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Mar Rosso, missione navale: i sauditi chiamano 43 Paesi. Italia pronta a partecipare

(reuters)

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L’appello di Riad: una coalizione anti-Houthi per salvare Suez. Turchia ed Egitto si sono già uniti, l’interesse degli europei
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La crisi del Mar Rosso non è solo una crisi mediorientale. Vuol dire il porto di Marsiglia che si svuota, gli scali italiani che perdono traffico e denari, l’Egitto che rischia il blocco di Suez e la bancarotta. E per questo che quando Mohammed Bin Salman ha chiamato a raccolta gli alleati per sondare la loro disponibilità a una missione militare navale a protezione dello stretto di Bab el Mandeb, non si sono tirati indietro.

Quarantatré Paesi ne hanno discusso in videoconferenza, quattordici sono già a bordo, e tra loro ci sono alcuni degli Stati più influenti nel Vicino oriente e dell’Asia occidentale, la Turchia, l’Egitto, il Pakistan, che da tempo lavorano con Riad a una difesa comune, e snodi del corno d’Africa, Sudan, Djibouti, Somalia. Ma anche l’Italia è pronta a fare la sua parte.

Roma ha partecipato al meeting come osservatore con il comandante del comando operativo di vertice interforze, il Generale Giovanni Maria Iannucci. Qualsiasi iniziativa dovrà avere una «approva…

La crisi del Mar Rosso non è solo una crisi mediorientale. Vuol dire il porto di Marsiglia che si svuota, gli scali italiani che perdono traffico e denari, l’Egitto che rischia il blocco di Suez e la bancarotta. E per questo che quando Mohammed Bin Salman ha chiamato a raccolta gli alleati per sondare la loro disponibilità a una missione militare navale a protezione dello stretto di Bab el Mandeb, non si sono tirati indietro.

Quarantatré Paesi ne hanno discusso in videoconferenza, quattordici sono già a bordo, e tra loro ci sono alcuni degli Stati più influenti nel Vicino oriente e dell’Asia occidentale, la Turchia, l’Egitto, il Pakistan, che da tempo lavorano con Riad a una difesa comune, e snodi del corno d’Africa, Sudan, Djibouti, Somalia. Ma anche l’Italia è pronta a fare la sua parte.

Roma ha partecipato al meeting come osservatore con il comandante del comando operativo di vertice interforze, il Generale Giovanni Maria Iannucci. Qualsiasi iniziativa dovrà avere una «approvazione politica», premettono fonti governative, ma la disponibilità c’è. Non si tratterebbe di una missione Onu o Nato ma di una coalizione di Volonterosi impegnati in un’operazione distinta da quella della missione europea Aspides, in cui l’Italia e la Grecia hanno creduto, ma che ha dimostrato di non essere un deterrente efficace contro gli attacchi degli Houthi yemeniti, il gruppo armato alleato dell’Iran che controlla più di metà del Paese. Non è ancora chiaro cosa farà Trump, ma l’interesse italiano è condiviso da altri stati europei.

Il Mar Rosso è un’arteria marittima essenziale, accoglie tra il 12 e il 15% del commercio globale via mare, collegando l’Asia all’Europa. Un eventuale blocco potrebbe strangolare Suez e provocare una catastrofe economica per l’Egitto, che conta sui pedaggi riscossi nel canale per tenere in piedi le sue finanze. Sarebbe catastrofico anche per diversi porti europei, da quello di Marsiglia agli scali italiani di Genova, Trieste, che già oggi sono in sofferenza perché le navi costrette a circumnavigare l’Africa dal capo di Buona Speranza bypassano i porti dell’Europa meridionale. Per dare un’idea: secondo l’Ice, circa il 40% dell’import-export italiano passa proprio da Suez. A giovarne potrebbe essere il porto olandese di Rotterdam, ma qui subentra la difesa di un principio che tutela tutti: la libertà di navigazione nei chokepoints, i colli di bottiglia, stretti e canali su cui si regge la globalizzazione. Questo spiega perché Belgio, Regno Unito, Francia, Danimarca, Spagna, Italia, Grecia hanno risposto alla chiamata saudita, insieme a una più prosaica volontà di garantirsi un credito con la petromonarchia regina del Golfo.

L’attacco con i droni contro due navi gasiere, una americana e una greca, ormeggiate nel porto egiziano di Damietta, uno dei principali snodi per l’esportazione di gas dal Cairo verso l’Europa, è stato un campanello d’allarme: sebbene non sia stato rivendicato - gli iraniani accusano Israele di aver orchestrato una false flag - segnala che la guerra può allargarsi ancora e mettere a rischio gli approvvigionamenti energetici di tutta l’area euromediterranea.

Riad, che è sotto assedio su tre fronti – dall’Iran, dallo Yemen, dall’Iraq – fa leva su questo timore per organizzare una missione che protegga le proprie esportazioni di greggio e si candida a guidarla. Mohammed Bin Salman ha cercato di tenere l’Arabia saudita al riparo dalla guerra unilaterale americana contro l’Iran, decisa senza basi giuridiche, pur fornendo supporto logistico, politico e militare agli Stati Uniti. Dopo la chiusura di Hormuz, Riad ha reindirizzato quasi l’80% delle esportazioni di petrolio sul porto di Yanbu, nel Mar Rosso, ma da quando il 20 luglio gli Houthi hanno dichiarato il blocco navale contro i sauditi, il numero di imbarcazioni del regno e di altri Paesi che attraversano Bab al-Mandeb è diminuito di circa un quinto, secondo l’agenzia Windward. I sauditi hanno reagito entrando apertamente in guerra, prima bombardando gli Houthi e poi colpendo le milizie irachene filo-iraniane insieme agli Stati Uniti. Sforzi che evidentemente la leadership del regno considera insufficienti per bloccare gli yemeniti che, come gli iraniani, ora pensano di imporre un pedaggio sulle navi che transitano nel Mar Rosso. Mbs prova dunque a catalizzare il consenso internazionale contro i ricatti in mare. «L’Iran sta tirando troppo la corda», commenta un funzionario a conoscenza delle discussioni sulla missione.

Teheran considera il controllo diretto di Hormuz e, tramite l’allaeanza con gli Houthi, in parte del Mar Rosso, il vero bastione della propria deterrenza. Ma dovrebbe ricordare la lezione di Nasser. Il leader che fece l’Egitto moderno conquistò l’anima del mondo arabo quando decise di nazionalizzare il canale di Suez, nel 1956, sottraendolo allo sfruttamento franco-britannico. Undici anni dopo la sua gloria affondò nello stesso canale quando scelse di trasformarlo in una linea del fronte nella guerra dei Sei giorni.

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