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Leggerezza addio, com’è triste l’Italia vista da Madrid

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Le polemiche sui migranti, la sospensione di Schengen il sospetto come misura dell’altro. Nei giorni di Ceuta, il rimpianto per un Paese irriconoscibile
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MADRID – Passeggiando tra Malasaña e Chueca, all’angolo di calle Fuencarral, mi appare all’improvviso Raffaella Carrà, sorride con tanto di caschetto biondo da una piazza che porta il suo nome. Nessuno come lei riesce a creare la stessa miscela di gioia casalinga e di trasgressione domestica, e infatti è questione di pochi secondi e mi ritrovo a canticchiare Pedro Pedro Pè, fidati di me.

Mancavo da Madrid da alcuni anni, ma stavolta è diverso. C’è appena stata la crisi umanitaria di Ceuta, il governo italiano ha chiuso lo spazio Shengen in polemica con il governo di Sànchez.

Vista dalla Spagna l’Italia appare lontana, stretta e nevrotica, rinserrata nelle paure evocate da una madre ansiosa e ansiogena che non fa respirare con i suoi continui divieti e con i suoi spauracchi, come una nonna degli anni Settanta che ti vieta di fare il bagno pure tre ore dopo che hai finito di mangiare. Un paese che vive in apnea, come un fobico incastrato nelle sue fissazioni. E la paura è amica della di…

MADRID – Passeggiando tra Malasaña e Chueca, all’angolo di calle Fuencarral, mi appare all’improvviso Raffaella Carrà, sorride con tanto di caschetto biondo da una piazza che porta il suo nome. Nessuno come lei riesce a creare la stessa miscela di gioia casalinga e di trasgressione domestica, e infatti è questione di pochi secondi e mi ritrovo a canticchiare Pedro Pedro Pè, fidati di me.

Mancavo da Madrid da alcuni anni, ma stavolta è diverso. C’è appena stata la crisi umanitaria di Ceuta, il governo italiano ha chiuso lo spazio Shengen in polemica con il governo di Sànchez.

Vista dalla Spagna l’Italia appare lontana, stretta e nevrotica, rinserrata nelle paure evocate da una madre ansiosa e ansiogena che non fa respirare con i suoi continui divieti e con i suoi spauracchi, come una nonna degli anni Settanta che ti vieta di fare il bagno pure tre ore dopo che hai finito di mangiare. Un paese che vive in apnea, come un fobico incastrato nelle sue fissazioni. E la paura è amica della disperazione, non della speranza.

La Spagna ha i suoi problemi, ovvio; alcuni sono stanchi del governo, altri lo criticano apertamente, ma qui non si vive in un clima di paura, di difesa paranoica da pericoli veri o presunti.

Vox, il movimento di estrema destra, è in crescita, eppure le politiche migratorie sono uno dei temi, ma non il solo, si discute di costo della vita, di caro affitti, di questione climatica, di lavoro giovanile e di qualità dei servizi pubblici. La gente conserva ancora un certo gusto per la condivisione della vita quotidiana, una socialità molto visibile nelle piazze, nei bar, nelle strade riempite dalle famiglie fino a tardi. Le persone sono interessate a quello che succede intorno a loro, ognuno ha la sua idea, ma esiste ancora un dibattito, la politica resta politica, qui, non si è trasformata in una questione identitaria. Da noi invece è come se la campagna elettorale permanente di cui siamo ostaggio avesse colonizzato le emozioni.

Siamo messi in castigo da un governo che i problemi non li risolve ma li evoca, di ministri che hanno trasformato la comunicazione in lamento: la lagna ha preso il posto dei programmi.

Una volta l’Italia esportava leggerezza - non superficialità, ma leggerezza - quella capacità di togliere peso alle cose senza negarne la gravità. Era un Paese pieno di contraddizioni, ma possedeva ancora una fiducia nella festa, nella piazza, nell’incontro. Oggi la leggerezza è stata sostituita dalla vigilanza: ogni parola viene esaminata, ogni gesto classificato, ogni persona identificata e collocata in uno schieramento.

Perfino la Carrà sarebbe forse “divisiva” ai nostri giorni perché simbolo della comunità Lgbtq+ o perché, come è noto, siempre votaba comunista!

Visti da qui, siamo un paese senza gioia, che non si diverte più, un paese di facce scure e riottose che guarda con sospetto a chiunque si avvicini, che vede una potenziale minaccia in chi arriva, in chi protesta, in chi chiede diritti, perfino nei minorenni, nei capi di Stato stranieri.

Ma passeggiare per Plaza Raffaella Carrà mi riporta a un’altra piazza, una di quelle bellissime piazzette di paese con le fontanelle scroscianti e le persone piazzate sulle sedioline di plastica in una sera di fine luglio. È successo una decina di giorni fa, ultima presentazione del mio libro prima di venirmene qui in vacanza. Dopo una ventina di minuti l’incontro è interrotto da un gruppetto capeggiato da un robusto urlatore. «Basta, andate via, la piazza è nostra, e a voi quattro comunisti (sic!) vi cacciamo a calci in culo». Dopo le minacce il gentiluomo si è palesato: «Io sono vannacciano, io sto con il generale!». A questo punto in tre si sono alzati, la rissa pareva ormai inevitabile quando ho sfoderato l’arma letale. «Senta, io sono una scrittrice e stiamo parlando di libri, magari ci vuole dire qual è il suo preferito o l’ultimo che ha letto, le cedo il microfono». Alla parola “libro” il nostro ideologo vannacciano se l’è squagliata borbottando una scia di improperi, lasciandoci più meravigliati che impauriti per un clima che si sta facendo sempre più soffocante, irrespirabile, che è poi la normale conseguenza di ogni stanza chiusa, di ogni frontiera sbarrata, di ogni dialogo interrotto.

Ma fortuna qui a Madrid c’è la Carrà, a ricordarmi dalla sua plaza che non bisogna mai rinunciare alla leggerezza, e anche alla fiducia. Pedro Pedro Pè, fidati di me.

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