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Patto Arabia-Turchia-Pakistan, ecco la “Nato” dei Paesi sunniti

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L’accordo militare prevede l’obbligo di difesa reciproca. Ma Teheran avverte Riad: “Nessun documento basterà a garantirvi la sicurezza”
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Non è un patto religioso, né tantomeno offensivo: questo a sentire le dichiarazioni ufficiali. Nei fatti però due delle più importanti potenze militari della regione Medio Oriente-Asia (Turchia e Pakistan) uniscono le forze con il Paese più ricco della regione, l’Arabia Saudita, da mesi incapace da solo di reagire agli attacchi che subisce da parte dell’Iran sciita. E le tre nazioni appartengono tutte -minoranze a parte – all’Islam sunnita. Basterebbe questo per dire che il patto militare firmato a Gedda da Arabia Saudita, Turchia e Pakistan è importante: ma sul tavolo c’è molto di più.

La firma arriva in una regione che dal 7 ottobre 2023 non ha conosciuto che guerre e incertezza, e nel mezzo di un confronto diretto, quello fra gli Stati Uniti e l’Iran, che ha coinvolto tutti i Paesi del Golfo, creando caos anche in quelli – come Turchia e Pakistan – che hanno evitato un coinvolgimento diretto. A preoccupare i tre governi è sia la crescente potenza dell’Iran sia quella di un Israele …

Non è un patto religioso, né tantomeno offensivo: questo a sentire le dichiarazioni ufficiali. Nei fatti però due delle più importanti potenze militari della regione Medio Oriente-Asia (Turchia e Pakistan) uniscono le forze con il Paese più ricco della regione, l’Arabia Saudita, da mesi incapace da solo di reagire agli attacchi che subisce da parte dell’Iran sciita. E le tre nazioni appartengono tutte -minoranze a parte – all’Islam sunnita. Basterebbe questo per dire che il patto militare firmato a Gedda da Arabia Saudita, Turchia e Pakistan è importante: ma sul tavolo c’è molto di più.

La firma arriva in una regione che dal 7 ottobre 2023 non ha conosciuto che guerre e incertezza, e nel mezzo di un confronto diretto, quello fra gli Stati Uniti e l’Iran, che ha coinvolto tutti i Paesi del Golfo, creando caos anche in quelli – come Turchia e Pakistan – che hanno evitato un coinvolgimento diretto. A preoccupare i tre governi è sia la crescente potenza dell’Iran sia quella di un Israele sempre più aggressivo, a fronte di un alleato – l’America di Trump – che sempre meno appare affidabile.

(ansa)

A siglare il documento ieri sono stati alcuni protagonisti chiave di questo scenario: il principe saudita Mohammed bin Salman, che siede sulle riserve di petrolio più importanti del mondo; il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, titolare del secondo esercito più grande della Nato dopo quello degli Stati Uniti; e il premier di Islamabad Shehbaz Sharif, accompagnato – e non è un caso – dal vero uomo forte del Paese, il capo delle forze armate Asim Munir, colui che tiene le mani sul pulsante che controlla l’arsenale nucleare pachistano.

L’intesa – secondo la nota congiunta - vuole «rafforzare la deterrenza collettiva contro ogni forma di aggressione e prevede che qualunque attacco armato contro qualunque dei tre Stati sarà considerato come un attacco a tutti loro», un modello che richiama l’articolo 5 della Nato e che ha provocato l’immediata reazione di Teheran. «I sauditi devono capire che un accordo di carta con Turchia e Pakistan non garantirà loro la sicurezza, così come anni di sostegno unilaterale agli americani non l’hanno garantita. Riformate le vostre politiche in modo da non dover implorare la sicurezza altrui», ha scritto su X il portavoce della Commissione per la sicurezza nazionale e la politica estera del Parlamento iraniano, Ebrahim Rezaei.

Carta o non carta, è un fatto che l’Arabia Saudita aggiunge all’alleanza con il Pakistan siglata nei mesi scorsi un altro partner in grado di colmare le lacune dei suoi sistemi di difesa: basti pensare al fatto che la Turchia ha una flotta militare che potrebbe rivelarsi importante nel contrasto agli Houthi al largo delle coste yemenite. Da parte sua Erdogan porta a casa la legittimazione della potenza leader del mondo sunnita e una linea di credito aperta, fondamentale per la sua economia in perenne crisi. E Sharif – e ancor di più Munir – vede accrescere ulteriormente il suo ruolo regionale, già consolidato dal lavoro di mediazione fra Usa e Iran.

La firma non intacca i patti militari che i singoli Paesi hanno in piedi: la Turchia resta a tutti gli effetti un membro della Nato. Riad e Islamabad rimangono legate dall’accordo di difesa che ha già portato aerei pachistani sul territorio saudita nei mesi scorsi: mai in prima linea, ma comunque attivi nella difesa contro l’Iran.

I firmatari hanno anche voluto sottolineare che l’intesa è aperta ad altre nazioni: primo candidato l’Egitto, che con i tre protagonisti ha da mesi uno stretto coordinamento politico e diplomatico. «Questa unione ha il potenziale per rimodellare l’assetto regionale, seppur gradualmente; la prima prova consisterà nel verificare se sia in grado di contribuire a una conclusione stabile del conflitto tra Stati Uniti e Israele da un lato e l’Iran dall’altro», scriveva nei giorni scorsi in una disamina per l’International crisis group – che non a caso prendeva in considerazione anche il Cairo - l’analista Yasmine Farouk.

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