✕

Capoccia: “Oggi il vero pericolo per le democrazie sono le oligarchie della comunicazione”

Peter Thiel

 

Ascolta l'audio

Intervista al professore ordinario di Politica comparata all’Università di Oxford. “I proprietari delle piattaforme, che gesticono gli algoritmi, hanno un potere senza precedenti. Gli Usa sono un caso, ma restano una democrazia liberale”
2 minuti di lettura

“Il pericolo che vedo per le democrazie, oggi, sono le oligarchie della comunicazione che frammentano e poi ricompongono lo spazio pubblico attraverso le piattaforme. I loro proprietari hanno spesso ideologie post-democratiche”. A parlare è il professor Giovanni Capoccia, ordinario di Politica comparata all’Università di Oxford. Vive molto in Inghilterra, ma spesso è negli Stati Uniti.

In che senso post-democratiche?

“Nella loro visione, possono sopravvivere le libertà economiche e qualche libertà politica, ma i cittadini non scelgono più davvero il governo. E’ una concentrazione di potere senza precedenti. Un esempio è Peter Thiel”.

Perché, secondo lei, gli indici rilevati da V-Dem e Freedom House segnalano un arretramento della democrazia in Italia?

«Queste misurazioni van…

“Il pericolo che vedo per le democrazie, oggi, sono le oligarchie della comunicazione che frammentano e poi ricompongono lo spazio pubblico attraverso le piattaforme. I loro proprietari hanno spesso ideologie post-democratiche”. A parlare è il professor Giovanni Capoccia, ordinario di Politica comparata all’Università di Oxford. Vive molto in Inghilterra, ma spesso è negli Stati Uniti.

In che senso post-democratiche?

“Nella loro visione, possono sopravvivere le libertà economiche e qualche libertà politica, ma i cittadini non scelgono più davvero il governo. E’ una concentrazione di potere senza precedenti. Un esempio è Peter Thiel”.

Perché, secondo lei, gli indici rilevati da V-Dem e Freedom House segnalano un arretramento della democrazia in Italia?

«Queste misurazioni vanno prese con cautela: dipendono dalle categorie, dalle soglie e dalle valutazioni degli esperti. Nel tempo, inoltre, la definizione di democrazia è diventata più esigente. Ciò non significa negare la regressione. Meloni e, soprattutto, Salvini simpatizzano per soluzioni alla Orbán e si sentono parte di un movimento internazionale che tende a ridurre gli aspetti liberali della democrazia. Non ritengo però che Meloni sia stata abbastanza potente da trasformare l’Italia in quella direzione. È stata più attenta a occupare il parastato, la cultura e altri settori periferici del potere. L’Italia resta una democrazia liberale: non è l’Ungheria di Orbán, né la Polonia governata da Diritto e Giustizia”.

Orbán teorizza un modello di democrazia illiberale. Ha senso?

“E’ un ossimoro, una foglia di fico: in realtà la sua era un’autocrazia morbida. Orbán è stato l’avanguardia europea, ma ciascun Paese adatta il modello alle proprie condizioni. In Ungheria ha potuto catturare le corti in modo formalmente legale, grazie alla maggioranza necessaria a cambiare la Costituzione, mentre invece in Polonia il governo ha dovuto violarla, incontrando limiti maggiori”.

Oltre agli oligarchi delle piattaforme che controllano gli algoritmi, quale altro pericolo vede?

“L’apatia. È un’idea antica, risale a Polibio: con il succedersi delle generazioni si dimentica l’importanza delle conquiste costituzionali e democratiche. La democrazia viene considerata un dato di fatto, mentre non è lo stato naturale delle cose. Le democrazie più giovani possono avere anticorpi più forti, perché conservano la memoria dell’autoritarismo”.

Qualche esempio?

“In Corea del Sud il Parlamento ha fermato il tentativo di autogolpe del presidente. E in Brasile i giudici che hanno fermato Bolsonaro si percepiscono come figli della democratizzazione degli anni Ottanta. Paradossalmente, sono le democrazie più antiche a rischiare di più”.

È quanto sta accadendo negli Stati Uniti?

“Gli Stati Uniti sono il caso più clamoroso. La svolta è arrivata con l’elezione di Trump nel 2016 e, soprattutto, con l’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021, quando Trump, e un Partito repubblicano ormai sotto il suo controllo, si sono collocati in una logica esterna alla democrazia. Oggi l’esecutivo è più potente e meno attento ai limiti. Il Dipartimento della Giustizia, tradizionalmente indipendente dal presidente, viene usato per intimidire nemici veri o immaginari. L’ICE è stato enormemente finanziato ed esteso, con agenti non adeguatamente addestrati e gravi problemi nell’uso della forza e nell’accertamento delle responsabilità. La Guardia nazionale nelle strade di Washington abitua poi alla presenza dei militari nello spazio civile”.

Lei definirebbe gli Stati Uniti una democrazia elettorale, come fa il report di V-Dem?

“No, sono però in una fase liminale, tra una democrazia liberale e un sistema nel quale i contropoteri sono troppo deboli per funzionare. Esistono ancora resistenze importanti, per esempio nelle università, ma i segnali sono molto preoccupanti”.

Quali le origini di questo declino?

"La crisi finanziaria del 2007-2008 lo ha accelerato, ma le radici vengono da prima. La globalizzazione, la deindustrializzazione e lo spostamento di ricchezza dall’Occidente all’Oriente hanno impoverito e reso più fragili le classi medie e medio-basse delle democrazie consolidate. Non c’è stato un riequilibrio capace di rassicurare chi era rimasto indietro”.

Cos’altro?

"Immigrazione, nuovi diritti e trasformazioni sociali hanno prodotto novità che una parte della popolazione non aveva mai sperimentato. Imprenditori politici hanno sfruttato e alimentato queste paure; le oligarchie della comunicazione le hanno amplificate e trasformate in potere politico. È questo il cocktail che ha colpito proprio le democrazie che si credevano al sicuro”.

Leggi i commenti