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Tutte le bombe di Putin sui negoziati di pace proposti dall’Occidente

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La narrazione secondo cui Mosca sia vittima della intransigenza europea ha fatto proseliti. Ma non regge alla verifica dei fatti
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Negoziare non è mai la parte difficile. Raggiungere un buon accordo, questo sì è complicato. In tutte le guerre, in ogni affare. Presuppone ascolto dell’altro, onestà intellettuale e disponibilità al compromesso: doti che si fa fatica a rintracciare in Putin. E tuttavia, molti sono convinti che l’autocrate di Mosca sia vittima dell’intransigenza occidentale, desideroso di terminare la guerra (dettaglio: che lui ha scatenato) ma privo di interlocutori interessati a farlo, dunque costretto a fissare un telefono che non squilla. Anche Giuseppe Conte sostiene che l’Europa non voglia «la svolta negoziale». I fatti cosa dicono? Davvero stiamo prendendo falchi per colombe e colombe per falchi?

La cronaca racconta altro. Due leader europei, Macron e Scholz, provano a trattare la pace prima ancora che la guerra inizi: il 7 febbraio 2022, quando mezzo esercito russo è già schierato lungo il confine ucraino, il presidente francese incontra Putin al Cremlino per rilanciare i patti di Minsk e conv…

Negoziare non è mai la parte difficile. Raggiungere un buon accordo, questo sì è complicato. In tutte le guerre, in ogni affare. Presuppone ascolto dell’altro, onestà intellettuale e disponibilità al compromesso: doti che si fa fatica a rintracciare in Putin. E tuttavia, molti sono convinti che l’autocrate di Mosca sia vittima dell’intransigenza occidentale, desideroso di terminare la guerra (dettaglio: che lui ha scatenato) ma privo di interlocutori interessati a farlo, dunque costretto a fissare un telefono che non squilla. Anche Giuseppe Conte sostiene che l’Europa non voglia «la svolta negoziale». I fatti cosa dicono? Davvero stiamo prendendo falchi per colombe e colombe per falchi?

La cronaca racconta altro. Due leader europei, Macron e Scholz, provano a trattare la pace prima ancora che la guerra inizi: il 7 febbraio 2022, quando mezzo esercito russo è già schierato lungo il confine ucraino, il presidente francese incontra Putin al Cremlino per rilanciare i patti di Minsk e convincerlo che l’adesione di Kiev alla Nato non è all’ordine del giorno. Il 15 febbraio ci prova l’allora cancelliere tedesco, con un colloquio faccia a faccia di quattro ore. «Esiste ancora uno spazio per la diplomazia», afferma Scholz uscendo. L’ipotesi è organizzare un vertice Putin-Biden. Non basta il tempo: il 24 febbraio Putin dà il via all’invasione su larga scala.

Il primo negoziato promettente si tiene a Istanbul, a fine marzo. Anche su questo si è accumulata molta letteratura distorta: l’idea che Zelensky sia pronto a mettere la firma su un’intesa sfavorevole (una delle bozze circolate prevede la riduzione delle forze armate ucraine e la partecipazione della Russia al meccanismo delle garanzie militari) ma venga bloccato da Boris Johnson, non regge. Anche perché il dialogo continua pure dopo la famosa visita del premier inglese a Kiev. Soprattutto, la bozza non scioglie il nodo cruciale, tuttora irrisolto: il destino dei territori occupati.

Nel frattempo è rotto l’assedio di Kiev, le truppe russe si sono ritirate e il mondo scopre Bucha. Ma non è vero che l’Europa, a causa di quegli orrori, smetta di parlare con lo zar. L’11 aprile 2022 il cancelliere austriaco Karl Nehammer viene ricevuto da Putin, il 28 maggio telefonata a tre Macron-Scholz-Putin. Nessun passo avanti, bensì un passo indietro. La questione delle scorte di grano, infatti, dimostra come Mosca non rispetti fino in fondo neppure gli accordi che sottoscrive: il 22 luglio 2022 la firma sulla Black Sea Grain Initiative, per esportare via mare i cereali ucraini ed evitare che marciscano nei silos, neanche 24 ore dopo i missili Kalibr si abbattono sul porto di Odessa. È una costante: per Putin, diplomazia e coercizione militare non corrono parallele, la seconda serve per minacciare, o affossare, la prima.

Succede altre volte, in ossequio al trito canovaccio secondo cui sulla trattativa, prima o poi, debbano piovere delle bombe. Il 16 maggio 2025 delegazioni di Russia e Ucraina si incontrano di nuovo a Istanbul: il 18 maggio piombano sulle città ucraine 273 droni. Il giorno dopo Trump telefona a Putin, il tycoon annuncia che «inizieranno immediatamente negoziati per la pace permanente». Non passa una settimana e si assiste alla più grande offensiva aerea russa sino ad allora: 367 ordigni, tra droni e missili. E dodici morti a terra.

L’Europa non ha mai abbandonato la ricerca della svolta negoziale, non foss’altro perché, a differenza degli Stati Uniti, subisce direttamente le conseguenze del conflitto. Ancora a febbraio di quest’anno, Macron invia segretamente a Mosca il suo consigliere diplomatico, Emmanuel Bonne, impensierendo chi, nella Ue, ritiene rischioso aprire canali autonomi col governo russo. A giugno Macron, Merz e Starmer, che guidano la coalizione dei volenterosi, si dicono pubblicamente favorevoli a interlocuzioni dirette tra i due presidenti in guerra, con partecipazione americana ed europea.

Intendiamoci, Zelensky non è un agnellino né una controparte facile. Sfruttando lo stallo del fronte e gli aiuti dell’Occidente, l’Ucraina ha costruito un consistente arsenale di droni e dei missili per colpire in profondità il territorio russo, e lo sta facendo. Perciò, al tavolo, non si sente più nella posizione di massima debolezza. Ma anche quando lo è stata, e lo è stata sul serio nella fase cominciata col litigio in mondovisione tra Zelensky e Trump nello Studio Ovale e culminata con il vertice di agosto 2025 ad Anchorage tra Putin e il tycoon, non si è percepita tutta questa voglia da parte di Mosca di giungere a una sintesi.

La prima versione del piano Trump in 28 punti, diffusa qualche mese dopo Anchorage, per Kiev è praticamente un trattato di resa, alla Federazione sono concessi persino territori che non ha conquistato. Nonostante ciò, per Putin non è abbastanza. «Può costituire la base di un accordo finale», commenta, pensando a come eliminare dal testo l’unico aspetto positivo per l’Ucraina, ossia la garanzia militare americana, e come inserire l’appropriazione delle regioni di Kherson e Zaporizhzhia. Lo zar ragiona così: quale che sia la situazione sul campo di battaglia, l’approccio è sempre quello della superpotenza che sta vincendo.

Quindi non tratta, impone. E quando sostiene di voler trattare, può accadere che dia ordine di aumentare l’intensità degli attacchi. Di nuovo ad Abu Dhabi, lo scorso gennaio. Mentre le delegazioni russa, ucraina e statunitense sono riunite a esaminare soluzioni per la tregua e il Donbass, Kiev e Kharkiv vengono investite da decine di missili. La rete energetica è danneggiata. E un milione di case rimane al buio

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