Kabul, cinque anni di talebani: “Donne cancellate, esecuzioni e povertà”
di Paolo BreraCinque anni fa Kabul era una città in fuga. Correvano i diplomatici, chiuse le ambasciate e distrutti i documenti. Fuggivano gli interpreti e gli impiegati delle Ong, le attiviste, i giornalisti, gli ufficiali dell’esercito sconfitto. Le famiglie borghesi svendevano case e gioielli per un posto su un volo che non sarebbe mai partito. All’aeroporto la folla premeva contro i cancelli. Le mamme porgevano i bambini sopra il filo spinato a chiunque potesse portarli verso un futuro qualsiasi. I talebani stavano entrando nella capitale. Il presidente Ghani era fuggito. L’esercito costruito dagli Stati Uniti si era dissolto. Chi riusciva si aggrappava alla fusoliera e ai carrelli dei cargo militari americani, pur di volare via. Il 16 agosto i corpi precipitarono nel vuoto davanti alle tv. La guerra americana in Afghanistan finiva con quelle immagini.
Cinque anni fa Kabul era una città in fuga. Correvano i diplomatici, chiuse le ambasciate e distrutti i documenti. Fuggivano gli interpreti e gli impiegati delle Ong, le attiviste, i giornalisti, gli ufficiali dell’esercito sconfitto. Le famiglie borghesi svendevano case e gioielli per un posto su un volo che non sarebbe mai partito. All’aeroporto la folla premeva contro i cancelli. Le mamme porgevano i bambini sopra il filo spinato a chiunque potesse portarli verso un futuro qualsiasi. I talebani stavano entrando nella capitale. Il presidente Ghani era fuggito. L’esercito costruito dagli Stati Uniti si era dissolto. Chi riusciva si aggrappava alla fusoliera e ai carrelli dei cargo militari americani, pur di volare via. Il 16 agosto i corpi precipitarono nel vuoto davanti alle tv. La guerra americana in Afghanistan finiva con quelle immagini.
Ma i talebani entrarono in città da vincitori tolleranti. Promisero un’amnistia, assicurarono che sarebbero cambiati. Le donne, promettevano, nella sharia avrebbero conservato i loro diritti. Ma con i primi editti fu subito chiaro chi avrebbe pagato davvero il conto: le ragazze e le minoranze vulnerabili, a partire dagli hazara.
Cinque anni dopo, atterrando a Kabul «vedi un Paese apparentemente normalizzato e tranquillo. Persino accogliente, direi. Ma la gravità della situazione — racconta Daniele Giacomini, direttore area emergenze di Emergency — la percepisci subito dopo». L’economia è in crisi da anni, i prezzi aumentano continuamente. La guerra con il Pakistan, le espulsioni di massa da Iran e Pakistan e il crollo degli aiuti sono stati la sciagura finale. «La maggior parte delle forniture — continua Giacomini — arrivava da quei confini: beni comuni, cibo e medicine. Nei nostri ospedali nel Panshir le donne vengono a partorire in condizioni estreme di malnutrizione. E i bambini non riescono a mangiare tutti i giorni».
Secondo la classificazione internazionale Ipc ci sono 3,7 milioni di bambini malnutriti, un milione gravemente. Per l’Ocha il 45% della popolazione ha bisogno di assistenza, e l’Afghanistan è 181° su 193 nel Rapporto sullo sviluppo umano dell’Onu. Ma le strade sono tornate percorribili, i ministeri funzionano, le dogane incassano, gli scontri armati sono relativamente rari. È una normalità povera, autoritaria e soffocante; ma è anche uno dei motivi per cui il regime non è crollato.
Dietro la facciata di compattezza, nell’Emirato convivono dirigenti pragmatici e l’ala raccolta a Kandahar attorno al leader supremo Akhundzada. Ma il confronto interno è dominato dai falchi: a ogni possibile apertura, un decreto di Kandahar chiude lo spiraglio. L’isolamento occidentale rafforza questa linea. Senza benefici concreti, chi sostiene i compromessi perde argomenti. Il bavaglio sulla stampa afghana è asfissiante, la propaganda attivissima e ben organizzata.
Il divieto di accesso per le donne all’istruzione secondaria e all’università, iniziato come una «misura temporanea», è stato confermato e mai attenuato. L’Afghanistan è l’unico Paese al mondo in cui alle ragazze è vietato studiare oltre la sesta classe. Passano i mesi e le regole si inaspriscono. Il ministero per la Promozione della virtù e la prevenzione del vizio ha imposto una lettura sempre più estrema della necessità di nascondere non soltanto il corpo e il volto delle donne, ma persino la loro voce. Chi viola le regole rischia interrogatori, abusi e arresti. Ma nelle case le insegnanti clandestine organizzano lezioni seguite di nascosto sui cellulari da poche ragazze, e i libri passano da una famiglia all’altra.
Le condanne a morte e le esecuzioni continuano. Ma, raccontano fonti diplomatiche, ora i talebani evitano di pubblicizzarle. L’Onu ha documentato centinaia di punizioni corporali: frustate inflitte in pubblico per adulterio e altri “reati morali”. E continuano anche le denunce di tortura e sparizioni di ex soldati. Akhundzada e il capo della giustizia, Abdul Hakim Haqqani sono sotto mandato di arresto della Cpi, che li accusa di persecuzione per motivi di genere contro donne e persone lgbtq+. «Il sistema talebano — dice l’ambasciatore italiano all’Onu, Luigi Maria Vignali — è un vero e proprio apartheid di genere e sradica la possibilità stessa che l’economia e la società possano funzionare».
Fino a oggi un solo Paese ha riconosciuto l’Emirato: la Russia. Cina ed Emirati hanno accettato ambasciatori di Kabul. L’Occidente, invece, è nel vortice di un’aperta contraddizione. Condanna l’Emirato, ma gli concede i visti per discutere i rimpatri. A Herat a giugno, nel mezzo delle proteste contro gli arresti delle donne accusate di non rispettare il codice sul velo, i talebani hanno sparato sulla folla. In un video una donna continuava a gridare «libertà» mentre intorno a lei fioccavano le raffiche. Negli stessi giorni, Bruxelles preparava i visti per i delegati del governo talebano che aveva ordinato di disperdere la protesta. Dovevano discutere con l’Ue dei rimpatri.