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Il mio Afghanistan infelice dopo cinque anni di talebani, ma i giovani sanno sognare

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Lo scenario creatosi dopo il 15 agosto 2021 è molto diverso da quello dell’arrivo degli studenti islamici nel ‘96. Le nuove generazioni di oggi hanno assaporato cultura, internet, musica
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KABUL – In Afghanistan la popolazione soffre per la crisi umanitaria, le forti limitazioni delle libertà civili e un’economia insufficiente. Tre afghani su quattro non soddisfano i propri bisogni essenziali. Il ritorno forzato di milioni di rifugiati e la siccità hanno aggravato ulteriormente la situazione. Un Paese infelice.

Le donne sono la categoria più colpita dal regime. Avvenne fin da subito e con accanimento. Già nel 1994, quando si sentì parlare per la prima volta del movimento degli studenti islamici, presero a circolare delle allarmanti voci. Le tacciammo di malignità inventata dai mujahiddin e dai vecchi comunisti per screditare i nuovi arrivati, tanto era assurdo pensare che l’istruzione femminile potesse essere vietata, le donne costrette a casa. Invece avvenne.

KABUL – In Afghanistan la popolazione soffre per la crisi umanitaria, le forti limitazioni delle libertà civili e un’economia insufficiente. Tre afghani su quattro non soddisfano i propri bisogni essenziali. Il ritorno forzato di milioni di rifugiati e la siccità hanno aggravato ulteriormente la situazione. Un Paese infelice.

Le donne sono la categoria più colpita dal regime. Avvenne fin da subito e con accanimento. Già nel 1994, quando si sentì parlare per la prima volta del movimento degli studenti islamici, presero a circolare delle allarmanti voci. Le tacciammo di malignità inventata dai mujahiddin e dai vecchi comunisti per screditare i nuovi arrivati, tanto era assurdo pensare che l’istruzione femminile potesse essere vietata, le donne costrette a casa. Invece avvenne.

Quante ragazze e insegnanti licenziate ho visto piangere disperate. Cercammo di aiutarle, sentendoci molto spesso impotenti. Ma arrivarono la primavera del 2002 e il programma Back to School. Uno spettacolo meraviglioso: fiumi di ragazzini e ragazzine si riversavano ogni mattina nelle strade (da chiedersi come gli edifici scolastici potessero contenerli tutti) e le maestre in divisa verde muschio marciavano a due a due sorridenti e impettite, l’espressione vittoriosa. In tutta onestà non mi aspettavo che il divieto sarebbe stato nuovamente imposto. Impossibile, mi ripetevo, porterebbe un danno enorme per il Paese. Ingenuo.

I talebani presero Kabul per la prima volta nel settembre del 1996 e vi restarono per cinque anni. Vi sono tornati nel 2021, dunque da cinque anni: quanto resteranno questa volta?

Nessuno pensa più ad un cambiamento rapido. Malgrado il primo regime talebano e quello attuale siano identici per molti aspetti - teocrazia, repressione, non-inclusività, integralismo, negazione di libertà essenziali, misoginia - lo scenario è diverso.

Nel 1996, del Paese ancora in guerra civile i talebani controllavano solo una parte; oggi è tutto in mano loro e una certa sicurezza è assicurata. Il primo regime era fermamente chiuso al mondo, questo ha invece instaurato rapporti diplomatici e commerciali con Cina, Russia, Iran, Pakistan e svariati paesi dell’Asia centrale.

L’economia negli anni Novanta era oppressa dal feroce conflitto interno e dal totale isolamento, oggi dà minuscoli segni di recupero, sebbene gli effetti non siano ancora avvertiti dalla popolazione e la crisi persista. Ora poi un capillare sistema di riscossione delle imposte garantisce una sicura entrata erariale. Gli esperti sono unanimi nel ritenere che un cambiamento potrebbe arrivare solo dall’interno, qualora prevalesse la fazione talebana più moderata. O, in tempi lunghi, dalla pressione esercitata della nuova generazione che ha aspirazioni diverse da quelle di chi detiene il potere.

Vivo a Kabul in un quartiere popolare abitato da gente di estrazione varia, benestanti e poveri, commercianti e lavoratori a giornata. Una cosa li accomuna, il gran numero di figli, cinque o sei per famiglia almeno. In Afghanistan non c’è strada senza bambini che giocano, vanno a scuola o già lavorano. Tante le madri giovani con piccoli ancora incerti sulle gambe e già un lattante in braccio. La popolazione è giovanissima, circa il 70 per cento ha meno di trent’anni, una potenziale forza-lavoro enorme. Quali opportunità ha? Cosa pensa del proprio Paese? Cosa sogna?

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A differenza dei padri che hanno vissuto la guerra civile, i ventenni delle città sono cresciuti con la scuola, internet, telefoni, televisione, film e musica, esposti a culture straniere, a immagini dal mondo direttamente nelle loro case, seppur filtrate da tradizioni e usanze, radicate più delle leggi. Persino nelle campagne gli effetti dei nuovi mezzi di comunicazione sono stati avvertiti, anche se in misura minore.

La differenza generazionale è evidente: mentre i padri erano più orientati verso la famiglia e la comunità, i giovani aspirano a modernità, studio, carriera, emigrazione. I divieti di ascoltare musica, vedere film, esprimersi, associarsi sono mal sopportati. E ricordo bene il panico che creò tra loro lo scorso autunno l’improvvisa sospensione di ogni servizio telefonico e di internet. Una forza-lavoro enorme, dicevo, ma ridotta a metà per l’esclusione delle donne, con scarsissime opportunità di lavoro. Pochi credono nel futuro del Paese.

Oggi non passa settimana senza che qualcuno mi chieda di aiutarlo ad andarsene. Per ultimo Moheb, un cinquantenne di etnia tajika. Cambiato il regime, ha perso il lavoro. Per un po’ ha tenuto i conti di una ditta, ora fa il guardiano in un condominio. È riuscito a far laureare il primogenito malgrado il misero stipendio, ma niente da fare per le ragazze. Vorrebbe mandare il figlio all’estero nella speranza possa presto chiamare le sorelle. Qui per loro è un inferno, si commuove, sembrano uccelli in gabbia.

Laila, 28 anni, nel 2021 frequentava il quarto anno della facoltà di medicina, a pieni voti, sottolinea. Ora fa l’infermiera in un ospedale privato. Vuole finire gli studi, sogna l’Europa. Giura che non si sposerà prima, malgrado le pressioni della madre. Voglio decidere io della mia vita, dichiara. Mia sorella si è lasciata convincere, ha un marito disoccupato, è pentita.

Munirà invece, circa 60 anni, insegnante in una scuola privata, non chiede niente. Il governo precedente riceveva soldi dall’Occidente, dice. Tanti. Dal 2021 basta, tutto è stato congelato, anche per convincere i talebani a togliere i divieti contro le donne. Non vedono che non funziona? Che a pagarla siamo noi? Sono al potere e ci resteranno. Perché non farla finita, riconoscerli e riprendere con gli aiuti?

Mi ricorda chi ripeteva: dicono che noi afghani siamo forti, sappiamo resistere. È vero. Ma per quanto ancora dovremo?

(Alberto Cairo lavora in Afghanistan per NOVE Caring Humans, ONG Italiana)

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