Locali chiusi e minacce alle star: in Iran riparte la crociata contro le donne senza velo
di Gabriella ColarussoQualche giorno fa, la giornalista iraniana Fereshteh Sadeghi, considerata vicina agli ambienti ultraconservatori in Iran, ha pubblicato con grande indignazione la foto di una ragazza iraniana in piedi al bancone di un negozio: indossa dei leggins verdi e un top bianco molto attillato, ha gli occhiali da sole sulla testa e i lunghi capelli castani raccolti in una coda con un elastico bianco. La ragazza è di spalle. La commessa, che indossa il velo, si accorge che qualcuno sta scattando una fotografia e gli punta l’indice come per allontanarlo.
“La questione dell'hijab potrebbe essere stata risolta per i riformisti che fondamentalmente non hanno religione, per alcuni compromessi e per i religiosi moderati, ma rimane irrisolta per la comunità dei fedeli musulmani”, scrive Sadeghi. “L'hijab è in un versetto e in un testo esplicito del Corano; mostrarsi senza hijab è proibito da Dio, e ciò che è proibito da Dio rimarrà proib…
Qualche giorno fa, la giornalista iraniana Fereshteh Sadeghi, considerata vicina agli ambienti ultraconservatori in Iran, ha pubblicato con grande indignazione la foto di una ragazza iraniana in piedi al bancone di un negozio: indossa dei leggins verdi e un top bianco molto attillato, ha gli occhiali da sole sulla testa e i lunghi capelli castani raccolti in una coda con un elastico bianco. La ragazza è di spalle. La commessa, che indossa il velo, si accorge che qualcuno sta scattando una fotografia e gli punta l’indice come per allontanarlo.
“La questione dell'hijab potrebbe essere stata risolta per i riformisti che fondamentalmente non hanno religione, per alcuni compromessi e per i religiosi moderati, ma rimane irrisolta per la comunità dei fedeli musulmani”, scrive Sadeghi. “L'hijab è in un versetto e in un testo esplicito del Corano; mostrarsi senza hijab è proibito da Dio, e ciò che è proibito da Dio rimarrà proibito fino al Giorno del Giudizio”. Il tweet è accompagnato da un’orda di commenti, la maggior parte sono a favore della reprimenda, ma ci sono anche opinioni contrarie. Il tema non è tanto la pluralità di idee che rispecchia la società iraniana, ma il fatto che l’ala ultraconservatrice del sistema, che controlla il Parlamento, la magistratura, i media, ha dichiarato di nuovo guerra alla libertà di scelta delle donne.
A fine luglio, agenti in borghese hanno fatto più di una irruzione nei caffè della popolare Sanaei, la strada centro di Teheran dov’è facile incontrare ragazze senza velo e con i piercing, ragazzi in shorts e con lo skate, donne che fanno jogging con grandi cuffie sulle orecchie e coppie sedute al bar in smart working fumando e ascoltando musica occidentale. Gli agenti hanno costretto alcuni caffè diventati punti di ritrovo per i giovani, come 1401, Theory, Jo Cafe, Dobareh, Sam Cafe, Maan, Nook, a chiudere, e hanno minacciato altre attività, dicendo che avrebbero fatto la stessa fine se non faranno rispettare le leggi sul velo obbligatorio. L’ong Hrana racconta che molti esercizi commerciali, ma anche influencer, si sono visti chiudere il negozio o la pagina social per "violazione delle norme", "indecenza" e "mancato rispetto degli standard islamici".
Sanaei non è stata sempre così: o almeno, non così apertamente. A Teheran, soprattutto nel nord della città dove vivono i più ricchi, ci sono sempre stati bar, centri commerciali e case private dove l’alta borghesia iraniana viveva secondo codici estranei e contrari a quelli della teocrazia dominante. Molti erano i cosiddetti rich kids, i figli di alti papaveri del regime, e perciò protetti da una tacita immunità. Con il movimento pro-democrazia Donna, Vita, Libertà, certe libertà da sempre vissute solo nello spazio privato delle case, o concesse a pochi, si sono conquistate nuovi spazi nuovi pubblici. Oggi a Teheran come a Mashhad non è difficile incontrare donne senza velo per strada o giovani vestiti alla maniera di un francese o di un losangelino accanto a donne coperte dal chador e uomini in nero che celebrano riti religiosi.
Il governo del pragmatico Pezeshkian chiude un occhio sulle nuove tendenze, sapendo che questi temi dividono profondamente una società già sfinita dalla guerra, dalla repressione, dalla crisi economica. Ma per gli ultraconservatori la morbidezza di Pezeshkian è una minaccia al loro potere basato sulla imposizione di un codice culturale. La commentatrice conservatrice Mohadese Mokhtari ha scritto che ciò che accade nelle strade non “è più una violazione della legge sul velo, ma la sacralità degli spazi pubblici", riferisce Amwaj. Un altro conservatore, Hassan Abbasi, ha attaccato il governo "incompetente e laico" di Pezeshkian, “che si oppone al precetto divino dell'hijab". Altri, come l'ex parlamentare Jalal Rashidikoochi, vicino ai riformisti, respingono le critiche ma è un fatto che le autorità di polizia abbiano ripreso a interessarsi al velo e stiano tentando di nuovo di far rispettare l’obbligo. Questo accade in un momento in cui la repressione si è fatta violenta e asfissiante, le esecuzioni si sono impennate, elementi che fanno pensare a una svolta ancora più radicale della teocrazia. Lo storico Arash Azizi parla di “fronte interno”. Altri analisti osservano che la nuova torsione autoritaria potrebbe essere il frutto della marginalizzazione dei falchi in politica estera: frustrati per il negoziato con gli americani a cui si oppongono strenuamente, gli ultraconservatori ora chiedono mano libera contro i riformisti all’interno. A decidere quale sarà il corso dell’Iran post-bellico dovrebbe essere la guida suprema, Mojtaba Khamanei, ma è scomparso da sei mesi e nessuno sa con chiarezza cosa pensi su questi temi. Intanto l’Iran è sempre più diviso, tra chi rivendica la libertà di scelta e chi pensa di possedere verità divine.