NEW YORK – «L’amministrazione Trump è in un pantano. Non ha più alcuna possibilità di vincere la guerra incautamente dichiarata all’Iran. Ha dimostrato di non averne la capacità strategica e ora ha anche finito le munizioni. Teheran ha ormai la supremazia militare nella regione e ha dimostrato la sua capacità di attaccare ben oltre il Golfo. Sarebbe tempo di ammettere che la guerra è persa e trovare una via d’uscita che vada oltre il cerotto di un accordo temporaneo». Scott Ritter è l’ex analista dei marines, ex capo degli ispettori Onu in Iraq fra il 1991 e il 1998, che per primo sostenne che non c’erano elementi per scatenare la guerra a Saddam Hussein: dichiarando pubblicamente che Baghdad non aveva armi di distruzioni di massa. Autore nel 2005 di “Iraq Confidential”, pubblicato anche in Italia, l’anno dopo scrisse pure “Target Iran: The Truth About the White House’s Plans for Regime Change”, dove affermava che Israele stava tentando di spingere George W. Bush ad attaccare Teheran.…
NEW YORK – «L’amministrazione Trump è in un pantano. Non ha più alcuna possibilità di vincere la guerra incautamente dichiarata all’Iran. Ha dimostrato di non averne la capacità strategica e ora ha anche finito le munizioni. Teheran ha ormai la supremazia militare nella regione e ha dimostrato la sua capacità di attaccare ben oltre il Golfo. Sarebbe tempo di ammettere che la guerra è persa e trovare una via d’uscita che vada oltre il cerotto di un accordo temporaneo». Scott Ritter è l’ex analista dei marines, ex capo degli ispettori Onu in Iraq fra il 1991 e il 1998, che per primo sostenne che non c’erano elementi per scatenare la guerra a Saddam Hussein: dichiarando pubblicamente che Baghdad non aveva armi di distruzioni di massa. Autore nel 2005 di “Iraq Confidential”, pubblicato anche in Italia, l’anno dopo scrisse pure “Target Iran: The Truth About the White House’s Plans for Regime Change”, dove affermava che Israele stava tentando di spingere George W. Bush ad attaccare Teheran.
Il tentativo di cambio di regime da lei preconizzato vent’anni fa c’è stato davvero.
«Gli Stati Uniti si sono opposti alla Repubblica Islamica e alla teocrazia della Guida Suprema fin dal primo giorno. Abbiamo sempre desiderato la rimozione del governo degli ayatollah. Con George W. Bush quell’aspirazione teorica si trasformò in pianificazione concreta, sempre in stretta collaborazione con Israele. Insomma, Trump non ha inventato il sentimento anti-iraniano: è sempre stato lì. Ma nessun altro presidente ha dato il via libera ai piani di guerra, comprendendo che si sarebbe trattato di una missione difficile e costosa».
Perché Trump ha pensato di poterla affrontare?
«È circondato da yes man che vogliono compiacere le sue ambizioni. E questo dipende anche dal fatto che i tagli indiscriminati di Elon Musk alle agenzie federali hanno portato al licenziamento degli esperti di Iran — insieme a tanti altri — dal Dipartimento di Stato. Vede, io sono stato a lungo un analista dei marine: e posso dirle che eravamo imbattibili sul campo di battaglia. Non parlo della gestione a lunga scadenza di territori come l’Afghanistan, quella è un’altra cosa: parlo di combattimenti. Eravamo professionisti della guerra e prima di compiere azioni ci assicuravamo di essere nelle condizioni di vincere. Nulla era lasciato al caso. Se capivamo che non avremmo potuto svolgere il compito fino in fondo, lo spiegavamo ai nostri superiori militari e civili. Dicevamo chiaro: non abbiamo la capacità di compiere questa operazione, va cancellata».
E invece?
«Ci siamo infilati in una guerra dove l’unico obiettivo fattibile era uccidere Ali Khamenei. Purtroppo non c’erano esperti a spiegare al presidente: “Assassinare la Guida Suprema, non farà crollare l’Iran, anzi rafforzerà i più estremisti”. Nessuno a dire “Questa è la ricetta per un disastro”. Bisognava invece spiegarlo: “Non abbiamo la capacità militare di difendere Hormuz”. “Non riusciremo a impadronirci delle scorte nucleari dell’Iran”. “Non possiamo intraprendere questa azione perché il rischio di sconfitta è concreto”. E ancora: “Il tasso di consumo di munizioni è superiore alle scorte disponibili, finiremo i Patriot”. Affermare: “Signor Presidente, non è una buona idea”. Nessuno lo ha fatto, e non so se più per arroganza, per ignoranza o per paura»
Se lo aspettava?
«Non amo Trump né condivido gli obiettivi di questa guerra, ma mi ha scioccato scoprire che il Pentagono ha anteposto la volontà del presidente al dovere verso il Paese. All’inizio ho perfino creduto che avessero un buon piano, elementi interni all’Iran con cui collaboravano. Da ex analista, davo per scontato che gli attuali professionisti della guerra non ci avrebbero condotto in un’avventura così fallimentare, e dunque che avevamo la capacità militari per affrontare il conflitto. Mi sconvolge che non sia così».
Come finirà?
«Male. Siamo governati da un narcisista che non ammette di aver sbagliato: e perso. Ha trasformato il potere esecutivo in culto della personalità, circondato da persone incapaci di dirgli le cose come stanno. Con questa leadership non arriveremo a nessun accordo. E se pure dovessimo arrivarci, non durerà. Hanno ragione gli iraniani a dire che non siamo seri: cambiamo gli obiettivi della trattativa continuamente, e non si può dimenticare che abbiamo iniziato la guerra bombardandoli proprio mentre avevamo intavolato con loro seri negoziati sul nucleare. Ora non riusciremo più a fargli interrompere quel programma. Trump deve capire che per avere voce in capitolo le guerre bisogna vincerle sul campo, non alla Casa Bianca giocando coi soldatini».