NEW YORK – Non sono un fan del presidente, ma ero d’accordo con lui quando diceva “basta guerre stupide”. Le elezioni le ha vinte anche così. Ora si è infilato in un pantano da cui è difficile uscire. Eppure, nel 2018, licenziò John Bolton perché troppo aggressivo con l’Iran». John Limbert, classe 1943, è una leggenda della diplomazia americana. Ex ambasciatore, ex pilastro del Dipartimento di Stato per gli affari iraniani, già professore di politica internazionale all’Accademia navale e autore di numerosi saggi, nell’autunno del 1979 fu uno dei diplomatici americani prigionieri nell’ambasciata di Teheran per 444 giorni. L’unico a parlare la lingua farsi, divenne in breve tempo il più noto dei 52 ostaggi.
Gli attacchi sono ripresi, la nuova tregua è già finita.
«Fin dall’inizio di questa guerra si è agit…
NEW YORK – Non sono un fan del presidente, ma ero d’accordo con lui quando diceva “basta guerre stupide”. Le elezioni le ha vinte anche così. Ora si è infilato in un pantano da cui è difficile uscire. Eppure, nel 2018, licenziò John Bolton perché troppo aggressivo con l’Iran». John Limbert, classe 1943, è una leggenda della diplomazia americana. Ex ambasciatore, ex pilastro del Dipartimento di Stato per gli affari iraniani, già professore di politica internazionale all’Accademia navale e autore di numerosi saggi, nell’autunno del 1979 fu uno dei diplomatici americani prigionieri nell’ambasciata di Teheran per 444 giorni. L’unico a parlare la lingua farsi, divenne in breve tempo il più noto dei 52 ostaggi.
Gli attacchi sono ripresi, la nuova tregua è già finita.
«Fin dall’inizio di questa guerra si è agito senza riflettere sulle conseguenze. Abbiamo bombardato l’Iran senza pensare a Hormuz, ai Paesi del Golfo e alle basi americane. E invece avremmo dovuto avere un piano per ogni possibile risposta iraniana. L’unica strategia che vedo è che prima si bombarda e poi si bombarda ancora: ma non porta a nulla e ci ritroviamo senza armi. Che ci piaccia o meno, con l’Iran bisogna parlare: perché la resa unilaterale sognata dal presidente non arriverà».
Trump aveva appena detto di voler dare nuovo spazio ai colloqui.
«Uno dei principi della diplomazia è capire motivazioni e desideri dell’altra parte, cedere qualcosa per ottenere qualcos’altro. Ebbene, sappiamo che il regime vuol restare al potere e ottenere il sollievo economico di cui ha disperato bisogno. Ma noi cosa vogliamo? Trump cambia idea ogni giorno e questo non aiuta i negoziatori americani».
Parla di Witkoff e Kushner?
«Pretendono di raggiungere accordi in poco tempo. Non succederà, chi governa l’Iran non si cura delle sofferenze del suo popolo e non si arrenderà. Purtroppo Trump disprezza la diplomazia e concepisce la politica internazionale come una guerra fra bande nel Queens. Odia i professionisti della diplomazia come me e i miei colleghi. Ma per ottenere risultati efficaci con l’Iran non c’è alternativa: servono pazienza, comprensione, empatia e perseveranza, qualità che non vedo in questa amministrazione».
Lei discusse spesso con gli studenti rivoluzionari che occupavano l’ambasciata. E della leadership attuale cosa pensa?
«All’epoca era come parlare al muro, erano imbevuti di propaganda, ci stordivano con slogan. Per sopravvivere, tentai di entrare nelle loro teste, li ingaggiavo, cercando di capire e di farmi capire. Ironia della storia, molti di quei rivoluzionari infuocati sono diventati riformatori moderati. Per molti versi, mi sembra che in Iran, oggi, si ripeta quel che accadde con la presa di ostaggi: quando divenimmo parte della lotta interna».
Come?
«Più che contro gli Stati Uniti, i radicali sfruttarono quella crisi di politica estera contro i nemici interni: moderati, socialisti, nazionalisti. La usarono per aizzare il popolo. Oggi accade lo stesso. Chi dopo il Memorandum d’intesa ha iniziato ad attaccare le navi nello Stretto lo ha fatto per screditare i negoziatori di quell’accordo. Per sabotarlo. D’altronde, accade anche qui in America. I falchi accusano i mediatori di essere teneri con l’Iran e c’è chi invoca lo sbarco delle truppe. Una follia».
Lei dibatté in tv con Khamenei, futura Guida suprema, mettendolo in imbarazzo.
«Usai una formula tradizionale: “Siete davvero un popolo ospitale. Ma amate troppo i vostri ospiti e non li lasciate andare”, sottolineando la nostra condizione di prigionieri, indegna per un popolo civile. Khamenei era viceministro della Difesa, una figura di secondo piano. Non lo ricordo come ideologico. Lui espose i suoi argomenti, io i miei. Ma ascoltò e mi trattò con rispetto. Divenne fanatico dopo, forse per opportunismo. Dopotutto, fu lui ad accettare l’accordo sul nucleare e quei negoziati diretti con gli Usa, che Khomeini aveva proibito. Cancellare l’accordo sul nucleare è stato il primo grande errore di Trump».
Perché?
«Ha voluto distinguersi dai predecessori. Ma se è vero che, dopo 40 anni, non eravamo amici degli iraniani, almeno avevamo un canale di comunicazione. Quell’accordo poteva cambiare l’Iran: Obama credeva nel soft power e la sua intuizione poteva funzionare. E poi, all’epoca del Jcpoa, a trattare erano Ernest Moniz e Ali Akbar Salehi, che avevano studiato insieme al Mit. In campi avversi, ma si parlavano in inglese, senza l’ambiguità delle traduzioni che sta creando le incomprensioni di ora. Pesando ogni parola, si compresero alla perfezione».
Come finirà?
«Resto ottimista. Bisognerà uscirne e solo l’antica arte della diplomazia funzionerà. Se mi chiedessero consigli, ai negoziatori direi: siate consapevoli e abbiate obiettivi chiari. Ascoltate e fatevi ascoltare».