, e quelli alle raffinerie di petrolio li hanno costretti a fare la fila per la benzina. Quelli in Crimea, li hanno privati del popolare luogo di vacanze. Oggi il russo medio sente la guerra più vicina. E Zelensky ha fatto la cosa giusta anche colpendo la nave iraniana nel Mar Caspio. Ha praticamente detto a Trump: “Sono dalla tua parte. Ti aiuto nella guerra all’Iran, lì dove gli europei non ci sono”. Si è venduto bene».
E Israele?
«Netanyahu è in disaccordo con Trump su troppe cose. Mentre l’americano vuole attuato l’accordo di pace a Gaza e il successo del Board of Peace, Israele ha occupato una nuova porzione della Striscia, dove la violenza continua. Trump vuole calma in Libano per non compromettere i negoziati con gli ayatollah, mentre Bibi no. E poi divergono su come porre fine alla guerra in Iran. Anche perché per Israele, esausto, era comodo far combattere gli americani rimanendo a guardare. Il premier israeliano è in una posizione difficile. Vuole la rielezione ed è indietro nei sondaggi. Ha basato la sua leadership sulla garanzia della sicurezza di Israele. Ma tutti i fronti sono in sospeso: Gaza, Libano, Siria, Yemen e, appunto, Iran».
Netanyahu ha voluto questo incontro guardando alle elezioni di ottobre?
«Certo. Non può vincere con lo status quo, ha bisogno del sostegno americano. Ma il deterioramento dei rapporti è ormai pubblico: Trump lo ha criticato duramente. E poi è in atto un cambiamento epocale nella politica americana sul sostegno a Israele. Gli israeliani temono il crollo di sostegno. L’incontro è servito dunque a Netanyahu a dimostrare che il legame con Trump è ancora forte, i rapporti ricuciti. Ma a prescindere da ciò che si sono detti, è una strada in salita. Vedremo se nei prossimi giorni ricominceranno a parlarsi».
Il doppio incontro è frutto dell’impegno politico del senatore Graham. Pensa che Trump ne raccoglierà il testimone?
«L’eredità di Graham è complicata proprio dal suo rapporto con Trump, di cui era diventato confidente e sostenitore. Schierarsi a favore dell’America First trumpiano ha significato voltare le spalle ai suoi stessi principi. E solo la Storia dirà se ne è valsa la pena, se davvero è stato in grado di influenzare le scelte del presidente. In generale, la presa di Trump sul partito è così forte che sono gli altri ad adeguarsi a lui e Graham è stato uno di questi. Ormai nel partito repubblicano, gli internazionalisti tradizionali non hanno più casa. I Graham, i Marco Rubio, si uniscono a Trump per restare in gioco. Ciò detto, assistiamo a una crescente opposizione interna. Sempre più repubblicani si esprimono contro la guerra e fanno sentire la loro voce su questioni interne. Ma Donald ha ancora presa sull’elettorato. Ce ne vorrà prima che prendano davvero le distanze da lui».