L’ultimo negoziato su Hormuz. Iran e Oman pronti all’accordo: “Se gli Usa non ci boicottano”
di Gabriella ColarussoL’accordo in dirittura d’arrivo tra Iran e Oman è destinato a cambiare pelle allo Stretto di Hormuz, da centro marittimo nevralgico della globalizzazione, aperto e liberamente navigabile, a strumento di influenza geopolitica dell’Iran. Per sei decenni, le navi in ingresso e in uscita hanno attraversato le acque omanite, scevre da permessi e autorizzazioni.
L’intesa disegnata cancella la rotta nord iraniana e la rotta sud omanita e crea un unico passaggio: le navi in entrata, verso il Golfo Persico, transiteranno esclusivamente all’interno delle acque territoriali iraniane, sotto la diretta sorveglianza di Teheran. Quelle in uscita verso il Mar Arabico percorreranno una corsia che attraversa le acque omanite ma per alcuni tratti anche quelle iraniane, gestita da Muscat in coordinamento con Teheran. L’intesa prevederebbe anche 30 giorni per la bonifica delle mine e l’istituzione di “tassa di servizio”. La nuova rotta, che potrebbe essere operativa per 2 o 4 mesi secondo Teheran, ve…
L’accordo in dirittura d’arrivo tra Iran e Oman è destinato a cambiare pelle allo Stretto di Hormuz, da centro marittimo nevralgico della globalizzazione, aperto e liberamente navigabile, a strumento di influenza geopolitica dell’Iran. Per sei decenni, le navi in ingresso e in uscita hanno attraversato le acque omanite, scevre da permessi e autorizzazioni.
L’intesa disegnata cancella la rotta nord iraniana e la rotta sud omanita e crea un unico passaggio: le navi in entrata, verso il Golfo Persico, transiteranno esclusivamente all’interno delle acque territoriali iraniane, sotto la diretta sorveglianza di Teheran. Quelle in uscita verso il Mar Arabico percorreranno una corsia che attraversa le acque omanite ma per alcuni tratti anche quelle iraniane, gestita da Muscat in coordinamento con Teheran. L’intesa prevederebbe anche 30 giorni per la bonifica delle mine e l’istituzione di “tassa di servizio”. La nuova rotta, che potrebbe essere operativa per 2 o 4 mesi secondo Teheran, verrebbe accompagnata da un nuovo cessate il fuoco di sessanta giorni, durante i quali iraniani e americani dovrebbero riprendere le trattative e trovare un accordo sul nucleare e un assetto definitivo per Hormuz, compreso l’eventuale pagamento di pedaggi. Gli iraniani si dicono pronti a chiudere con Muscat «se non si intromettono terze parti», ma precisano che «anche qualora l’intesa con l’Oman fosse finalizzata, la riapertura dello Stretto di Hormuz richiederà accordi separati, che comprendono anche il rispetto degli impegni statunitensi», ovvero la rimozione del blocco navale.
L’amministrazione Trump deve ancora pronunciarsi. È evidente che alla Casa Bianca un accordo che consegni a Teheran così tanto potere non piace, ma he carte ha in mano Trump? Poche. «Gli americani stanno dando segnali di debolezza, hanno altri problemi, vogliono chiudere con l’Iran e non sanno come», racconta una fonte diplomatica europea che ha avuto contatti con gli iraniani sul dossier Hormuz. I magazzini della Difesa statunitense languono di intercettori e missili a lungo raggio, anche se volesse riprendere la guerra Trump dovrebbe fare i conti con un’industria bellica che non tiene il passo delle necessità sul campo. Gli alleati chiedono: Zelensky invoca più Patriot per salvare vite ucraine, mentre Putin incrementa la produzione di missili; il Golfo teme una nuova escalation in cui sarà più difficile difendersi dai droni iraniani, già ora le navi saudite sono funestate dagli Houthi nel Mar Rosso.
In un gesto di sorprendente morbidezza negoziale, ieri gli Stati Uniti hanno anche rimosso le sanzioni antiterrorismo a tre compagnie aeree iraniane collegate ai pasdaran: messaggio di un’America che smania per tornare al tavolo inviato a un interlocutore che si fa desiderare.
Teheran vede la debolezza americana e ha riadattato il proprio pensiero strategico. Hormuz è entrato nella dottrina di deterrenza iraniana. Il controllo dello Stretto serve a conquistare una leva economica e a imporre agli stati il riconoscimento politico della teocrazia, perché chiunque voglia utilizzare il canale dovrà di fatto chiedere il permesso a Teheran. Per gli americani diventerebbe più problematico imporre sanzioni contro l’Iran.
Sull’Iran Trump ha solo cattive opzioni
Negli anni Ottanta, lo Stretto di Hormuz fu terreno di scontro nella guerra con l’Iraq, centinaia di navi vennero assaltate o affondate, ma il canale non fu mai del tutto chiuso. Gli iraniani non avevano i mezzi per sostenere un blocco navale prolungato o la gestione dello stretto. Trent’anni dopo, Teheran ha capito che quella lingua di mare può diventare uno strumento formidabile per costringere gli altri stati a soppesare le proprie relazioni con l’Iran in un modo che faccia gli interessi della Repubblica islamica.