Nato e cresciuto senza avere la risposta alla domanda chiave - chi disarma Hamas? - il Board of Peace trumpiano non poteva avere vita facile nella Striscia di Gaza. E lo stop di Israele al piano in 15 punti, che doveva avviare la fase due dell’accordo verso la ricostruzione e il passaggio del potere amministrativo al comitato di tecnocrati palestinesi, non fa che rallentare un’avanzata già lentissima.
Alla riunione inaugurale del 19 febbraio scorso, il presidente americano annunciò che gli Stati Uniti avrebbero stanziato 10 miliardi di dollari per il Board of Peace, e che altri 7 miliardi sarebbero arrivati, tra gli altri, da Emirati arabi, Qatar, Arabia Saudita e Kuwait. A luglio siamo ancora lontanissimi dalla cifra ipotizzata. Ma non è l’unico problema.
La formul…
Nato e cresciuto senza avere la risposta alla domanda chiave - chi disarma Hamas? - il Board of Peace trumpiano non poteva avere vita facile nella Striscia di Gaza. E lo stop di Israele al piano in 15 punti, che doveva avviare la fase due dell’accordo verso la ricostruzione e il passaggio del potere amministrativo al comitato di tecnocrati palestinesi, non fa che rallentare un’avanzata già lentissima.
Alla riunione inaugurale del 19 febbraio scorso, il presidente americano annunciò che gli Stati Uniti avrebbero stanziato 10 miliardi di dollari per il Board of Peace, e che altri 7 miliardi sarebbero arrivati, tra gli altri, da Emirati arabi, Qatar, Arabia Saudita e Kuwait. A luglio siamo ancora lontanissimi dalla cifra ipotizzata. Ma non è l’unico problema.
La formulazione del piano, nella parte cruciale della smilitarizzazione del gruppo armato islamista, è vaga su tempi e modalità: non si capisce se Hamas dovrebbe consegnare fucili e infrastrutture militari prima, durante o dopo l’eventuale di ritiro delle truppe di Israele. In ogni caso, Netanyahu ha ribadito che l’Idf non lascerà le postazioni fino a quando ci saranno armi in circolazione e ha stoppato il ritiro, concordato con il capo di Stato maggiore Eyal Zamir, da tre zone pilota di Rafah.
Altra questione irrisolta è la composizione della Forza di stabilizzazione internazionale (Isf) che, nel piano Trump, non è chiamata a togliere le armi ai miliziani ma a prendere il controllo e mantenere la sicurezza all’interno della Striscia. Netanyahu ha posto il veto a soldati turchi e qatarini, mentre ha dato l’ok all’ingresso di truppe ugandesi e marocchine. Egitto e Giordania hanno offerto soprattutto assistenza nell’addestramento della polizia palestinese. Tanti Paesi volenterosi che inizialmente si erano detti disponibili a partecipare sono però rimasti fermi, proprio perché non vogliono che i propri militari si ritrovino sul terreno con regole di ingaggio non chiare o coinvolti in scontri a fuoco con le Brigate Qassam. E il comitato di 15 tecnocrati palestinesi guidato da Ali Shaath, creato a gennaio per prendere in mano l’amministrazione civile di Gaza, è tuttora bloccato fuori dalla Striscia e opera dal Cairo.
Eppure, qualcosa si muove. Army Radio, l’emittente radiofonica dell’Idf, riporta che due settimane fa il governo israeliano ha approvato l’inizio dei lavori di ricostruzione di un’area a Rafah, sotto il controllo dell’Idf. Si tratta del progetto di abitazioni temporanee “Green Rafah”, sovvenzionato principalmente dagli Emirati Arabi e avviato da mesi. Secondo Channel 11, i servizi interni israeliani intendono evacuare lì anche i membri delle milizie che hanno collaborato con l’Idf, come i clan del deceduto Abu Shabab, di al-Astal e di al-Mansi. «I primi abitanti della nuova Rafah saranno gli oppositori di Hamas, è nell’interesse israeliano», ha riferito una fonte dell’ufficio del premier. Inoltre, a ridosso dell’area è stato assegnato il progetto di un complesso che sarà la base per 150 soldati del Marocco. Ma l’ultima svolta di Netanyahu potrebbe bloccare anche questo.