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Landis: “Le elezioni di midterm sono vicine, Netanyahu sa che Trump non lo abbandonerà”

(afp)

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Intervista al direttore del Center for Middle East Studies dell’università dell’Oklahoma. “Ankara usa ogni mezzo per tentare di isolarli: il gas con Cipro, gli accordi di difesa con l’Egitto. E Tel Aviv le legge come azioni di guerra”
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Di quella Siria che rischia di diventare il teatro del nuovo scontro militare del Medio Oriente e che è già il vaso di coccio della regione, Joshua Landis, direttore del Center for Middle East Studies dell’università dell’Oklahoma è da anni uno dei massimi esperti mondiali.

Professor Landis, che scenario abbiamo di fronte?

«Uno molto delicato, dove la tensione cresce da mesi. Una Siria molto debole. Un Israele che da quando è fuori dalla gestione della crisi con l’Iran ha eletto la Turchia a suo nemico numero uno. E Ankara da parte sua usa ogni mezzo per tentare di isolare Israele: il gas con Cipro, gli accordi di difesa con l’Egitto. Netanyahu legge e fa leggere alla sua opinione pubblica tutto questo come una dichiarazione di guerra: e in questa situazione, cerca di portare dalla sua parte l’America».

Joshua Landis

 

Non certo una scelta sorprendente: ma, a differenza di quanto accaduto co…

Di quella Siria che rischia di diventare il teatro del nuovo scontro militare del Medio Oriente e che è già il vaso di coccio della regione, Joshua Landis, direttore del Center for Middle East Studies dell’università dell’Oklahoma è da anni uno dei massimi esperti mondiali.

Professor Landis, che scenario abbiamo di fronte?

«Uno molto delicato, dove la tensione cresce da mesi. Una Siria molto debole. Un Israele che da quando è fuori dalla gestione della crisi con l’Iran ha eletto la Turchia a suo nemico numero uno. E Ankara da parte sua usa ogni mezzo per tentare di isolare Israele: il gas con Cipro, gli accordi di difesa con l’Egitto. Netanyahu legge e fa leggere alla sua opinione pubblica tutto questo come una dichiarazione di guerra: e in questa situazione, cerca di portare dalla sua parte l’America».

Joshua Landis

 

Non certo una scelta sorprendente: ma, a differenza di quanto accaduto con l’Iran, questa volta siamo di fronte a un alleato degli Stati Uniti, non a un nemico…

«Certo. Infatti bisogna capire se Trump seguirà su questa strada. I segnali però non sono incoraggianti. Una delle chiavi del successo di Netanyahu è sempre stata quella di ottenere l’appoggio dell’America: anche con Amministrazioni che a lui non erano certo favorevoli. In quei casi Netanyahu è passato dal Congresso e ha di fatto costretto la Casa Bianca ad allinearsi. È da capire se ci riuscirà anche nel braccio di ferro con la Turchia che, come dice lei, è un membro della Nato e un alleato di primo piano per Washington».

A giudicare dalle parole dell’ambasciatore Usa ad Ankara, Tom Barrack - che nei giorni scorsi ha condannato con fermezza l’attacco israeliano in Siria – l’America non sembra entusiasta di questa nuova avventura…

«Barrack è un ambasciatore importante: è stato mandato lì perché è legatissimo a Trump e conosce la regione ma finora non è riuscito a contenere le azioni di Israele né in Libano né in Siria. Questa volta non sembra essere diverso: “Escalation non necessaria” ha detto, ma Trump ha rifiutato di esprimere un giudizio così duro e non ha condannato Israele».

Perché?

«Perché le elezioni di midterm sono vicine e il presidente ha bisogno dei soldi e dell’appoggio politico degli alleati di Israele. La politica interna sta prendendo il sopravvento sulla politica estera sia in Israele che negli Stati Uniti: questo fatto è quello che spiega allo stesso tempo l’animosità israeliana verso la Siria e il silenzio di Trump verso Israele».

Se la Turchia fosse attaccata potrebbe invocare l’articolo 5 e dunque l’assistenza militare degli altri membri dell’Alleanza. Stati Uniti compresi…

«E questo spiega perché da mesi Israele stia premendo per far uscire Washington dalla Nato».

Torniamo alla Siria, il luogo dove lo scontro nei giorni scorsi si è già acceso…

«La Siria sta cercando disperatamente di mantenere una stabilità ma è impossibile quando ogni giorno Israele prende possesso di territori siriani. La gente è stanca e chiede la reazione del governo. Ma il presidente al Sharaa – l’ex capo jihadista Abu Muhammad Al Jolani ndr. - sa bene che se reagisse si troverebbe di fronte all’accusa di essere un terrorista, di non aver cambiato nulla, di essere un lupo travestito da agnello. È un equilibrio difficilissimo».

Come finirà?

«Impossibile dirlo. Ma è pericoloso: se ci sarà un conflitto l’America dovrà stare con Israele. E si incrinerà ulteriormente il rapporto fra Washington e Riad, che di al Shaara è il grande sponsor. Allo stesso tempo però sul terreno degli equilibri regionali gli Emirati e l’Arabia Saudita non hanno altra scelta che stare – di fatto – con Israele: perché dall’altra parte c’è l’Iran. Una situazione di cui con certezza si può dire solo che finora Israele è stato bravissimo a usare la guerra per portare dal suo lato una parte della regione».

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