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Iran, oggi scade la tregua. Taglia di 30mila dollari per ogni soldato Usa ucciso

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Braccio di ferro su Hormuz. La Casa Bianca annuncia la stretta economica. Svelati contatti diretti Washington-pasdaran attraverso il curdo Barzani
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Due mesi fa, esatti, Stati Uniti e Iran firmavano un accordo di tregua che molti giudicarono una resa americana ma che conteneva almeno una promessa per la Casa Bianca di Trump: 60 giorni per negoziare la riapertura di Hormuz e concessioni serie sul nucleare per evitare un pantano peggiore di quello della guerra in Vietnam. Sessanta giorni dopo, l’avventura militare voluta dal tycoon e dall’alleato Netanyahu, con l’illusione di una vittoria facile, si è trasformata in uno stallo da cui il presidente americano non sa come uscire. La tregua che scade formalmente oggi cade in un vuoto negoziale che alza le possibilità di una ripresa del conflitto.

I contatti anche indiretti tra gli Stati Uniti e l’Iran sono fermi e non ci sono per ora segnali che possano riprendere. Hormuz…

Due mesi fa, esatti, Stati Uniti e Iran firmavano un accordo di tregua che molti giudicarono una resa americana ma che conteneva almeno una promessa per la Casa Bianca di Trump: 60 giorni per negoziare la riapertura di Hormuz e concessioni serie sul nucleare per evitare un pantano peggiore di quello della guerra in Vietnam. Sessanta giorni dopo, l’avventura militare voluta dal tycoon e dall’alleato Netanyahu, con l’illusione di una vittoria facile, si è trasformata in uno stallo da cui il presidente americano non sa come uscire. La tregua che scade formalmente oggi cade in un vuoto negoziale che alza le possibilità di una ripresa del conflitto.

I contatti anche indiretti tra gli Stati Uniti e l’Iran sono fermi e non ci sono per ora segnali che possano riprendere. Hormuz resta bloccato alle navi internazionali, che prima della guerra da lì trasportavano circa un quinto del petrolio commerciato globalmente, e alle imbarcazioni di Teheran, che nello stretto vede affondare anche i propri conti pubblici. Il conflitto si è trasformato in una guerra di attrito economica e la prossima settimana gli americani potrebbero sparare nuovi colpi, con sanzioni «come non si sono mai viste finora», ha promesso il segretario al Tesoro Bessent. Abbas Araghchi, il ministro degli Esteri iraniano, l’ha ammesso: la scadenza di 60 giorni rileva fino a un certo punto perché di fatto il Memorandum è saltato, e la guerra «ha assunto un nuovo status». La strategia americana è quella messa in campo da Trump fin dal suo primo mandato: strangolare finanziariamente l’Iran sperando così di piegare il regime. Non ha funzionato e adesso le conseguenza di questa strategia si sono amplificate. Nonostante la sicurezza ostentata da Bessent, il presidente Usa mostra segni di nervosismo per la chiusura prolungata di Hormuz, una arteria fondamentale per il mercato energetico globale. Venerdì Trump si è spinto fino ad affermare che molto presto lo stretto sarà designato come territorio degli Stati Uniti. La Casa Bianca ha poi sminuito l’annuncio, definendolo uno scherzo, ma l’Iran l’ha presa seriamente. «Un’assurdità fuori luogo», ha dichiarato Kazem Gharibabadi, viceministro degli Esteri: «Lo stretto sarà chiuso e riaperto solo su comando dell’Iran, e finché non accetterete la realtà della sconfitta l’Iran continuerà a imporre il blocco. Finora avete subito gravi sconfitte strategiche. Lo Stretto di Hormuz è stato iraniano, è iraniano e rimarrà iraniano».

Teheran si rifiuta di riaprire il canale finché gli Stati Uniti non rispetteranno gli impegni presi come lo sblocco dei beni iraniani congelati all’estero. I leader della Terza Repubblica islamica appaiono più risoluti, radicali e pronti ad assumersi il rischio anche di una nuova escalation militare, certi di poter sostenere i costi del conflitto molto più di quanto possa farlo Trump. Ieri il comandante dell’esercito, Amir Hatami, ha annunciato di aver messo una taglia sui soldati Usa, 30mila dollari per chi ne catturerà o ne ucciderà uno. Molto è propaganda, certo, ma i toni si fanno più minacciosi mentre il canale diplomatico è afono. Eppure, almeno fino a un certo punto, il negoziato tra Iran e Stati Uniti è stato davvero serio. Axios ha rivelato che a maggio, gli americani cercavano un contatto con i Pasdaran per capire se i negoziatori Araghchi e Ghalibaf avessero il loro sostegno. Riuscirono a stabilirlo direttamente con il capo, Ahmed Vahidi, tramite il presidente del kurdistan iracheno, Barzani. Vahidi assicurò che tutto il sistema sosteneva le trattative. Cosa sia successo dopo è meno chiaro, ma certo la scommessa americana di puntare su Ghalibaf sembra non aver funzionato. Lo speaker del Parlamento non è riuscito a costruire il consenso necessario a un accordo complessivo con gli americani.

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