Trentacinque fessure che guardano verso il mare, disposte in fila, strette una vicina all’altra. Nell’area nuova del cimitero musulmano Sidi Embarek di Ceuta qui verranno disposti a partire da domani i primi corpi degli 83 migranti arrivati dal Marocco morti in acque spagnole durante la traversata a nuoto del 30 luglio scorso verso l’exclave. Sognavano l’Europa e ora in Europa resteranno per l’eternità, almeno che qualcuno dai loro Paesi di origine non li reclami e paghi le spese per lo spostamento.
Al momento soltanto sei sono stati identificati, e di questi soltanto tre famiglie sono disposte a rimpatriarli a Castillejos, gli altri sono tutti senza nome. “Per conoscere le loro storie bisognerebbe che qualcuno li cercasse”, spiega Said Mohammed, l’incaricato del cimitero musulmano. Dopo diciassette giorni nessuno lo ha fatto e così queste persone senza nome, per la maggior parte ragazzi molto giovani di sembianze maghrebine mentre una ventina sono subsahariani che andranno nel cimitero cattolico, restano qui.
I migranti morti a Ceuta ancora senza sepoltura: “Sono tutti giovani”
“Qualcuno deve pagare per quello che è successo, perché è una tragedia e se non si fa qualcosa finiscono per pagare sempre i più deboli”, aggiunge Said, 51 anni, da 26 lavora al cimitero ma dice che alla morte non ci si abitua mai. Il resto dei lavori di ampliamento urgente della struttura continueranno nei prossimi giorni in una corsa contro il tempo per dare una degna sepoltura a queste persone e per risolvere la grave questione sanitaria legata all’avanzato stato di decomposizione dei corpi. “Il progetto di ampliamento era già pianificato ma con questa catastrofe abbiamo dovuto dare un carattere di emergenza ai lavori”. In tutto, secondo le ong, sono oltre 140 i migranti morti nella traversata, principalmente per schiacciamento e successivo annegamento, ma quelli trovati sul versante spagnolo sono questi 83. “Prima della valanga c’erano già sette migranti morti da sistemare. L’immigrazione qui la soffriamo da sempre: tutti i mesi da anni seppelliamo da due a tre migranti”, racconta Said che ricorda come nei primi giorni dopo la valanga in tanti hanno dormito dentro il cimitero ma per il rispetto dei defunti sono stati poi costretti a cacciarli.
Ora un servizio di security presidia la parte antica, mentre in quella nuova i lavori proseguono senza sosta. “Ci tenevamo a tenerli tutti insieme, in una stessa zona. Può diventare una sorta di monumento alla tragedia dell’immigrazione”, conclude Said.