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Brasile, la sfida Lula-Flávio Bolsonaro si gioca all’ombra di Trump

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Si vota il 4 di ottobre e la gara è tra due nomi arcinoti. Gli elettori sono preoccupati per criminalità e corruzione, ma la partita è ben più ampia e si gioca sullo scacchiere internazionale
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Se si chiede agli elettori brasiliani, due sono i temi che decideranno la loro preferenza alle urne, il prossimo 4 ottobre: corruzione e criminalità. Questioni prettamente di politica interna. Ma se si osserva la sfida da fuori, quella che si delinea è una contesa con enormi implicazioni geopolitiche tra due volti arcinoti della politica del Paese: il presidente Luiz Inácio Lula da Silva, leader del Partito dei Lavoratori, e Flávio Bolsonaro, figlio di Jair, condannato a 27 anni e tre mesi per aver tentato di sovvertire il risultato delle elezioni del 2022. Una gara che avviene all’ombra di Donald Trump, che sul Brasile ha già usato la mannaia dei dazi, e nel contesto di una lunga onda nera che sta spostando a destra diversi governi del continente. A meno di due mesi dal voto, già si intuisce che sarà un match senza esclusione di colpi con una drammatica certezza: vada come vada, non ci sarà una svolta.

(afp)
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Se si chiede agli elettori brasiliani, due sono i temi che decideranno la loro preferenza alle urne, il prossimo 4 ottobre: corruzione e criminalità. Questioni prettamente di politica interna. Ma se si osserva la sfida da fuori, quella che si delinea è una contesa con enormi implicazioni geopolitiche tra due volti arcinoti della politica del Paese: il presidente Luiz Inácio Lula da Silva, leader del Partito dei Lavoratori, e Flávio Bolsonaro, figlio di Jair, condannato a 27 anni e tre mesi per aver tentato di sovvertire il risultato delle elezioni del 2022. Una gara che avviene all’ombra di Donald Trump, che sul Brasile ha già usato la mannaia dei dazi, e nel contesto di una lunga onda nera che sta spostando a destra diversi governi del continente. A meno di due mesi dal voto, già si intuisce che sarà un match senza esclusione di colpi con una drammatica certezza: vada come vada, non ci sarà una svolta.

(afp)

Le tensioni con gli Usa

Gli ultimi dazi imposti da Donald Trump a Brasilia arrivano, nelle diverse componenti, fino al 37,5%. «La motivazione ha certamente più a vedere con la politica che con il commercio», assicura The Economist. A fine luglio, il governo di Lula ha negato i visti a due funzionari del dipartimento di Stato Usa che intendevano recarsi nel Paese: secondo fonti brasiliane, la missione avrebbe potuto mettere in dubbio l’integrità del sistema di voto elettronico e influire sulla campagna elettorale. Washington ha poi revocato il visto all’ambasciatrice brasiliana a Washington, Maria Luiza Ribeiro Viotti, in un'ulteriore escalation diplomatica.

Le intenzioni di Washington sono chiare, anzi esplicite: l’amministrazione Trump ha rilanciato la dottrina Monroe, secondo cui le Americhe devono essere un’area privilegiata di influenza degli Stati Uniti. Una dottrina rideclinata sotto Trump come “Donroe”, in un continente dove negli ultimi anni diversi governi hanno virato verso la destra Maga, dall’Ecuador al Cile, dalla Colombia al Perù.

La sponda della destra argentina

Pochi giorni prima, il 25 luglio, il presidente ultraliberista di destra argentino Javier Mileiera stato accolto alla convention del Partito Liberale Brasiliano che ha ufficializzato la candidatura di Flávio Bolsonaro, con tanto di tappeto rosso steso dal governatore di San Paolo, Tarcísio de Freitas. E, in beffa a ogni protocollo politico e al buon senso, aveva accusato l’omologo brasiliano dal palco di essere un «ladro» e un «condannato». L’episodio era sfociato in una crisi diplomatica, con il richiamo a Brasilia dell’ambasciatore brasiliano a Buenos Aires per consultazioni.

Un elettorato scoraggiato

Nel mezzo di questo polverone internazionale, in patria emerge l’immagine di un elettorato scoraggiato. Sempre in testa nei sondaggi c’è l’anziano Lula, che a 80 anni si candida per la settima volta alla presidenza e punta a un quarto mandato. Lo sfidante numero uno è Flávio Bolsonaro, figlio del carismatico leader dell’ultradestra Jair, oggi agli arresti domiciliari dopo la condanna per il tentativo di colpo di Stato. Le elezioni prevedono la possibilità del secondo turno. Nel primo ci sono anche una manciata di candidati di destra con basse intenzioni di voto.

Gli ultimi numeri raccontano però una corsa che si sta stringendo. Secondo la ricerca Quaest diffusa il 14 agosto, Lula è al 38% nel primo turno, contro il 31% di Flávio; in un eventuale ballottaggio il presidente è al 43% contro il 40% del figlio di Bolsonaro, un sostanziale pareggio tecnico.

Comunque vada, chi vince si troverà davanti un Paese spaccato. La stessa ricerca Quaest mostra che il 54% degli intervistati ha un'opinione negativa di Flávio e il 52% di Lula. Il 53% ritiene inoltre che il Paese stia andando nella direzione sbagliata.

Alla convention del Partito dei Lavoratori, la forza di Lula, il leader Edinho Silva ha delineato il perimetro della partita: «Dobbiamo scegliere tra un Brasile degli autoritarismi che si svende all’estero e un Brasile sovrano che difende i propri interessi».

Nel difendere Bolsonaro, Trump non ha mai risparmiato alcuna arma, andando ben oltre i dazi. L’amministrazione Usa ha sanzionato il giudice Alexandre de Moraes, protagonista del processo contro Jair Bolsonaro, e ha revocato o limitato i visti ad altri esponenti della magistratura brasiliana coinvolti nel caso.

Corruzione e criminalità

Ma mentre l’internazionale di destra si scalda per la candidatura di Flávio, le destre interne non sembrano intenzionate a compattarsi intorno a lui. I partiti del centrodestra hanno mantenuto una posizione prudente o neutrale, mentre diversi loro leader continuano a coltivare proprie candidature. È il calcolo della politica: i numeri favoriscono ancora Lula, anche se il margine si è drasticamente ridotto. Il presidente del PSD Gilberto Kassab, proprio alla vigilia dell’avvio ufficiale della campagna, ha sostenuto che il centrodestra moderato stia di fatto favorendo Lula e che Flávio non abbia possibilità di vittoria.

La corsa di Bolsonaro ha sofferto alcuni duri colpi. A maggio sono stati diffusi degli audio in cui il leader del Partito Liberale chiedeva denaro a Daniel Vorcaro, ex proprietario del Banco Master, finito in carcere nell'ambito di un'inchiesta per frodi finanziarie. Flávio ha ammesso di aver chiesto un finanziamento privato da circa 134 milioni di reais per un film sulla vita del padre, negando però qualsiasi irregolarità. Si aggiunge una lite pubblica con la matrigna Michelle, figura di riferimento dell’élite evangelica del Paese, anche se i due hanno successivamente ricucito.

Ma per un elettorato che ha a cuore la corruzione, nemmeno Lula è un candidato ideale: ha trascorso 580 giorni in carcere per le condanne legate alla Lava Jato, poi annullate dalla Corte Suprema perché i processi erano stati celebrati da un tribunale non competente. Molti dei suoi non lo hanno ancora perdonato.

Il fattore della paura

Come se non bastasse, anche se i dati del crimine sono in diminuzione, la percezione dell’insicurezza resta potentissima. Il 47% dei brasiliani indica criminalità e violenza come il principale problema del Paese, secondo l’ultimo Ipsos; in un'altra rilevazione AtlasIntel/Bloomberg, criminalità e traffico di droga arrivano al 66,8%, davanti alla corruzione, al 57,9%. È una percezione che tradizionalmente spinge verso destra. Ed è forse questa la vera incognita del voto: Lula parte ancora davanti, ma non può più contare sul vantaggio rassicurante dei mesi scorsi. Flávio ha davanti a sé una strada stretta, ma il suo avvicinamento nei sondaggi dimostra che la polarizzazione resta intatta. Il Brasile non sembra scegliere tra due progetti diversi di Paese: sembra prepararsi, ancora una volta, a scegliere quale dei due Brasile teme di più.

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