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Michael McFaul: “I germi dell’autocrazia colpiscono anche l’America, ma la società sa difendersi”

(ansa)

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L’ex consigliere di Obama per la Russia, e poi suo ambasciatore a Mosca, avverte: “I tentativi di sovvertire le regole ci sono bisogna restare vigili”
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NEW YORK – I tentativi di erodere le istituzioni democratiche americane non sono mai stati così intensi. In passato abbiamo vissuto l’incertezza sulla solidità delle regole democratiche solo ai tempi della guerra civile. Sono dunque molto preoccupato sul breve termine: anche se non sulla lunga distanza. La Storia è dalla parte della democrazia, idea migliore di qualsiasi dittatura, non solo in senso utopico ma anche economico, tecnologico e culturale». Michael McFaul è l’ex consigliere di Barack Obama, poi suo ambasciatore americano in Russia, che fu l’architetto della politica di reset con Mosca. Oggi insegna Relazioni Internazionali a Stanford. Il suo ultimo saggio s’intitola “Autocrats vs. Democrats: China, Russia, America, and the New Global Disorder”, un’accurata analisi degli autoritarismi contemporanei.

NEW YORK – I tentativi di erodere le istituzioni democratiche americane non sono mai stati così intensi. In passato abbiamo vissuto l’incertezza sulla solidità delle regole democratiche solo ai tempi della guerra civile. Sono dunque molto preoccupato sul breve termine: anche se non sulla lunga distanza. La Storia è dalla parte della democrazia, idea migliore di qualsiasi dittatura, non solo in senso utopico ma anche economico, tecnologico e culturale». Michael McFaul è l’ex consigliere di Barack Obama, poi suo ambasciatore americano in Russia, che fu l’architetto della politica di reset con Mosca. Oggi insegna Relazioni Internazionali a Stanford. Il suo ultimo saggio s’intitola “Autocrats vs. Democrats: China, Russia, America, and the New Global Disorder”, un’accurata analisi degli autoritarismi contemporanei.

L’America si è dipinta a lungo come “importatrice di democrazia” nel mondo, distinguendosi da Russia e Cina, superpotenze autoritarie. Possiamo dire che oggi, invece, abbiamo tre autocrazie?

«Di sicuro, Trump preferisce sostenere i leader autoritari piuttosto che quelli democratici. In comune a Xi e Putin ha la visione imperialista. Ma loro sono ideologici, lui un pragmatico: pensa solo ai soldi. Che non vogliamo più essere i sostenitori della democrazia nel mondo è evidente: il presidente ha tolto i finanziamenti a Usaid, l’agenzia dello sviluppo che offrendo risorse umanitarie sosteneva anche i movimenti democratici nel mondo. Ha cercato di chiudere, senza successo, realtà come Voice of America e Radio Free Asia, nate per diffondere notizie nei Paesi dove vige la censura. E ha attentato pure al National Endowment for Democracy, la fondazione che finanzia istituzioni che si occupano di diritti umani. È una rottura con la tradizione del suo stesso partito: l’idea di “esportare la democrazia” era particolarmente cara a repubblicani come Ronald Reagan e George W. Bush. È una direzione che giudico non solo immorale, ma anche contraria agli interessi nazionali degli Stati Uniti».

Perché?

«Il passaggio dalla dittatura alla democrazia di interi Paesi fu positivo anche per la nostra sicurezza e prosperità. Penso all’Italia, alla Germania, alla Polonia, al Giappone, tutti fantastici alleati degli Stati Uniti. I nostri nemici e competitor, invece, sono sempre stati Paesi guidati da autocrati. Eppure, Trump ne è affascinato perché non pensa in termini di dittature contrapposte alle democrazie, ma di leader forti contrapposti a deboli. Non è un comportamento strategico e nuoce agli interessi a lungo termine degli Stati Uniti. Ma resto ottimista: si è pianto troppe volte sulla fine del liberalismo e della democrazia, eppure sono ancora lì».

Cosa la rende ottimista?

«Intanto, nessuna delle tre superpotenze a guida autocratica se la passa bene. Putin si è spinto troppo oltre in Ucraina e ormai l’economia del suo Paese stenta. La Cina di Xi ha seri problemi economici e milioni di persone vivono nelle aree rurali ai margini dello sviluppo. L’America di Trump è soffocata dall’inflazione, il costo della vita è altissimo, ci sono tagli importanti alla sanità. Questo è importante: il presidente ha appena il 30% di gradimento e anche se è vero che sta tentando di erodere la democrazia, non ha abbastanza consenso per arrivare dove sogna. Quello che avevano Putin in Russia e Orbán in Ungheria, per intenderci. La società americana è più resiliente. Democrazia, diritti umani e liberalismo sono più radicate di quanto si pensi».

C’è il concreto timore che Trump possa fare qualunque cosa pur di vincere le midterm.

«Manovre per cambiare le regole del gioco democratico, sono certo che sono in atto. E temo pure tentativi di annullare i risultati delle elezioni, come avvenne il 6 gennaio 2021. Ma, allo stesso tempo, sono impressionato da come ci si sta preparando a quell’eventualità, dall’impegno di società civile, avvocati, ong, che lavorano affinché le elezioni siano libere ed eque. C’è chi dice: “Trump annullerà il risultato”. Io studio da tutta la vita il regresso democratico: e davvero non credo che abbia la forza politica per farlo. Non ha i tribunali, non ha l’esercito. E in un caso del genere penso che anche la Corte Suprema si ribellerebbe. Può però provarci e dunque dobbiamo restare tutti vigili. Sapendo che le derive autoritarie si possono invertire: lo abbiamo visto di recente in Brasile e Ungheria. E poi, i sondaggi danno i democratici vincenti, e questo è un buon auspicio».

Non teme la deriva “socialista” interna del Partito?

«Semmai, auspico che l’avanzata di figure anti-establishment apra un dibattito interno: gli elettori chiedono cambiamento. E non è una novità. Ho lavorato al fianco di Obama fin dalla sua prima campagna e anche noi eravamo anti-establishment, proponevamo idee nuove. E comunque, ci sono state sì importanti vittorie di candidati progressisti, ma anche impressionanti risultati di moderati e centristi. Non si possono selezionare i dati a piacimento solo per far notizia. Il dibattito interno è vivace. Il mio contributo è ricordare che essere progressisti significa difendere i diritti umani ovunque, non solo in America. Riconoscendo che ciò che fa la Russia in Ucraina, la Cina a Taiwan e Israele a Gaza è imperialismo. Ce lo ha insegnato Martin Luther King: bisogna essere antimperialisti ovunque».

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