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Star o plagiatore? Il caso di Jason Arday, il più giovane professore nero di Cambridge

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Il 41enne inglese autistico e dislessico, non ha parlato fino a 11 anni, poi la grande scalata come sociologo. Ma ora sono spuntate accuse di aver copiato la tesi di dottorato e di essersi inventato parte della sua biografia. Lui non ci sta e denuncia la “caccia all’accademico nero"
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LONDRA – Star delle università, oppure plagiatore seriale e cialtrone? In questi giorni, si susseguono gli articoli su Jason Arday, che nel 2023 è diventato il più giovane professore nero della gloriosa storia di Cambridge. Da quel momento, il sociologo Arday è diventato l’uomo copertina della diversità, dell'inclusività e di un mondo accademico britannico che cambia in positivo. Anche perché, per come ce l’hanno raccontata, la sua storia è effettivamente straordinaria: diagnosi di autismo, ritardo globale dello sviluppo e dislessia sin da bambino, ha raccontato di non aver parlato fino a 11 anni, di non saper leggere né scrivere efficacemente fino alla maggiore età e di aver superato l’analfabetismo verso la fine dell’adolescenza. Successivamente, è diventato un accademico mentre lavorava come insegnante di educazione fisica, prima di conseguire il dottorato e insegnare in quattro università, per approdare infine a Cambridge.

Le accuse di plagio

Ma nelle ultime settimane sono spuntat…

LONDRA – Star delle università, oppure plagiatore seriale e cialtrone? In questi giorni, si susseguono gli articoli su Jason Arday, che nel 2023 è diventato il più giovane professore nero della gloriosa storia di Cambridge. Da quel momento, il sociologo Arday è diventato l’uomo copertina della diversità, dell'inclusività e di un mondo accademico britannico che cambia in positivo. Anche perché, per come ce l’hanno raccontata, la sua storia è effettivamente straordinaria: diagnosi di autismo, ritardo globale dello sviluppo e dislessia sin da bambino, ha raccontato di non aver parlato fino a 11 anni, di non saper leggere né scrivere efficacemente fino alla maggiore età e di aver superato l’analfabetismo verso la fine dell’adolescenza. Successivamente, è diventato un accademico mentre lavorava come insegnante di educazione fisica, prima di conseguire il dottorato e insegnare in quattro università, per approdare infine a Cambridge.

Le accuse di plagio

Ma nelle ultime settimane sono spuntate diverse accuse di plagio della tesi di dottorato di Arday, discussa nel 2015 presso la Liverpool John Moores University e che contiene evidentemente parti “copincollate” di un’altra tesi - di sei anni prima - a firma di una studentessa della Brunel University, Paula Zwozdiak-Myers, e anche da un paper del celebre epidemiologo Anjum Memon. Il caso è stato fatto emergere da un ex ricercatore di Cambridge (ora a Genk), Nathan Cofnas, Non solo. Come riporta il Times, Arday, che pubblicherà la sua autobiografia il mese prossimo, avrebbe ripetuto le stesse testimonianze di diversi partecipanti ai suoi studi, in saggi di anni differenti, cambiando i nomi degli intervistati.

Arday si è difeso l’altro giorno in una lunga intervista al quotidiano britannico, in cui ha inizialmente ammesso alcune sue colpe: "Sono responsabile degli errori che ho commesso. Mi assumo le mie responsabilità ed è giusto che anche gli altri me ne chiedano conto. Ma stiamo parlando del mondo accademico: non ho ucciso nessuno. Ritengo che la crudeltà che ho subito e il modo in cui sono stato dipinto, come una sorta di bugiardo e mitomane, siano del tutto inaccettabili”. Arday ha poi sostenuto che le parti plagiate siano una conseguenza del suo autismo e delle sue "forti difficoltà di apprendimento" e che, vista la sua storia personale, “non è stato supervisionato a sufficienza dalle autorità di Cambridge” - in effetti con il suo supervisor, durante la tesi di dottorato, ha parlato soltanto via mail o al telefono.

I dubbi sulle maratone per beneficenza

Ma ci sono altri dubbi. Come riporta il Guardian, Arday ha affermato in passato di aver raccolto 5 milioni di sterline per enti di beneficenza nell’arco di vent’anni. A suo dire, lo avrebbe fatto correndo 30 maratone in 35 giorni, un’impresa di cui ha parlato sia nelle interviste sia nel suo libro. Durante alcuni eventi pubblici ha inoltre dichiarato di aver percorso di corsa 600 miglia in sei giorni. Ma, come hanno sottolineato online i suoi critici, raccogliere 5 milioni di sterline per beneficenza sarebbe un risultato sbalorditivo per una persona che non era già famosa. Quando gli è stato chiesto se la cifra fosse esatta, Arday ha precisato al Guardian che il denaro era stato raccolto con l’aiuto di “numerose associazioni nell’arco di due decenni”. Quali? Non si sa. Arday avrebbe firmato "accordi di riservatezza che gli impediscono di divulgarne l’identità".

Il Guardian ha inoltre chiesto ad Arday chiarimenti sulla sua affermazione di aver percorso di corsa 600 miglia in sei giorni, ossia quasi mille chilometri, un’impresa che lo renderebbe uno dei più straordinari maratoneti al mondo: la prima donna a riuscirci, Megan Eckert, ha compiuto l’impresa soltanto lo scorso anno, ricorda il quotidiano, e il record maschile è di 650 miglia. Arday ha spiegato che, a causa dell’"usura fisica cumulativa dovuta agli allenamenti" per le sue precedenti sfide podistiche, "aveva dovuto inserire dei giorni di riposo tra una giornata di corsa e l’altra, anche solo per riuscire a portare a termine" la sfida delle 600 miglia, che in realtà è stata completata nell’arco di 12 giorni. Ci sono inoltre dubbi sulle minacce razziste, fisiche e verbali, che Arday sostiene di aver ricevuto costantemente nel corso degli anni: diversi episodi, che si credeva esser stati denunciati alla polizia, in realtà non risultano alle forze dell’ordine.

La denuncia di Arday: “Strategie subdole per estromettere gli accademici neri”

Ma Arday non ci sta, perché secondo lui è vittima di uno scrutinio ben più spietato rispetto ad altri colleghi bianchi. Ed esorta a prendere in considerazione le "strategie subdole e incessanti" volte a estromettere gli accademici neri screditandone il lavoro "con il pretesto dell’integrità accademica”. A sostegno di questa tesi, uno dei suoi più severi critici, Cofnas, in passato ha dichiarato che “in una meritocrazia, i neri sarebbero famosi soltanto per sport e intrattenimento”. A un altro, David Harris, professore emerito presso la Plymouth Marjon University, era stato revocato il titolo di professore emerito dopo la pubblicazione di un articolo sulla teoria critica della razza, giudicato “controverso" dai colleghi - il titolo gli è stato tuttavia restituito nel 2026.

Secondo Arday, per cui è partita una campagna pubblica in suo favore guidata dal leader dei Verdi Zack Polanski, una schiera di ricercatori e osservatori bianchi è a capo di un progetto atto a distruggere le carriere dei professori neri, come ha spiegato lo scorso aprile in una conferenza: "Attivisti conservatori passavano al setaccio il lavoro degli accademici neri, alla ricerca di qualsiasi elemento da poter usare contro di loro: incongruenze, errori nelle citazioni, passaggi dei loro lavori simili a quelli contenuti in pubblicazioni già esistenti. Una volta individuato un errore, i mezzi d’informazione di destra e i politici conservatori si uniscono all’attacco, esercitando forti pressioni sulle università affinché interrompano ogni rapporto con gli accademici coinvolti. Un copione visto negli Usa e ora anche nel Regno Unito. È ripugnante e vergognoso, è questo il cancro che dobbiamo estirpare dal mondo accademico”.

Tuttavia, alcuni autorevoli accademici non bianchi e appartenenti a minoranze etniche, interpellati dal Guardian, hanno affermato che le accuse di plagio contro di lui sono fondate e che le presunte azioni di Arday rischiano di danneggiare anche altri studiosi delle questioni razziali: “Secondo alcuni colleghi di Arday, le ripercussioni della controversia potrebbero scuotere profondamente il mondo accademico e far arretrare di vent’anni gli studi nel settore in Gran Bretagna”. Un accademico attivo da decenni nel campo delle questioni razziali e dell’istruzione, che ha parlato con il Guardian a condizione di rimanere anonimo, ha dichiarato che le accuse contro Arday sono preoccupanti: "Credo che si tratti di plagio e che sia evidente”. Dello stesso parere John Preston, professore emerito di sociologia presso l’Università dell’Essex: "Dopo aver esaminato gli elementi disponibili, ritengo che si confermino a vicenda e che, a mio giudizio, vi siano motivi sufficienti perché Arday sia chiamato a rispondere delle accuse”.

In ogni caso, Arday rimane al suo posto. Nonostante le chance che lui possa aver usato - per puro caso e in buona fede - le stesse parole dell'altra tesi della studentessa della Brunel siano pari a una in 100 miliardi, l'università di Cambridge ha valutato “con la massima attenzione il suo caso”. E lo scorso marzo la commissione dell'ateneo ha concluso che i problemi relativi alle citazioni erano il risultato di "errori commessi in buona fede e comprensibili" e ha inoltre precisato che la sovrapposizione testuale con il lavoro di Zwozdiak-Myers rientrava "ampiamente nei limiti di conformità agli standard accademici dell’epoca”.

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